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Sabato, 15 Agosto 2020

Nilo di Rossano e la sintassi dell’anima

Bisogna avere pazienza, molta pazienza prima d’incontrare, dopo la morte di Cassiodoro, altri Calabresi Illustri. Dal VII al IX secolo non si avverte che l’attrito della penna dei monaci basiliani i quali trascrivono codici. Numerosissimi, ma non destinati a rimanere Bisogna avere pazienza, molta pazienza prima d’incontrare, dopo la morte di Cassiodoro, altri Calabresi Illustri. Dal VII al IX secolo non si avverte che l’attrito della penna dei monaci basiliani i quali trascrivono codici. Numerosissimi, ma non destinati a rimanere nei monasteri basiliani calabresi. La razzia dei preziosi codici è stata enorme. Ben seicento codici trasmigreranno altrove. Né gli espropriatori sono stati  poi espropriati.  La vicenda dei codici asportati della Calabria è un classico di come si spoglia una regione e se ne fa un deserto culturale. La Calabria- dico d’inciso- non è un territorio povero. È un territorio che è stato impoverito, e non solo sul piano culturale. Comunque, di tutta quella intelligente fatica  dei monaci neri, gente eterna in cui nessuno nasce, secondo l’impareggiabile definizione del francese Pierre Battifol, in Calabria è rimasto soltanto il Codex rossanensis (Codice di Rossano) del VI secolo.
L’aristocrazia, che in genere è intellettualmente sterile, esprime nel X secolo un monaco eccezionale, Nilo. Il quale  nacque nel 909 o 910 a Rossano da famiglia aristocratica. Aveva la vocazione del monaco, ma la sua splendida bellezza lo espose all’amore e al matrimonio con una giovane leggiadra e danarosa. E, quando decise di farsi monaco all’età di 30 anni, incontrò la fiera opposizione della moglie e dei suoi familiari. Fu monacato nel monastero di San Nazario e a San Demetrio Corone diede vita al cenobio di Sant’Adriano. Colà arrivavano anime inquiete in cerca della pace dello spirito e la parola di Nilo, possente nel sapere biblico e nella scienza del cuore, le placava. Torbido era il secolo di Nilo e gravato dalla minaccia continua d’invasioni saracene.
A Sant’Adriano Nilo rimase per 25 anni. I suoi monaci pregavano, trascrivevano codici, lavoravano le terre, donate da ricchi aristocratici per propiziarsi così il Regno dei Cieli. Ma non era affatto detto che la ricchezza, ancorché donata ai monasteri, procurasse la salvezza. Questo, però, lo sapeva Nilo, non i ricchi di Rossano e dintorni. E, infatti, il Santo Monaco ridusse le grandi proprietà terriere del monastero a quel tanto che consentiva il soddisfacimento dei bisogni elementari dei monaci, i quali dovevano nutrirsi di pane, legumi e acqua. Come avveniva.
Lasciò la Calabria nel 975 e quindi con i suoi monaci risalì verso Montecassino. Vi ebbe grande accoglienza, preceduto, com’era, dalla fama della sua santità e del suo alto sapere. Non erano poche le questioni dottrinarie, che dividevano il Santo Monaco dai monaci latini di Montecassino. Da Montecassino Nilo decise di andar via, quando sotto la guida dell’abate Mansone, quel monastero si era trasformato in un covo di mangioni, dimentichi di Dio. E con i pochi confratelli, rimastigli fedeli, andò alla ricerca di un luogo aspro e solitario dove i monaci potessero salvare l’anima con la preghiera e procacciarsi il pane quotidiano con il sudore della fronte. Lo trovò a Serperi presso Gaeta.
Era ormai vecchio, senza energia, come distratto da tutto ciò che lo circondava. Taceva la sua bella parola, che tante volte aveva incuorato e che tante volte si era alzata in difesa dei suoi concittadini, oppressi dai bizantini. E quando qualche suo confratello tentava di scuoterlo da quel torpore, sapeva appena rispondere con le atroci parole  che accompagnano l’ultimo cammino: “Son vecchio, o figlio” (G. Minasi, S. Nilo di Calabria, monaco basiliano del decimo secolo, Napoli 1892, pag. 243).
Non finisce in questa tenebra dello spirito la vita di San Nilo. Risorgerà e camminerà ancora.
Filagato, arcivescovo di Rossano e suo amatissimo concittadino, era stato eletto antipapa dal nobile romano Crescenzio in contrapposizione al papa Gregorio V, sostenuto da Ottone III. Fu fatica inutile quella di Nilo, intesa a convincere Filagato ad abbandonare la cattedra usurpata e a fare ritorno alla quiete del chiostro. Cadde l’antipapa Filagato nelle mani di Ottone III e di Gregorio V. Fu orrendamente mutilato. Lo accecarono, gli tagliarono il naso e la lingua. Nilosi recò a Roma per ottenere la liberazione di Filagato. Ne ebbe un rifiuto dal Papa, ma non dall’Imperatore, che in seguito si recò in penitente pellegrinaggio al cenobio di Nilo.
Il viaggio romano tolse il Santo Monaco dalla piccola storia locale e lo immerse nella grande storia. Intendo: il passaggio è dalla mediazione tra popolazioni locali e potere locale alla mediazione per la vicenda del trono papale. “Si consideri — scrive il grande e dimenticato storico Gabriele Pepe (Da S. Nilo all’Umanesimo, Bari 1966, pag. 17) — il valore politico di tutto questo: se, dopo il crudele Gregorio V, fu possibile un papa come Silvestro II e se con lui Ottone III poté concepire un grande sogno di distensione, a ciò non contribuì forse l’episodio di Filagato?”.
Tutto il tempo era ormai finito per il Grande Monaco, che cessava di vivere all’età di 95 anni. Ma, prima di prendere congedo dalla vita terrena, volle fondare vicino Tuscolo il monastero di Grottaferrata, monumento irripetibile di mistico fervore e di sapere inarrivabile. Ancora persistente  questo monastero. Ma chi ricorda che  ebbe  a suo fondatore Nilo di Rossano?
L’ immensa vita di Nilo ci è stata raccontata da Bartolomeo Juniore, che era stato suo discepolo diletto e sempre a lui accosto. Scrive  dei rapporti di Nilo e  Bartolomeo il monaco Luca : “Radunandosi i monaci alla Sacra Lezione e, talvolta,  essendo tutti sorpresi  dal sonno, egli solo restava a vegliare  col Padre  , interrogandolo sopra i passi difficili della S. Scrittura che dal Grande [Nilo] gli venivano spiegati, tanto che ammirato  della sua condotta, mentre rimproverava  gli altri, perché  si lasciavano vincere dal sonno, incapaci di vegliare, ad esempio del giovanetto,  di questi approvavva  l’alacrità ed il fervore nel bene” (Luca, Vita di S. Bartolomeo Jiuniore, in G. Giovannelli, S. Bartolomeo Juniore, Grottaferrata 1962, pag. 52).
Bartolomeo racconta un’esperienza luminosa. Ma non cade nella tentazione, sempre in agguato, dell’agiografia estrema, che, raccontando sante cose e santi, tende ad espellere dalla storia gli uomini di carne ossa, di quegli uomini ai quali i monaci basiliani, con alla testa Nilo, si resero utili, insegnando loro come si coltivava la terra, come si disboscava, come si impiantavano le vigne.  Dal  Bios  di Bartolomeo Juniore  dove  la “trama  sì discreta di soprannaturale [è tale]  da non fare impedimento alla vista” (M. Amari, Storia dei Mussulmani, Firenze 1858, vol. 2, pp. 316), non emerge  solo il mistico,  che cerca il cielo, ma anche l’ uomo contemporaneo alla propria epoca che interviene di continuo a difesa delle popolazioni locali e alza la sua voce per la pace  e la giustizia.  Ma il Bios  ci mette, infine,  nelle condizioni di sapere che sono state numerose le lettere scritte dal Grande Monaco e delle  quali Bartolomeo Juniore ci offre una sintesi: non tale, però, da potere ricavare sempre a chi fossero intestate. All’accrescimento dell’innografia sacra il Grande Monaco contribuì con il Contacio in onore di S. Nilo Ninaita, l’Ufficiatura in onore di S. Benedetto. Scrisse anche versi giambici in onore di San Paolo. Gli importava il canto del cuore, non il ritmo della lingua, che “benché risenta della sostenutezza e vigore di quello di Teofane, pure da esso si allontana non poco, e quanto a chiarezza e spontaneità di eloquio ed a correttezza di lingua” (S. Gassisi, Poesie di S. Nilo Juniore e di Paolo Monaco, Roma 1906, pag. 19). I santi  non hanno interesse alla grammatica, ma alla sintassi dell’anima.