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Sabato, 15 Agosto 2020

L’eretico Gioacchino da Fiore che tanto piacque a Dante…

L'età dell'abate Gioacchino, di spirito profetico dotato (Paradiso, C XII, 140-141),  è in fuga dal mondo spregevole. La fine dei tempi verrà, la fine dei tempi si avvicina. La scommessa dell'anno mille in cui tutto doveva annerirsi  e annullarsi si rinnova.
Le cronache medioevali sono tutte percorse dall’avvento dell' Anticristo, dalla sua sconfitta, dal crollo finale.

L'abate Gioacchino da Fiore


9humlIl cupo desiderio del1a fine dei tempi è detta, con plastica immagine,  dalla raffigurazione dello "scarno monaco che, ogni cinque, undici anni, caccia fuori dall' angusta  finestra della sua cella la testa paurosa per assicurarsi che gli uomini non siano ancora tutti morti, e si rinserra poi subito nel suo carcere. in cui non vive che per  aspettare    la morte” (A. Bartoli, Storia della letteratura italiana, Firenze 1887, t. I, pp. 8-9).

Non fa parte di questa numerosa schiera di predicat­ori  dell'annientamento finale del mondo Gioacchino. Che, se non  sana, almeno  medica gli inorridimenti e le angosce dell’epoca sua lanciando la festante utopia della rigenerazione  del­l'uomo  dentro la fine non fine dei tempi.

Questa sua utopia lascerà segno durevole tra  gli alleluianti, i flagel­lanti i francescani e in Dante, Ma il filosofo  Giani Vattimo ci assicura  che Gioacchino  anticipa  l’amor dei intellectualis di Spinoza,  lo spirito assoluto di Hegel: la salvezza consiste nella piena comprensione della storia che la realizza.  E ha qualche àncora da affondare nel gran mare della filosofia di Heidegger.

Nasce  Gioacchino da Fiore  a Celico (Cosenza) intorno all’anno 1135.Si era avviato alla pratica notarile, che si lasciò subito dietro le spalle, inchiodandosi alla vita eremitica. Nel 1167- aveva 32 anni- prende il bastone e dirige i suoi passi verso i luoghi, che il sacrificio di Cristo e i digiuni inumani deimonaci orientali facevano santi: la Palestina, la Siria, la Tebaide egiziana. Il desiderio di farsi monaco nasce in quelle terre lontane e desertiche dove sola oasi è la preghiera insaziata dei monaci, che rifiutano il mondo. Tra il 1168 e il 1170 visse in una grotta presso Cosenza e soggiornerà per un anno nell’abbazia della Sambucina. È ordinato monaco nel monastero di Corazzo e reggerà da abate quel monastero dal 1177 al 1187. Tra la primavera del 1183 e il gennaio 1184 si trova preso la comunità laziale di  Casamari,  presso il papa Lucio III. E colà scrive loPsalterium decem cordharum (Il salterio delle dieci corde). In seguito: il Tractatus super quattruor Evangelia (Trattato sui quattro Evangeli), il De articulis fidei (Gli articoli di fede), l’Adversus Iudaeos (Contro gli Ebrei), il Liber figurarum (Libro delle figure), il Testamentum (Testamento) e il Liber de unitate seu essentia Trinitatis (Libro intorno all’Unità ossia intorno all’essenza della Trinità), andato disperso.

Buoni sono i rapporti con il papa Urbano III, che lo difende dalle accuse, mossegli dai monaci confratelli di Corazzo nel 1186. E buoni sono pure i rapporti con Clemente III, che lo incoraggia a portare a conclusione le opere di esegesi biblica. Lo invita al contempo ad apportarvi correzioni e a sottoporle all’approvazione della Chiesa. Di tutto questo Gioacchino dà conto nel Testamentum.

Nel 1189 insieme al monaco Ranieri lascia definitivamente Corazzo dove l’urto con i monaci non ha tregua e si sposta a Pietralata. Qui concepisce l’idea di fondare l’ordine florense. Come fugitivos bollano i monaci cistercensi di Corazzo Gioacchino e Ranieri. E contro di loro non cessano né la persecuzione né la diffamazione. Più virulenta e più disonesta è la condotta dei cistercensi inglesi. Approfittano dell’incontro a Messina nel 1190 tra Riccardo Cuor di Leone e Gioacchino per mettere in bocca al monaco calabrese lodi esagerate del re e l’affermazione che l’Anticristo era nato a Roma. Ne fu facile dedurre che  Gioacchino individuava l’Anticristo nel papa Clemente III. Ma il papa Celestino III volse le spalle alla calunniosa campagna  e nel 1196 riconobbe l’ordine florense. Muore nel 1202. Neanche i santi o i monaci in via di divenire santi possono riposare in pace. Infatti a pochi anni dal trapasso, la Chiesa processa i suoi libri e Gioacchino da Fiore viene dichiarato eretico.

Nel pensiero cristiano la storia è un dramma. Non è più la piatta e ripetitiva circolarità del ritorno perenne. E’ moto impetuoso, che tra cadute c risorgimenti nella lotta contro le tenebre  il male viene preparando, in maniera infallibile, il trionfo della luce c del bene. La storia, che era considerata un insieme di sforzi per tornare indietro e aveva il suo saldo definitivo nel giudizio universale, è concepita da Gioachino come progresso. Inizia nel tempo, finisce nel tempo, se mai il tempo finisca.

Gioacchino da Fiore divise la storia dell’umanità in sette età e cinque di queste collocò prima della nascita di Cristo. Questo schema nasce in imitazione dei sette giorni della creazione. Il Monaco Calabrese intese che il settimo giorno, cioè il sabato, destinato al riposo, alla preghiera, alla gioia, si pone come la figura della settima età, che già culmina nel tempo presente. E nel quinto libro del suo testo fondamentale Concordia Veteris ac Novi Testamenti scrive:

[Vi sono] tre stati. Il primo stato è quello in cui fummo sotto il dominio della legge, il secondo quello in cui siamo sotto il dominio della grazia, il terzo, che attendiamo imminente, quello in cui sarà elargita una grazia più piena. Il primo stato visse nella conoscenza, il secondo nel possesso della sapienza, il terzo vivrà nella perfetta intelligenza. Il primo fu l’epoca della schiavitù, il secondo della servitù filiale, il terzo sarà il tempo della libertà. Il primo stato fu l’età appartenente al Padre, il secondo è l’età del Figlio, il terzo sarà l’età dello Spirito Santo.

Dopo l’impero del padre dove l'uomo fu tutto carne, dopo quello del Figlio nel quale l'uomo fu un misto di carne e di spirito, ci sarà la nova aetas, il cui inizio, secondo i calcoli cronologici di Gioachino , comincia dall’anno 1260,  la radiosa età nella quale  l’uomo sarà tutto spirito. Il secolo senile sarà spazzato via, sarà spazzata via anche la chiesa carnale. E toccherà a un grande ordine monastico  mettersi alla testa  della lotta per la rigenerazione  dell’umanità  e la salvezza della chiesa della quale Gioacchino non vuole la dissoluzione.

La fine dei tempi, del tempo, non avrebbe avuto luogo. La terza età, tempo presente, non si consumerà insieme  al tempo, che resta,   per ora saldo,   prima di precipitare  nella terza età. Ché, prima ancora del giudizio universale, ci saranno  tre guerre. La prima tra i contadini e i chierici, e i chierici non oseranno più portare la tonsura e continuare a chiamarsi chierici. La seconda  tra i laici e la Chiesa, e il papa e i cardinali non ardiranno più mostrarsi. La terza tra i contadini e i nobili, e i contadini vinceranno i nobili e in quel tempo  tutti saranno eguali ( X. Rousselot, Histoire de l’Evangile  Eteternel, Paris 1861, pag. 152).

A questa utopia contadina, che rovesciava nella storia lo Spirito Santo, Gioacchino  perveniva attraverso un esame puntiglioso  delle Sacre Scritture. Deduceva, non  semplicemente profetava,  spinto anche dal bisogno  di dare speranza a un’età  angosciata dalla miseria attuale e  dalla prossima fine. La deduzione non ebbe il suo riscontro storico.  Il riformatore visionario perse la sua battaglia. Gli albori della terza età si spensero prima di diventare luce. Il tempo non è finito. Ma ha continuato a trascinare detriti, macerie e il genocidio  contadino