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Venerdì, 07 Agosto 2020

La Chiesa a Catanzaro sul finire del Seicento. L’ultimo libro di mons. Antonio Cantisani

“Sgombrini, chi era costui?”.  Il celebre dilemma di don Abbondio, parafrasato alla bisogna,  potrebbe adattarsi al protagonista dell’ultima fatica editoriale di monsignor Antonio Cantisani, arcivescovo di Catanzaro – Squillace dal 1980 al 2003.
L’emerito ha scritto e pubblicato un nuovo libro. Detta così non è una grande notizia. Cantisani ha una ricca attività pubblicistica, frutto non secondario di vaste letture, non solo in ambito dottrinale ed ecclesiale. Il risultato è l’approccio documentale che riserva sempre uno sguardo di ordine storico e sociologico a vicende che potrebbero sembrare poco pertinenti, e,  anche, lo stile adottato, che indulge per nulla alle tentazioni retoriche, absit injuria verbis, che talvolta affiorano nelle prove editoriali di altri porporati.
“La Chiesa a Catanzaro sul finire del ‘600 – Il Sinodo di mons. Sgombrini (la rondine Edizioni, pag 276, € 18,00), sua ultima fatica, riporta, in italiano con testo latino a fronte, il manoscritto conservato all’Archivio storico diocesano contenente i decreti del Sinodo celebrato il 20 maggio 1677 dall’allora vescovo Carlo Sgombrini.  Non siamo proprio negli stessi anni in cui si svolge la vicenda dei Promessi Sposi, che è antecedente di un cinquantennio, ma la temperie è la stessa, quella della Chiesa cattolica del post concilio di Trento (1545 -1563).
Era il tentativo, da parte di Roma, di intraprendere la propria via alle necessarie riforme senza arretrare rispetto alla montante sfida protestante, valorizzando le istanze di rinnovamento presenti al suo interno, peraltro antecedenti alle traumatiche iniziative luterane. La figura del vescovo, pur non arrivando ad assumere carattere sacramentale, era cardine di questo disegno innovativo, destinato a incontrare cento difficoltà e riscontrare mille contraddizioni. Come riassume magistralmente Cantisani, tre furono gli strumenti a disposizione dei vescovi per adempire la loro missione: l’obbligatorietà della residenza, la visita pastorale e  il sinodo, ovvero la riunione dei sacerdoti della diocesi per trattare della cura pastorale.
L’importanza del sinodo del vescovo Sgombrini è valida soprattutto a posteriori, poiché dovranno passare altri due secoli perché la Chiesa di Catanzaro possa celebrarne un altro, con mons. Raffaele De Franco che riuscì nell’impresa solo il 17 ottobre 1880. Diversi i motivi della lunga latenza, ai quali non è estranea la mancata definizione dei poteri tra l’autorità civile e quella religiosa, che troveranno sistemazione solo con la stipula del concordato tra Regno di Napoli e  Santa Sede soltanto nel 1741. Da ciò una serie di turbolenze che dalla piazza si trasferivano volentieri tra i banchi della cattedrale, come successe nel 1727, quando il tentativo del vescovo Emanuele Spinelli non fu coronato da successo perché la celebrazione del sinodo gli fu impedita in extremis dal popolo tumultuante, forse sobillato da elementi stessi del clero.
Carlo Sgombrini, originario di Ariola nella diocesi di Sant’Agata dei Goti, in provincia di Benevento, fu nominato vescovo di Catanzaro nel 1672, già settantenne. Trovò una città sicuramente molto religiosa, forte come era di 18 parrocchie, 11 conventi con altrettanti ordini monastici, 4 monasteri di clausura, 10 confraternite. Troppa grazia, forse, per un città di 8 mila abitanti, nella quale l’importanza anche economica della Chiesa era notevole e certamente fonte di preoccupazione per lo scrupoloso Sgombrini. Come anche la condotta morale del clero, sia maschile che femminile. Tanto che il Sinodo si vide costretto a confermare la ferrea disciplina operata nei confronti dei monasteri di clausura, soprattutto tra le monache di Santa Chiara, il cui parlatorio era diventato il centro dei pettegolezzi della vita cittadina.  C’era molto da fare per il Pastore. I catanzaresi erano sicuramente molto religiosi. Ma frequenti erano i casi in cui sulla fede si innestavano elementi pericolosi di superstizione se non deviazioni verso le pratiche magiche e di negromanzia (l’ultimo processo per stregoneria in Calabria, nel 1783 anno del grande terremoto, fu a carico di Cecilia Faragò,  accusata di avere cagionato la morte per sortilegio di un canonico di Soveria Simeri, alle porte di Catanzaro. Per la cronaca, la Faragò fu assolta).
Il testo introduttivo di mons. Cantisani, con un puntuale corredo di note, è ricco di altre notizie sulla vita religiose e civile della Catanzaro della seconda metà del Seicento, e, al di là delle notazioni di colore come quelle qui riportate, rende ragione del poderoso sforzo di sistemazione  normativa e pastorale operato da monsignor Semprini. Il quale, per non essere da meno del suo quasi coevo cardinale Federico Borromeo che nella finzione manzoniana richiamava il pavido don Abbondio ai suoi doveri sacerdotali, dedicava tutto un capitolo delle prescrizioni sinodali alla consapevolezza piena della missione cui il parroco è chiamato. Egli esercita “lo stesso ufficio del Pastore eterno che si è degnato di morire per il suo gregge”. Gli arcipreti e gli altri curati lo ricordino, “perchè, quando ilSignore verrà per chiederne conto, non li condanni in quanto pigri nel compiere il bene” (Synodus Cathacensis Diocesis, die 20ª. M. Maii 1677, caput V, 1)