Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Venerdì, 04 Dicembre 2020

Corigliano soldato, raccontato dal figlio

Incontro organizzato da "Prodem" a Crotone

Le memorie di un giovane soldato, il servizio militare, la guerra, la prigionia. Momenti maledettamente veri di una vita comune a tanti uomini che hanno vissuto la II guerra mondiale. Storia di luoghi e di vicende ma soprattutto storie di uomini, di persone diverse costrette a vivere un dramma comune.

Il giornalista Gregorio Corigliano


I diari di Antonino Corigliano, sottotenente del centocinquantasettesimo Fanteria Cirene, diventano così storia ad opera del figlio Gregorio, che ha svestito i panni del noto giornalista per vestire quelli di scrittore. Scrittore di ricordi e di storia, in cui l’asciutto stile giornalistico cede il passo al coinvolgimento e ai sentimenti nei confronti di un protagonista, il padre, verso il quale ha sempre sentito, forte, il desiderio di pubblicare le sue memorie.
Il desiderio si è ora realizzato e “I diari di mio padre 1938-1946” è stato presentato ad opera dell’associazione politico culturale Prodem, lo scorso 8 giugno, nella sala consiliare del Comune di Crotone. Presenti all’evento il presidente di Prodem, Carmine Maio,il consigliere regionale, Francesco Sulla, il sindaco di Crotone, Peppino Vallone, il presidente della Provincia di Crotone, Stanislao Zurlo, il rettore dell’Università popolare Mediterranea, Vittorio Emanuele Esposito, e presidente di Upmed Crotone, Maurizio Mesoraca.
Da sottolineare l’accostamento fatto da Vallone tra Gregorio Corigliano e Vittorio Zucconi, l’editorialista di Repubblica a cui è stata affidata la prefazione del libro, tra i quali è emersa una sorta di “solidarietà tra figli che si raccontano con grandi padri”, mentre il consigliere Sulla ha fortemente insistito sul fatto che la storia di Antonino Corigliano è la storia di tanti ragazzi che hanno vissuto l’orrore della guerra, e che le situazioni, le descrizioni, i personaggi presenti in questo libro sono gli stessi che ognuno di noi ha sentito raccontare dai propri padri, protagonisti di quella guerra, accomunati, pur nelle loro diversità, dalla tragedia dell’evento.
Il lavoro, è questo che ha determinato il ritardo nella pubblicazione del libro, ritardo che però non ha scalfito il coinvolgimento, la cura e di conseguenza l’effetto di un libro che non è una semplice raccolta di appunti, non scritti tra l’altro col fine di essere editi, ma è uno strumento che, nell’originalità della sua forma che non disdegna il commento personale, permette al lettore di conoscere vicende prima sconosciute.
“Sono stato totalmente preso dal lavoro – ha ammesso Gregorio Corigliano nel giorno della presentazione – tanto da trascurare l’affetto familiare. In questo libro troverete – ha continuato – l’insegnamento e il senso del dovere smarriti, la lezione di vita di un ragazzo, l’anima e il sentimento”.
Qualcuno ha scritto che leggere “I diari di mio padre 1938-1946” è come sfogliare un album fotografico e trovare il commento accanto ad ogni foto, dove ci si imbatte in due verità, l’una storica l’altra umana, che vanno sempre distinte ma che inevitabilmente si contaminano.
È con emozione e trasporto che Corigliano presenta il suo libro, facilmente comprensibile da parte di un figlio che racconta un grande padre. Un padre che ha conquistato la saggezza attraverso la sofferenza. La sofferenza di una guerra che non voleva ma alla quale ha partecipato con spirito di appartenenza ad un Paese che ha voluto difendere. Si contrappongono nel libro infatti i sentimenti di felicità per la nomina di sottotenente, di gioia di combattere per il suo Paese, alla sofferenza della prigionia in India, esperienza che turba e segna in maniera indelebile la personalità di chiunque.
“Appunti di mio padre”, quegli appunti che Gregorio Corigliano porta con se alla presentazione del libro, e che parlando sfoglia quasi a far vedere che nel libro non c’è nulla di inventato, che è scritto tutto lì, nero su bianco, in quegli appunti che un giorno il giornalista regalerà a qualche istituto di ricerca. Appunti letti e riletti, innumerevoli volte, e nella lettura rivivere, riscoprire quel padre che il suo libro ha reso immortale. Per sempre infatti resterà la storia di Antonino Corigliano, il professore di San Ferdinando, dove ancora oggi Gregorio, affermato giornalista, è conosciuto come il figlio del professore.
Un’avventura durata otto anni, dalla chiamata al servizio militare, dalla Libia, fino alla prigionia in India.

Otto anni che sconvolgono e sacrificano la vita e le speranze di un giovane costretto ad accantonare sogni ed ambizioni in nome dell’espansione coloniale portata avanti dall’Italia in quei duri anni. Un insegnamento che non deve rimanere vano perché, come ha sostenuto Vittorio Emanuele Esposito, “noi generazioni successive siamo troppo avvertiti della banalità del male”.