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Martedì, 01 Dicembre 2020

Pensando a Sharo, quattro anni dopo…

Dal giorno della scomparsa di Sharo Gambino, il 25 aprile 2008, siamo stati testimoni di una mobilitazione straordinaria. Il mondo della cultura, la gente comune, la Calabria intera, parte dell'Italia, hanno voluto rendere omaggio alla figura dello scrittore, con una Dal giorno della scomparsa di Sharo Gambino, il 25 aprile 2008, siamo stati testimoni di una mobilitazione straordinaria. Il mondo della cultura, la gente comune, la Calabria intera, parte dell'Italia, hanno voluto rendere omaggio alla figura dello scrittore, con una tale ricchezza di sentimenti, quale noi altri familiari non ci saremmo mai aspettata. Una partecipazione ampia e generosa, un affetto travolgente di cui siamo sentitamente grati.

Lo scrittore Sharo Gambino


Nel mio modo di vedere, ho sempre ritenuto che mio padre, per le sue esequie, immaginasse qualcosa di esattamente eguale ai funerali del suo personaggio Mariano D'Alife, nel romanzo 'Concerto in re maggiore': "Voglio che la mia dipartita, il mio commiato dal mondo, da voi, dai parenti, dagli amici, dai nemici (ne avrò?), non vi sia causa di fastidi. Perciò, niente funerali religiosi, niente 'tristi annunci' listati a lutto sui muri cittadini e niente corone di fiori; nessuno, nemmeno voi, dietro il feretro, che dovrà essere - se non sarà concesso di seppellirmi, come i certosini, a diretto contatto con la terra - di povere e semplici assi. Fatemi portare al cimitero alle prime ore del giorno nel modo discreto il più possibile, e seppellire sotto un tumulo contrassegnato da un paletto e una tavoletta con le mie generalità...".
Questo l'ho sempre considerato il suo vero testamento spirituale, in ordine con quell'idea laica della vita e della morte che lo ha sempre accompagnato. Il resto, cioè le commemorazioni, le cerimonie e quant'altro, credo li considerasse una sovrastruttura, avulsa dall'idea stessa della fine. Ma, in sostanza, devo dire che quelle stesse celebrazioni, quegli onori che gli sono stati tributati, se certo non sono serviti a lui, al contrario per la nostra famiglia sono stati invece un privilegio; una eredità preziosa di affetti, della quale ci siamo arricchiti.
Mio padre era una persona schiva, riservata; mai una parola di troppo. Spesso, in una famiglia quasi tutta al femminile, noi lo prendevamo bonariamente in giro, dicendogli che era un uomo fuori dal mondo: nessun pettegolezzo, nessuna lamentela. Aveva, veramente, il dono rarissimo di sapersi mettere nei panni degli altri. Benché fortemente laico, non era del tutto estraneo ad una qualche forma di spiritualità cristiana. La sua mitezza, però, spariva quando, vestiti i panni di scrittore, faceva tuonare la penna, in virtù di una vis polemica, o ironica, che tirava fuori quando pensava le circostanze glielo richiedessero. Non per niente, si era fatto narratore di personaggi ribelli che erano quasi il suo marchio distintivo.
Per un altro aspetto della sua indole, egli odiava chiedere. Forse per orgoglio, o per una forma di libertà. Una volta ha detto di lui l'on. Giacomo Mancini, avendolo avuto stabilmente tra i collaboratori del Giornale di Calabria: "E' il calabrese migliore che io abbia mai conosciuto; pure quando avrebbe potuto, non mi ha mai chiesto niente". In effetti, mio padre ha avuto molte occasioni professionali, nella sua vita, delle quali, talvolta, arrivava a rammaricarsi di non averle sapute sfruttare. Ad esempio, non era riuscito ad entrare nella redazione regionale della Rai, di cui era stato pure uno dei primissimi corrispondenti - quando ancora c'era solo la radio, e lui faceva collegamenti quasi quotidiani in giro per la Calabria. Viveva a volte con angoscia la sua solitudine paesana, ma, nel contempo, con un sentimento ambiguo di amore e di forte appartenenza - confortato peraltro, lui fedelissimo ai legami e ai sentimenti, dalla vicinanza e dall'affetto della famiglia, degli amici, della moglie Melina della quale diceva che avrebbe voluto poter ritornare indietro nel tempo, solo per poter ricominciare tutto insieme a lei.

Del paese scriveva: "Il paese! Questo male oscuro (ma non troppo), che ti si radica dentro quando sei ragazzo indifeso e quando in gioventù ti spinge, ti esorta, costringe ad allontanartene come da cosa odiosa, di poi, con gli anni, assume toni ed aspetti poetici, si fa nostalgia, dolore, angoscia a volte e tu non aspiri ad altro che a tornarci per restarci dentro in un abbraccio di terra nera odorosa!".
Per quanto poi, la sua vita e la sua carriera, direi anche la sua formazione, constino di esperienze diverse, anche lontane da Serra San Bruno: Cassari, Ragonà, e l'impegno con l'Unione nazionale per la lotta all'analfabetismo, in continuità con l'attività sociale per il Mezzogiorno avviata da Umberto Zanotti Bianco; gli anni trascorsi da vicerettore nel Collegio italo-albanese di San Demetrio Corone; la sua militanza nel circolo "Gaetano Salvemini" a Vibo Valentia; un'importante apparizione alla televisione inglese BBC per un'intervista sul tema della 'ndrangheta, la serie di conferenze in Svizzera e in Canada, sempre sulla mafia.
Ricordo che ce l'aveva a morte con quei versi della canzone "Calabria mia" laddove recita "Li megghjiu figghji si 'ndi ijru fora", perchè diceva lui: "Perdio, se proprio dobbiamo fare una graduatoria, i calabresi migliori sono magari quelli che restano!". E credo che, infine, il valore umano della sua avventura artistica ed esistenziale possa essere esempio lampante e positivo di come, in Calabria, la solitudine non deve per forza identificarsi con l'isolamento ma è ancora possibile, anche nella periferia, costruire centralità, valori e reti di relazioni. Questo ci ha insegnato lui che, con le sue opere, ha fatto dell'essere serresi, vazzanesi, calabresi, un valore aggiunto ed un motivo di orgoglio.
Concludo questo mio ricordo, che forse è più prolisso di quanto sarebbe stato opportuno, lasciando ai lettori il testo di una poesia, "Il canto dell'usignuolo", scritta da un giovanissimo Sharo Gambino (1958), in una vena lirica non proprio originale, poi presto abbandonata per una produzione più propria.


 

IL CANTO DELL'USIGNUOLO
Il sole calò nell'onda, rapido,
impaziente di giungere
al convegno d'amore
negli abissi marini:
il cielo grondò luce di sangue
sui casolari sparsi,
sulla brughiera arsa dei colli.
Rabbrividì il ruscello;
un grillo irrise alle foglie
paurose della notte che scese
pallida all'orizzonte.
Allora l'ombra s'animò:
dal cespuglio,
come guglia d'un duomo,
s'alzò la preghiera
d'un'anima in pena. A note
calde, lievi, picchiettate,
più lunghe, più corte,
l'usignuolo narrò alla luna
la storia del suo dolore.
Pianse,
implorò.
Gli rispose in silenzio.
Tra i rami
passò gelida la Morte.


Anche Sharo Gambino certo, con la sua voce, ha animato l'ombra di una notte calabrese, intonando, "come guglia d'un duomo", con la sua produzione, diversi timbri e diverse tonalità di accordi e di suoni: tanti forse, quante sono le sfaccettature della vita e dell'umanità in Calabria. Conforta, noialtri che siamo rimasti e che gli vogliamo bene, una speranza: e cioè che, a differenza dell'animale evocato, la sua voce di intellettuale non debba conoscere la morte e possa consegnarsi interamente al futuro, come nell'Ode all'usignolo di John Keats, "che non calpestano le affamate generazioni".

 

 

 
Marinella Gambino