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Lunedì, 13 Luglio 2020

La "lira" calabrese s'ispira a Mercurio

Quella che noi oggi chiamiamo lira, attribuendogli anche l’appellativo ‘calabrese’, in realtà ha origini remote. Esse ci accompagnano nella mitologia greca, secondo la quale l’invenzione di questo strumento musicale è riconducibile a Mercurio, il quale in giovane età, intrattenendosi a Quella che noi oggi chiamiamo lira, attribuendogli anche l’appellativo ‘calabrese’, in realtà ha origini remote. Esse ci accompagnano nella mitologia greca, secondo la quale l’invenzione di questo strumento musicale è riconducibile a Mercurio, il quale in giovane età, intrattenendosi a colloquio con una tartaruga, privò crudelmente l’animale della sua casa e tese, all’interno del guscio, sette corde di budello di pecora, costruendo così la prima lira.
Lo strumento lo volle donare ad Apollo, che a sua volta elargì al figlio Orfeo, il più famoso poeta e musicista che la storia abbia mai avuto. Sono state le Muse ad insegnare la lira al giovane Orfeo, il quale divenne talmente abile al punto da riuscire ad ammansire gli animali feroci e indurre alla commozione persino le divinità degli inferi.
L’ultrasecolare strumento musicale è giunto nelle nostra terra, tra il IX e l’XI secolo, quando gli antichi abitatori greci delle nostre contrade hanno costruito e ci hanno insegnato a costruire utilizzando un blocco di legno di ulivo, di noce o di ciliegio, vegetazione presente prevalentemente in zone calde come la nostra.

È, infatti, da un pezzo di legno che viene creata la lira. Viene scavata e lavorata direttamente a mano mediante semplicissimi attrezzi, come la raspa, il coltello, lo scalpello o la sega. Lo strumento non gode di una tastiera sotto le corde, per le quali un tempo venivano utilizzate viscere di animali, mentre oggi si adoperano fibre sintetiche.

Un blocco di legno utilizzato per creare la Lira calabrese


Una delle sue principali caratteristiche è quella di essere suonata da seduti, generalmente con lo strumento appoggiato fra le ginocchia, con la mano sinistra viene tenuto il manico dello strumento tastando le corde con le unghie, e non con i polpastrelli come molti credono, mentre con la destra si muove l’archetto che, originariamente, era costituito da crini di cavallo. Nonostante il fascino della sua origine o l’ incanto del mito greco, la lira ha corso il rischio di uscire definitivamente di scena o, nel caso più ottimistico, di occupare qualche spazio remoto dei musei etnografici. Per molti sarebbe stato solo uno sfumato ricordo, per pochissimi, invece, esclusivamente un “tesoro” da custodire gelosamente nella propria dimora. E’ per l’abilità di alcuni costruttori, che lo strumento si diffonde ulteriormente, ma anche grazie a qualche virtuoso che si esibisce pubblicamente nelle tipiche occasioni di festa. C’è chi la Lira la sa suonare, ma non costruire e chi, al contrario, da un pezzo di legno riesce a creare questo strumento pur non avendo l’abilità di produrre neppure uno dei suoi dolci suoni.

Uno degli ultimi costruttori di lira, Domenico Paglia


Proprio come è successo a Domenico Paglia, uno dei pochi costruttori di lira rimasti, che dopo trent’anni dalla sua prima costruzione, per ironia della sorte, non ha ancora imparato a suonare. Si siede vicino al camino e nel tempo libero costruisce questi cordofoni ad arco. Ne possiede una decina e mai avrebbe immaginato di ricevere frequenti visite da gente, proveniente da ogni parte, per osservare la sua arte. Un’arte non ereditata, come spesso avviene, ma appresa da un impulso naturale. Racconta, infatti, un episodio particolare riferito all’ottobre del 1982 quando un giorno face visita allo zio Giuseppe Fragomeni, uno dei più abili suonatori del tempo, e memore di un ricordo di infanzia che risaliva alla metà degli anni 60’, gli chiese della lira. Lo zio, che la custodiva appesa in casa, decise di accontentarlo, mettendosi a suonare. Carico di entusiasmo Domenico Paglia, una volta rientrato a casa, reperì un pezzo di legno, dal quale diede vita alla sua prima Lira. Era un ragazzino quando iniziò a costruire lire, oggi lo fa per giovani volenterosi suonatori, accresciuti, soprattutto negli ultimi anni, in seguito alla nascita di  scuole di lira calabrese. Molti giovani aspiranti della lira ricordano e si ispirano a Francesco Trimboli, detto “U Barilli”, di Agnana Calabra, un vecchio mugnaio che suonava la lira per intrattenere i clienti durante i lunghi tempi della macinatura nel suo mulino ad acqua. Era un eccezionale suonatore sul quale si è costruito un vero e proprio mito. La legenda lo descrive di mole consistente, da qui il soprannome, e racconta della sua morte avvenuta durante la piena di un fiume che, con la lira sotto il mantello, stava attraversando al ritorno di una delle sue esibizioni, famose per l’articolato repertorio fatto di polche, mazurche e valzer. Mentre gli antichi greci utilizzavano la lira per accompagnare i racconti delle leggende degli dei e degli eroi, gli appassionati della lira calabrese raccontano che essa veniva suonata principalmente a Natale, a Capodanno, ma anche a  carnevale e in occasioni speciali, come battesimi e matrimoni, sfruttando un repertorio che andava dalla serenata a diversi balli popolari.
Oggi la lira viene suonata in ogni angolo della Calabria, nelle sagre e nelle feste di paese. Anche a Spilinga, nel vibonese, da qualche anno si svolge “Il Festival internazionale della Lira”, un vero e proprio intreccio musicale che va dalla Calabria fino alle estreme sponde del Mediterraneo attraverso il suono di questo antico strumento, che nei diversi popoli ha assunto diverse denominazioni, in Grecia è chiamata Lyra, in Turchia invece Kemence, e ancora in Bulgaria assume il nome di Gadulka e in Croazia Lijerica.
Tutti, ormai, sanno riconoscere già dalle prime note, la musica tradizionale e popolare, come la ritmata tarantella che nasce armoniosamente dalla Lira. Un ritmo, coinvolgente ed appassionante, che sta crescendo e che fa ballare in ogni piazza, tanto da divenire quasi portavoce della Calabria in Italia e nel mondo.