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Giovedì, 13 Agosto 2020

Salone del libro (Torino): ecco come nasce l’idea della Calabria regione ospite

Parla il direttore del “Salone del libro” di Torino Ernesto Ferrero. Giovedì 16 maggio parte la kermesse del libro più nota nel mondo. Ecco com’è nata l’idea della Calabria regione ospite (il Paese ospite è il Cile).

Quest’anno la Calabria sarà regione ospite al Salone del libro di Torino. E’ la prima volta che viene introdotta questa formula. Come nasce l’idea, e come si è arrivati proprio alla Calabria per questa prima volta?

Il direttore del “Salone del libro” di Torino Ernesto Ferrero


L’idea è nata durante una conferenza degli assessori regionali alla cultura. Mario Caligiuri, che ne è il coordinatore nazionale e Michele Coppola, assessore in Piemonte, si sono immediatamente trovati d’accordo, e hanno sviluppato il format. Che non  è limitato ai libri, ma vuole dare alla parola cultura il significato più ampio, e dunque comprendere ogni manifestazione creativa, dalle arti all’enogastronomia. Così questo momento di conoscenza reciproca si allarga a tutto campo. E d’altra parte i libri devono far parte della vita tutta intera.

La Calabria è una regione storicamente molto ricca di cultura, ma probabilmente non brillante nell’iniziativa culturale. Come potrebbe aiutare a invertire la tendenza un palcoscenico così importante come quello offerto dal Salone di quest’anno?

Eventi come ilSalone servono proprio a incontrarsi e scambiare idee, ad avviare collaborazioni e progetti comuni. Il clima sanamente propositivo che si respira in quei giorni ha un effetto tonificante, corroborante. Si riparte dal Lingotto con una ritrovata carica agonistica, che nasce dalla condivisione di interessi, obiettivi, passioni.

Il polo editoriale italiano per antonomasia è certamente Milano. Anche storicamente. Tuttavia, anni addietro attorno alla città di Roma sono nate una serie di iniziative editoriali che oggi sono realtà ampiamente consolidate tanto da poter parlare di polo romano. Lei crede che questo tipo di esperienza potrebbe essere in qualche modo ripetibile anche in zone geograficamente più periferiche come la Calabria?

Il microclima in cui un’impresa si sviluppa è importante, ma non è tutto. Conta molto l’intraprendenza, il coraggio dei singoli, come nel caso di Rubbettino. Si guardi l’ esperienza di Elvira Sellerio a Palermo. Il suo rigore e la sua passione alla fine hanno vinto, Sellerio è diventata una casa editrice primaria, un punto di riferimento, un modello di come oggi si può continuare a fare editoria puntando sulla qualità e non semplicemente inseguendo i mercati. Le recenti fioriture dell’editoria romana erano magari imprevedibili, eppure ci sono state. C’è sempre qualche folle che, malgrado ogni difficoltà, si lancia in quell’avventura meravigliosa che è l’editoria libraria. Magari c’è un Sellerio calabrese che sta scaldando i motori.

Per una regione come la Calabria, con un tessuto editoriale fatto prevalentemente di realtà medio-piccole l’avvento dell’ ebook potrebbe rappresentare un’opportunità a livello di visibilità, visto l’allentamento delle problematiche relative alla distribuzione?

L’ebook risolve molti problemi, a partire da quelli legati alla distribuzione, abbassa i costi, ecc., ma non può creare lettori nuovi. Il problema non sono mai gli strumenti, quanto l’uso che sappiamo e vogliamo farne. Il problema sono le persone. La rete offre grandi potenzialità, ma anche grandi pericoli, che sono sostanzialmente quelli di perdersi in mille stimoli dispersivi. Il web è il regno della falsificazione, dell’impostura, dell’approssimazione, della violenza verbale. Bisogna saper scegliere, saper distinguere, essere provvisti di buone bussole. A questo servono i libri, a consentirci di conservare indipendenza e lucidità di giudizio. Il Gatto e  la Volpe di Pinocchio sono ancora vivi, e lottano contro di noi.

Parlando di editoria in generale lei ha lavorato per molti anni in Einaudi, collaborando così con intellettuali dello spessore di Elio Vittorini, Italo Calvino, Natalia Ginzburg, Norberto Bobbio e tanti altri. Oggi il mondo dell’editoria da fuori sembra un po’ cambiato, con più uomini marketing e meno intellettuali. E’ solo un’impressione? E la cosa ha risvolti sulla produzione letteraria?

Purtroppo sono spariti i padri-padroni, gli Arnoldo Mondadori, i Bompiani, i Garzanti, i Giulio Einaudi. Oggi la redditività è diventata un’ossessione, e fatalmente la qualità si abbassa. In effetti le direzioni editoriali sono sempre di più sotto scacco del marketing, il quale non va tanto per il sottile. E’ importante avere bilanci in ordine, ma se uno vuol fare grandi profitti è meglio che faccia un altro mestiere. Sono proprio i lettori che, con le loro scelte, devono difendere chi produce bene.

Dalla sua postazione privilegiata come giudica il rapporto tra ciò che, come Paese, importiamo editorialmente, le traduzioni, e ciò che invece esportiamo all’estero?

Notoriamente importiamo molto, anche perché siamo giustamente curiosi e fin esterofili, ed esportiamo poco, anche perché l’italiano resta una lingua un po’ di nicchia. In altri Paesi lo Sato aiuta le traduzioni di opere culturalmente importanti attraverso appositicentri. Da noi credo che i tagli lineari abbiano azzerato, o quasi, il poco che si faceva. La questione è che in Italia la cultura è sempre stata considerata un’attività marginale, il giocattolo di pochi intellettuali astratti, noiosi e supponenti. Ma un Paese vale per quello che sa. E noi sappiamo sempre meno. La cultura deve essere rimessa tra le priorità, anche se  i problemi sono tanti e le risorse pochissime.

Fino a poco tempo addietro si pensava al libro come ad un così detto bene “rifugio”. Uno di quei beni che quando l’economia è in difficoltà riesce a mantenere i suoi spazi di vendita o addirittura ad aumentarli. Negli ultimissimi anni si è palesato che non sempre è così. Cose dovrebbe fare l’industria culturale per affrontare al meglio la crisi?

Se ci sono meno soldi in giro, è fatale che le vendite diminuiscano. Eppure le biblioteche registrano notevoli incrementi delle frequentazioni, e questo è un dato importante. L’industria culturale può produrre meglio (e anche meno: si stampa troppo), e le crisi servono proprio ad avviare dei seri esami di coscienza. Ma non può surrogare le famiglie (di cui nessuno parla mai: eppure è in casa che si gioca la partita, spesso in modo decisivo) e lo Stato, che hanno il compito di formare i futuri cittadini. Essere lettori forti significa essere cittadini più attivi, attenti, consapevoli. Forse è per questo che chi aveva responsabilità di governo non se ne è mai occupato. Mi piacere dire che la Regione Calabria ha attuato iniziative di promozione della lettura, partendo proprio dalle famiglie, che altrove non si vedono.