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Domenica, 05 Luglio 2020

E’ doppia la calabria di Mario Fortunato: idilliaca e solitaria

Fortunato ha ripristinato quel velo poetico che da secoli avvolge la Calabria e che molti, ignorandolo, hanno squarciato: terra vergine, primitiva, sacra. Terra che attrae in cerca degli dei, terra di rocce e di acqua, di personaggi mitici, di contadini Fortunato ha ripristinato quel velo poetico che da secoli avvolge la Calabria e che molti, ignorandolo, hanno squarciato: terra vergine, primitiva, sacra. Terra che attrae in cerca degli dei, terra di rocce e di acqua, di personaggi mitici, di contadini ascetici. Di ritorno alla fanciullezza.  Una “New Calabria” come la definisce l’autore stesso nel suo ultimo libro “L’Italia degli altri” (Neri Pozza).
L’Italia di Swinburne, Brydone, Keppel,Goethe, Alex de Tocqueville, Stendhal. E ancora di Gissing, Wharton, Twain. È l’Italia dei Grand Tour, stagione durata più di un secolo e conclusa con Norman Douglas e di cui Waugh tenta una casistica del viaggiatore nordeuropeo.
Ma ad attrarre grandi scrittori da Inghilterra, Germania e Francia erano soprattutto le coste dello Ionio, quella regione mitica della Magna Grecia e al contempo piegata dalle condizioni di vita materiali, durissime e feudali.
L’autore, nato a Cirò, s’ incammina in una profonda riscoperta della propria terra, attraverso i viaggi di Swinburne in Sicilia e Calabria tra il 1777 e il 1779, “La Grande Grèce” dell’archeologo francese Lenormant considerata dal meridionalista Isnardi  indispensabile  per  una rivelazione della Calabria a se stessa e al forestiero), i limerick (brevi poesie ricche di umorismo nonsense) composte dallo scrittore inglese Lear durante suoi viaggi nel Mezzogiorno; ma anche le opere di Maeterlinck, premio Nobel per la letteratura nel 1911 che viaggiò in Calabria negli anni ’20 del Novecento.
Affascinato dall’ “Old Calabria” dell’aristocratico Norman Douglas in cerca di “una palingenesi rintracciata nella vecchia Calabria dei piccoli centri sperduti, dalle fiumare riarse, dei giovani pastori dagli occhi languidi”, Mario Fortunato è in George Gissing che ha trovato, seppur lontana nel tempo,  una figura fraterna. “Sulle rive dello Ionio” nasce dal viaggio in Calabria del 1897 dello scrittore inglese, a sua volta frutto della passione per l’antichità classica, per la Magna Grecia, per il tempio del VI secolo a.C. dedicato a Hera Lacinia, la cui visita rimarrà un desiderio inarrestabile.
La Calabria degli altri, ma anche e soprattutto la Calabria di Mario Fortunato: una terra che si potrebbe definire altresì “doppia” per il controcanto che ne offre l’autore. Una terra erotica, idilliaca, preindustriale, che si rispecchia in un mondo da cui il giovane Fortunato sperava di fuggire, apparentemente solare, ma profondamente “severa e solitaria”. Così, tra memoria e saggistica, Fortunato intreccia la propria biografia con i luoghi più significativi d’Italia e i personaggi che ne hanno esplorato e creato l’identità, ponendo davanti al lettore sprazzi densi del suo vissuto che riassumono eventi importanti dal punto di vista umano e culturale:  gli  studi a Crotone, la prima esperienza sentimentale con un giovane norvegese attratto dall’ “Eden” italiano, l’incontro sul lago di Como con gli artisti Jimmie Durham e Alfredo Jaar. Concludendo con un ricco viaggio nella storia e nell’architettura dei giardini all’italiana e all’inglese e delle grandi ville che decorano il nostro paese, mostrando l’umile maestria con cui il più grande editore del ‘900, Giulio Einaudi, si prese cura del suo piccolo giardino inglese nella Sabina, che lo incantò a tal punto da passarci il resto della sua vita.

“L’Italia degli altri” di Mario Fortunato
Neri Pozza, 160 pagine, € 15,00