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Mercoledì, 12 Agosto 2020

“La democrazia mafiosa”. Un saggio di C. Cavaliere con la prefazione di Nicola Gratteri

Il sociologo Claudio Cavaliere, già consulente della Commissione istituita dal Senato (presieduta da Doris Lo Moro) sulle intimidazioni agli amministratori comunali che ha prodotto un rapporto che avrebbe meritato più attenzione, ha consegnato all’editore Pelligrini che lo manderà in libreria Il sociologo Claudio Cavaliere, già consulente della Commissione istituita dal Senato (presieduta da Doris Lo Moro) sulle intimidazioni agli amministratori comunali che ha prodotto un rapporto che avrebbe meritato più attenzione, ha consegnato all’editore Pelligrini che lo manderà in libreria il 6 aprile “la democrazia mafiosa” (sottotitolo: mafia e democrazia nell’Italia dei Comuni - 1946/1991; prefazione di Nicola Gratteri). Conoscendo a menadito le questioni dei “municipi”, avendo svolto per diversi anni le funzioni di segretario della Lega delle Autonomie calabrese (uno dei suoi fiori all’occhiello era l’annuale “Rapporto sulle autonomie locali calabresi” curato proprio da Cavaliere), s’è impegnato in un ‘corpo a corpo’ con la storia, la sociologia, l’aneddotica e con l’evoluzione politica e legislativa in materia. la democrazia mafiosaDalle elezioni amministrative del 1946, il libro passa in  rassegna la storia della faticosa rinascita dei Comuni italiani, del loro significato politico e delle oscillanti attenzioni dei partiti di massa, di quelli sciolti anticipatamente “con motivazioni più o meno bislacche”, e spiega perché sono occorsi quarantacinque anni prima di approdare alla legge sugli scioglimenti per mafia del 1991. La domanda è pertinente: “Perché proprio in quell’anno, dopo quarantacinque anni di storia repubblicana, quasi si fosse stati colti alla sprovvista? Forse prima la mafia, nelle sue declinazioni regionali, non aveva già gestito direttamente istituzioni, risorse, enti pubblici e quant’altro?” Ne viene fuori un affresco a tratti sorprendente con riferimento agli anni immediatamente successivi alla nascita della Repubblica, quando in Italia sembrava vigere “il reato di essere sindaco”, da una famosa espressione di un discorso svolto a Bologna nel 1951 dal sindaco Giuseppe Dozza, in cui l’attenzione del ministero dell’Interno e per esso dei prefetti, era esclusivamente rivolta all’operato dei sindaci di sinistra. I quali venivano regolarmente denunciati, incriminati, rimossi e addirittura incarcerati; non tanto perché commettevano reati, ma perché svolgevano la loro attività a favore dei propri cittadini. In una parola, perché facevano politica. Al punto che l’episodio riportato di un prefetto, che ammonisce un primo cittadino: “Sindaco, ella fa troppa politica”, diventa l’allegoria di una visione dei comuni italiani a lungo prevalente nel Paese. Se ad oggi “circa l’8% della popolazione italiana è stata amministrata da soggetti direttamente affiliati alla mafia o, perlomeno, non insensibili ai suoi desiderata, ai suoi programmi ai suoi affari”, lo studio ha proprio la pretesa di spiegare perché ciò è potuto accadere, lasciando paradossalmente da parte il tema dei comuni sciolti per mafia (affrontati solo da un punto di vista statistico al termine del volume), ma esaminando ciò che si conosce meno, quello che precede, quella storia mancata che conduce dritti all’emergenza mafia nei comuni italiani e di come si è giunti, all’interno di un grande gioco in cui hanno pesato molto gli avvenimenti nazionali ed internazionali, a sciogliere una parte di Repubblica per criminalità. Il lavoro di Cavaliere richiama "Democrazie mafiose" del ‘69, ma se nette sono le differenze per via del fatto che il “giacobino di estrema destra” Panfilo Gentile aveva come bersaglio “la democrazia manipolata da gente priva di competenza e carrierista”; “il progresso ipocrita” e “l'ingenua fiducia che mette ipoteche sul futuro mentre spartisce il potere nel presente”, analogie si ravvisano con le frequenti corrosive critiche “alla spartizione delle tessere” e “all’inquinamento del sottogoverno”. In fondo, anche quest’altro “italiano scomodo” e “politicamente scorretto”, sosteneva, mentre denunciava “il pesante e costoso statalismo filantropico, utilizzato poi dai partiti a scopo clientelare e mafioso”, che tutte le democrazie tendono ad essere mafiose. Il libro edito da Pellegrini (pp. 255 costa 16 euro) tiene, per la sua lucidità sintattica, il rigore analitico e la compostezza culturale. Se non c’è dubbio che le mafie sono protagoniste di un pezzo della storia italiana, Claudio Cavaliere documenta come la mafia non si contrapponga allo Stato, ma lo “ibrida”. E  l’intreccio con il sistema delle autonomie locali ne dà la cifra come “forma di governo”: governo dei territori e quindi delle quotidianitàpiù vicine ai cittadini. E descrive, per filo e per segno, nascita e sviluppo di questa solo apparentemente paradossale “democrazia mafiosa” che ha incubato al riparo della stessa democrazia formale nel silenzio interessato, come le uova del cuculo richiamate in un suo capitolo. C’è lo sforzo, anche, di eliminare dalla discussione sulla mafia correlata alle attività delle amministrazioni comunali, sovrastrutture, orpelli e ciance di vario segno, che distraggono l’attenzione dal ruolo svolto dalle classi dirigenti del Paese per sancire le ragioni del successo delle mafie.  Lo diceva Borsellino: “Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene” della mafia. Spesso, tuttavia, si scivola nella retorica più  uggiosa, come quando si coinvolgono i bambini delle scuole elementari per farli sbadigliare di fronte all’ennesimo predicatore convinto che il suo appello antimafia possa guidare il popolo al cambiamento.  Niente di tutto ciò, in “la democrazia mafiosa”. Il taglio è scientifico ma accessibile, mai pedagogico o predicatorio, corposa la documentazione utilizzata, originale lo sguardo su più irrisolte questioni e vicende nazionali e internazionali per giungere all’introduzione di un concetto alquanto inquietante: la democrazia mafiosa. Che fa a pezzi i consolatori e assolventi canoni di “infiltrazione” e “condizionamento” che eludono la domanda chiave: “la democrazia può generare problemi?” Per giungere all’interrogativo più urticante: “E se la mafia si fosse imposta non a dispetto della democratizzazione della vita politica, ma a causa di essa?” Infine, lo studio dimostra che è possibile, anzi necessario per una maggiore comprensione, analizzare il fenomeno mafia senza per questo trovarsi di fronte a testi che fanno riferimento unicamente ai fascicoli giudiziari. Nel saggio non ne è citato nessuno. La storia criminale è senz’altro una componente importante del fenomeno, ma essa non ne spiega il radicamento nellestrutture sociali, civili, politiche e di rappresentanza istituzionale. Anche in questo sta l’originalità del lavoro svolto che ci invita “a ragionare in maniera meno ortodossa su un fenomeno per il quale lontani da una soluzione”.

“La democrazia mafiosa” di Claudio Cavaliere - Pellegrini editore (pp. 255, 16 euro) - prefazione Nicola Gratteri