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Martedì, 24 Novembre 2020

Le parole senza tempo

Un profilo umano e culturale di padre Stefano De Fiores, il noto mariologo scomparso di recente

Padre Stefano De Fiores


Nel presentare la sua catechesi sulla lettera apostolica di Giovanni Paolo II Rosarium Virginis Mariae Padre Stefano De Fiores ripeteva con voce suadente e sguardo scintillante di fede che è “ bello fare proprie le forme più indovinate della tradizione cristiana orante, tra cui spicca il rosario in cui contempliamo i misteri di Cristo con il cuore di Maria.”

E’ straziante per me scrivere di una persona sì cara che ha dato tanto alla Chiesa , alla Calabria , alla sua San Luca, così come è stato lacerante assistere ai suoi funerali in una San Luca accorsa tutta per dimostrargli un affetto straripante e intonando alla fine con gli occhi pieni di tristezza e di lacrime copiose la sua canzone preferita “ Bona sira vi dicu a vui Madonna “.

“Viviamo alla giornata, cercando di riposare nella mano di Gesù , dalla quale nessuno ci potrà mai strappare.”
E’ una delle tante frasi che Padre Stefano mi sciorinava con la sua grazia sacerdotale nelle tante chiacchierate vespertine che facevamo negli ultimi anni al termine della novena in onore della Madonna di Polsi , che ogni sera celebrava nella chiesa di Bovalino gremita della sua gente . I canti dialettali li accompagnava all’organo immergendoci in una atmosfera fuori dal tempo. Le sue riflessioni sulla “Donna vestita di sole”, la creatura “ tota pulchra”, “ speculum sine macula” ,ci davano una forza dirompente di fede.

Mi voleva bene Padre Stefano ed ora che ha ricevuto in dono una dimora eterna ed abita presso il Signore mi sono di conforto le sue tante lettere , le sue pubblicazioni mariologiche con le quali per mons. Tonino Staglianò “ aveva dimostrato di essere l’unico in Italia capace di dominare il mare esteso della letteratura su Maria che si era fin ad allora prodotta e di farlo con creativa originalità .”

Padre Stefano era il primo a leggere i miei saggi che puntualmente gli mandavo e nei momenti di maggiore sofferenza si sentiva con me partecipe di essa e mi invitava a guardare l’altra faccia della medaglia in prospettiva di speranza . Mi sosteneva , citando San Paolo:”Sappiamo infatti che quando verrà disfatto questo corpo , nostra abitazione sulla terra, riceveremo un’abitazione da Dio , una dimora eterna, non costruita da mani d’uomo , nei cieli. Perciò sospiriamo in questo nostro stato , desiderosi di rivestirci del nostro corpo celeste.”

Di Padre Stefano mi parlò per prima mia madre in un pomeriggio d’inizio settembre sul finire degli anni sessanta . Impolverata e stanca scese dal noleggio di Cillo Ficara in compagnia di commare Vittoria e di suo marito , compare Filippo Errante.

Erano andati a Polsi da San Luca , seguendo la vecchia strada della fiumara , che il nostro vicino diceva di conoscere bene. Per mamma era la prima volta. Compare Filippo con il suo fiasco da due litri sorseggiava di tanto in tanto il vino pastoso delle nostre vigne che papà gli aveva donato per asciugare il sudore dell’ascesa tra le forre d’Aspromonte. A metà percorso il novello Caronte perse l’orientamento e l’equilibrio, incespicò e il vino si mescolò alle limpide acque della fiumara. Arrivarono ch’era quasi buio, accodandosi per fortuna a pellegrini del posto...

Mamma non smetteva di raccontare le forti emozioni vissute nella valle di Polsi. Il giorno della festa erastata ammaliata dalle parole profonde e dolcissime rivolte alla Regina dei Monti da un giovane sacerdote, pieno di ardore e di fede , che il nostro parroco identificò subito per Padre Stefano.

Lo incontrai la prima volta all’aeroporto di Fiumicino insieme a Fortunato Nocera più di dieci anni fa per andare a Mappano per un convegno su Corrado Alvaro, organizzato da Totò Zappia, sanlucoto trapiantato in Piemonte. L’amico monfortano appena mi vide mi chiese sorridendo e quasi rimproverandomi come avevo fatto a convincere Nuccia De Luca a consegnarmi per la pubblicazione le lettere di Alvaro a suo fratello Giuseppe. Sorrisi impacciato e arrossendo.

Padre Stefano chiarì, con la sua cadenza classica nel parlare forbito e musicalmente metrico , venato da immancabili espressioni dialettali del suo paese d’origine,che a lui per tantissimi anni gli erano state rifiutate.
Furono giornate molto intense :In una mattinata nitidissima e di sole con lo sfondo del Monviso avevamo appuntamento nella chiesa di Mappano con Fortunato , Aldo e Totò per assistere alla messa celebrata da Padre Stefano prima dell’inizio dei lavori.
In un’atmosfera di magica religiosità , dopo più di vent’anni tornavo a far da chierichetto in un altrove che mi appariva già famigliare...

La chiesa era pervasa da un assoluto silenzio, rotto dalle implorazioni solenni ed umili ad un tempo di un sacerdote di San Luca: la messa fu dedicata alla memoria degli scrittori calabresi e Padre Stefano ci illuminò con la sua intelligenza sul senso vero dell’essere cristiani, in un mondo sempre più in disfacimento e da affrontare ogni giorno con rigore morale: un impegno gravoso , da accettare- agostianamente- come lo esige il dovere della carità.

Inconsapevolmente stavamo riproducendo la stessa atmosfera descritta da Alvaro in una pagina di Itinerario italiano,rievocando la Prima Comunione del figlio Massimo nella cappella privata del cardinale Iorio , presente Don Giuseppe De Luca.
Anche Padre Stefano ci trasmise, piegato umilmente davanti all’Altissimo, il soffio creatore di “ questo è il mio Corpo , questo è il mio Sangue “.

Ci parlava come se la chiesa fosse gremita di fedeli mentre eravamo solo noi , sempre più coinvolti, emozionati e partecipi del Sacrificio della Croce.
E’ stato lui il primo a leggere le pagine del diario di mia madre “ Sotto un altro cielo “ , scrivendomi delle parole che sono rimaste per sempre impresse nel mio animo:
“E’ un pezzo di storia, della migliore storia della “ Calabria santa”, sconosciuta ma preziosa per la funzione di riscatto dell’esperienza cristiana della nostra terra. Chi non la conosce ignora la Calabria più autentica, che unisce semplicità e ordinarietà alla più alta mistica di comunione con Cristo e con la Vergine Maria, profonda costante , alimentata giornalmente con il rosario e con la liturgia. In questa spiritualità popolare non c’è nulla di scontato, neppure la percezione del divino che avviene attraverso le vie del sogno e delle icone, disprezzate da preti iconoclasti del tutto dimentichi del concilio di Nicea II ( 787 d.C.) secondo cui chi disprezza le immagini disprezza il mistero dell’Incarnazione, La tradizione dell’oriente cristiano è vita per tua mamma.”


L’ultima volta che incontrai fisicamente Padre Stefano fu il 2 settembre 2011. Non vedendomi in chiesa per la novena polsiana e avuta notizia delle mie precarie condizioni di salute venne a casa a trovarmi . Fu un incontro bellissimo: mi incoraggiò ad affrontare con coraggio l’imminente intervento chirurgico e mi omaggiò di una bellissima penna.

Gli confidai che avevo ordinato alle suore dell’Eremo di Crochi di Caulonia la realizzazione di un’icona della Madonna del Riposo ,dipinta agli inizi del Cinquecento in una grotta scavata in una roccia a Brancaleone Superiore ed ora distrutta totalmentedall’incuria degli uomini. Una foto scattata dal prof Minuto mi aiutò in tal senso.

Quando gli mandai per e-mail l’icona realizzata mi scrisse un commento “Maria in adorazione del Bambino da Lei generato - “Quem genuit adoravit Maria “e mi inviò delle immagini che mi spingeranno ad una ricerca , proprio sull’onda delle sue sollecitazioni.
Scrisse tra l’altro Padre Stefano :” La Madre di Dio ha le mani giunte, espressione di preghiera e di adorazione, mentre il bambino sostiene con la mano destra il capo, atteggiamento tipico di chi medita il grande mistero che sta vivendo.Colgo la loro relazionalità.

La Madre è tutta proiettata verso il Dio Salvatore , che è collocato nel suo grembo: egli mostra così la sua qualità essenziale di essere figlio non solo del Padre ma anche della Madre che lo ha generato nel tempo e nella storia. (…) Lo scenario diventa cosmico: Dio veglia sul mondo.
Il riferimento al mistero pasquale si esplicita nel simbolismo del leoncello, che muore e risorge a nuova vita.

Il lenzuolo tinto di rosso si trasforma nell’altare del sacrificio : la figura di Maria cessa di essere una madre in contemplazione del suo Bambino, perchè non è solo la Theotokos, colei che ha partorito il Verbo di Dio , ,anche la Nuova Eva che accompagna il Nuovo Adamo, redentore universale.
Un vicendevole arricchimento teologico e spirituale scaturisce dal confronto tra le due tradizioni orientale ed occidentale".
Parole che diventano un vero testamento spirituale di chi da studioso “ diviene costruttore della mariologia contemporanea".

Amava definirmi “ il più calabrese dei cristiani e il più cristiano dei calabresi” , continuando a ripetermi che avevo assimilato e metabolizzato Alvaro.

Per questo mi ringraziò , in una delle sue ultime lettere, anche a nome di Alvaro e dei santolucoti, “ perché facendo emergere la grandezza non solo letteraria ma umana del loro conterraneo “ illuminavo” un messaggio valido per la cultura del nostro tempo, anzi di cui il mondo d’oggi e di domani, intriso di atrofia religiosa, hanno assoluto bisogno ”.

Padre Stefano è stato un grande maestro- testimone del Novecento e di questo inizio di terzo millennio. Per dirla con mons. Tonino Staglianò ha saputo dire “ si “ a Dio e al suo disegno di amore, figura esemplare di cristianesimo intensamente vissuto.