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Martedì, 14 Luglio 2020

Custodire l’identità dei luoghi con lo sguardo rivolto al futuro. Il messaggio di Vito Teti in “Quel che resta”

Una terra in cui il tempo sembra essersi improvvisamente fermato e tutto suscita quella struggente malinconia legata al sentimento dell’abbandono e della marginalità.

La Calabria con i suoi borghi dimenticati, le insegne sbiadite degli anni ’50, divenute quasi illeggibili, le case lasciate a metà, rimanda ad un senso di incompiuto, di sospeso, in attesa di un cambiamento che non arriva mai. Eppure, questa condizione potrebbe rappresentare un’opportunità rispetto all’omologazione imperante che ha strappato l’identità a luoghi e siti oggi “costruiti in serie”.

“Quel che resta – L’Italia dei paesi, tra abbandoni e ritorni” – l’ultimo libro pubblicato da Vito Teti(Donzelli editore) – significa anche, letto in filigrana, quel che è necessario per ripartire: lo spopolamento, l’abbandono, l’emigrazione in una prospettiva di progettualità nuova e di rigenerazione.
Le riflessioni contenute nel volume dello scrittore e professore di Antropologia Culturale all’Università della Calabria, sono state al centro di una delle diverse iniziative culturali curate dal Circolo culturale G. Calarco, ospitata al ‘Polo culturale Mattia Preti’ di Palazzo Campanella.  A porgere i saluti istituzionali in apartura dell’iniziativa, organizzata in collaborazione e con il patrocinio della massima Assemblea elettiva calabrese, il presidente del Consiglio regionale Nicola Irto.
Ha colto nel segno la presentazione del libro affidata allo scrittore reggino Saverio Pazzano che ha parlato della nostra ‘eterna’ dimensione, del sentirsi esuli comunque, sia che si sia lasciata questa terra, sia che si sia rimasti”; di grande impatto le letture a cura di Cinzia Messina.

“Un importante contributo alla conoscenza e alla comprensione della storia del Paese, della Calabria e di noi stessi, quello di Vito Teti” – ha commentato Angela Curatola, presidente del Circolo Calarco che, con iniziative di grande spessore, sta svolgendo un’opera meritoria per la promozione della cultura e la salvaguardia dell’identità locale. L’ultima, in ordine di tempo, con l’autorevole contributo di Teti che si è occupato anche di antropologia del viaggio e dell’emigrazione, di riti e feste nella società tradizionale e in quella attuale, di antropologia ed etnografia dell’abbandono con particolare riferimento al Mezzogiorno d’Italia e al Mediterraneo.
La pubblicazione di Teti ricostruisce i cardini della storia della Calabria, delle zone periferiche e dell’entroterra, anche per spiegarla e farla comprendere meglio. A tal fine suggerisce di ripartire da quel che resta in una terra per la quale probabilmente è stata scelta una via di sviluppo che mal si cuciva con le sue peculiarità e suoi tratti identitari e che si è quindi rivelata fallace, ingannevole. L’abbandono dell’agricoltura, lo spopolamento delle aree interne, la fuga verso le metropoli, all’estero, a lavorare nelle fabbriche. Paradossalmente, oggi si riscontra il bisogno di recuperare quanto si è pericolosamente perduto lungo la strada, e questo è avvenuto anche altrove laddove la ‘modernità’ è entrata ed ha prodotto frutto ma forse ad un prezzo troppo alto. Ed ora si cerca una forma di riparazione per i “guasti” generati da una crescita che ha snaturato e svilito.  Si tratta dunque di guardare con “occhi nuovi” e in maniera critica lle nostre realtà, ripensando il presente – come suggerisce Vito Teti – senza perdere il valore del passato e valutando una strategia per il futuro.