Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 07 Agosto 2020

I “veri” intellettuali calabresi. Tracce per un dibattito. Verso una narrazione normale della Calabria

L'intellettualità calabrese: intimamente dibattuta tra la spinta a smontare con orgoglio i pregiudizi “razziali” di chi legge la deriva calabrese con strumenti alla Lombroso, e un furore indignato contro le classi dirigenti locali, spesso accomodanti rispetto al malaffare, voto di L'intellettualità calabrese: intimamente dibattuta tra la spinta a smontare con orgoglio i pregiudizi “razziali” di chi legge la deriva calabrese con strumenti alla Lombroso, e un furore indignato contro le classi dirigenti locali, spesso accomodanti rispetto al malaffare, voto di scambio e zone grigie. Troppo “alti” per il popolo calabrese e troppo “localistici” per i colleghi nazionali, gli intellettuali calabresi sono costretti a vivere il proprio impegno in una mortificante e deprecabile solitudine".

Andrea Di Consoli


Ci voleva un intellettuale non calabrese come Andrea Di Consoli, a sollevare nei termini giusti il problema forse piu’ drammatico che oggi vive la Calabria. Di Consoli, scrittore e saggista (e tante altre cose) lo ha fatto sul prestigioso inserto domenicale del Sole 24 ore del 3 febbraio, scrivendo a proposito del mio libro ‘’La Calabria dolente’’ (Citta’ del Sole), di recente uscita.
E’ il problema dei problemi, che spesso ci siamo trovati ad affrontare in questi anni, con un’intellettualità che in alcune sue componenti ha tentato e tenta di alzare occhi e antenne e riflettere senza paraocchi ma anche rifuggendo dai luoghi comuni e dalle ovvietà sullo stato dell’arte in Calabria, mettendo assieme denuncia e proposta, ma che e’ rimasta alla fine isolata e senza molto seguito. La deriva calabrese, come scrive Di Consoli, in fin dei conti e’ proprio questo: uno sforzo di pochi di andare oltre il coro e un silenzio assordante di tanti altri. Fuochi che ardono alti quando vengono accesi, ma poi si spengono altrettanto bruscamente; l’assenza di una rete che tenga assieme le forze migliori; la facile fuga nella denuncia a buon mercato; una incapacita’ a leggere nel profondo quel che si muove dentro una societa’ malata ma complessa.
Se ne puo’ discutere? Si puo’ avviare un dibattito, una riflessione su questi tempi tracciati da Di Consoli con incredibile sobrieta’ e nettezza? Ne possono discutere la Calabria, gli intellettuali, i professori, chi professore non e’? Le Universita’?  Si puo’ ragionare su come magari accorciare le distanza tra quei troppo ‘’alti’’ e troppo ‘’localistici’’?

Gioacchino Criaco


‘’Per anni – ha scritto Gioacchino Criaco - la Calabria ha praticato il luogocomunismo nei confronti di posti come Africo, Platì o San Luca. Africoto o Sanlucoto era, dai calabresi, associato a qualcosa di negativo.
Ora c’è un’africotizzazione della Calabria intera, per mali reali e anche per alibi strumentali. E la Calabria è diventata l’utile idiota di una nazione in declino, corrosa dai problemi. E l’Italia fuori dai suoi confini è diventata la Calabria d’Europa. E non è per razzismo che “calabrese” sia diventato un termine negativo. C’è solo tanta superficialità intorno alla Calabria, pregiudizi e banalità figli di un autorazzismo tutto calabrese, prodotto dall’essere orfani di un passato che è stato grande ma che è passato da qualche millennio’’.
Troppi hanno campato e continuano a campare su quel ‘’luogocomunismo’’ di cui parla Criaco. Giornalisti, scrittori, intellettuali – tutti presunti tali, per carita’ – e poi politici, magistrati, sindacalisti etc etc. Tanti, troppi hanno fatto e continuano a fare una immeritata carriera su quella africotizzazione, narrando una Calabria che ovviamente c’e’, c’era (ma non era tutto) e in ogni caso costruendo - insieme a tanti, troppi che da fuori ci hanno ovviamente sguazzato – su di noi un bel vestito che ora facciamo una tremenda fatica a scucirci, sempre per chi e’ intenzionato a farlo. E siamo ancora in pochi a volerlo scucire questo vestito, perche’ in troppi e in tanti ci campano (e pure bene) su quella immagine della Calabria. Ma ormai il velo e’ squarciato e sara’ difficile continuare a narrare in maniera superficiale la Calabria.
Quel di cui abbiamo bisogno non e’ il silenzio, anzi. Abbiamo bisogno di piu’ denunce vere e di parole vere. Quello che non serve e di cui non ne possiamo piu’ sono le ovvieta’ e i luoghi comuni. Aiutano i mafiosi, il malaffare e la malapolitica a nascondersi. Ciò di cui  c’e’ bisogno e’ una narrazione normale della Calabria.