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Domenica, 05 Luglio 2020

Il premio “Enzo Biagi” ad un giornalista calabrese “con la schiena dritta”

Antonio Ricchio, il giovane giornalista del “Corriere della Calabria”, ha ricevuto a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna), il  borgo che ha dato i natali a Enzo Biagi, il prestigioso  premio che ricorda uno dei maestri del giornalismo italiano.
Il  presidente della giuria  Sergio Zavoli, il capostruttura Rai3 Loris Mazzetti, il giornalista del Corriere della Sera Stefano Jesurum e il vincitore della precedente edizione del premio Giovanni Tizian si sono congratulati con Ricchio.

Giovanni Tizian ed Antonio Ricchio


Il perché il premio sia stato assegnato con scelta unanime   al giornalista calabrese,  lo hanno spiegato le figlie dell’indimenticabile Enzo Biagi,  Bice e Carla: “un giornalista con la schiena dritta che quotidianamente opera con professionalità in una terra difficile come è la Calabria”.
Ringraziando per l’attenzione ricevuta, Ricchio  ha citato una frase di Enzo Biagi: “La libertà è uno dei beni che gli uomini dovrebbero apprezzare di più. La libertà è come la poesia: non deve avere aggettivi. È libertà». Della sua terra in cui quotidianamente lavora con scrupolo professionale, Ricchio ha detto: “In Calabria  la libertà di stampa rischia di essere una mera enunciazione di principio. Un diritto schiacciato dall’arroganza del potere politico e dallo strapotere della ‘ndrangheta. Due mondi che si nutrono di omertà e che vedono nel giornalismo libero un nemico pericoloso esattamente come lo sono i magistrati, le forze dell’ordine, le associazioni impegnate contro le mafie”.
Il cronista ha dedicato il riconoscimento a tutti i colleghi del “Corriere della Calabria” e in particolare al suo direttore Paolo Pollichieni, “che – ha detto -  ringrazio per aver sempre creduto in me e per avermi concesso delle importanti opportunità. Una sua frase, in particolare, è la stella polare del mio lavoro quotidiano: Per fare i giornalisti bisogna avere rispetto dei lettori. Veri e propri compagni di viaggio con cui desidero condividere questo momento: senza dubbio, uno dei più belli e intensi della mia carriera”.
Il “Premio Enzo Biagi” è alla V edizione ed è stato  istituito dalla famiglia “per onorare l’opera e la memoria del giornalista e, in particolare, per ricordare la sua straordinaria passione e professionalità nel raccontare e scoprire la “cronaca” nelle vicende e spesso inaspettate articolazioni della società italiana”.
Il Premio è destinato a un giovane cronista per articoli pubblicati nel corso del 2012 su un quotidiano italiano di provincia. Nella precedente edizione il premio era stato assegnato a Giovanni Tizian, presente quest’anno nella giuria, assieme a Ferruccio de Bortoli, direttore del “Corriere della Sera”, Giangiacomo Schiavi, vicedirettore del “Corriere della Sera”, Antonio Padellaro, direttore de “Il Fatto Quotidiano”, Paolo Occhipinti, direttore editoriale Rcs Periodici, Stefano Jesurum del “Corriere della Sera”, Loris Mazzetti, capostruttura Rai3, Fabio Fazio, giornalista, autore e conduttore televisivo.
“Sono onorato – ci dice   Antonio Ricchio – e molto contento per il riconoscimento che mi è stato assegnato. Ricevere il premio istituito per ricordare uno dei maestri del giornalismo italiano mi riempie di orgoglio e allo stesso tempo mi carica di ulteriori responsabilità. Andrò avanti con l'umiltà di sempre e convinto che questo mestiere è una missione al pari dei medici che lavorano per salvare vite umane. La nostra è quella di informare sempre e comunque non piegandoci davanti ai potenti di turno. La dedica? Sicuramente all'intera redazione del Corriere della Calabria, settimanale che in poco tempo è riuscito a conquistare uno spazio di tutto rispetto nel mondo dell'editoria di questa regione. Questo riconoscimento ha per me ancora più valore,perché fare informazione nella nostra regione non è facile. La Calabria è una terra ricca di contraddizioni e problemi assai gravi che però spesso vengono attribuiti non a chi lo ha creati, ma a chi li racconta. Chi adempie a un dovere deontologico viene spesso tacciato di essere un "infame", secondo un linguaggio prettamente mafioso che però, a volte, non viene usato nei summit di 'ndrangheta bensì in alcuni ambienti politici”.