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Sabato, 15 Agosto 2020

Coletta, uomo del popolo e reggino

Il dettato del Coletta si tocca con la perdurante tradizione petrarchesca e con la poesia toscana d’impianto popolare. il che dimostra che non c’è nulla da  sprovincializzare della non provinciale letteratura calabrese. semmai, portando sgomen­to nelle anime urbano-centriche, si tratta Il dettato del Coletta si tocca con la perdurante tradizione petrarchesca e con la poesia toscana d’impianto popolare. il che dimostra che non c’è nulla da  sprovincializzare della non provinciale letteratura calabrese. semmai, portando sgomen­to nelle anime urbano-centriche, si tratta di provincializzarla, di ricondurla, cioè, dentro il recinto dei problemi della calabria senza voce.
Il mecenatismo e di conseguenza il letterato, che serve la corte, non hanno soluzione di continuità: dal ducato di Milano al regno di Napoli. Qui non pochi rimatori erano familiares degli Aragonesi, non pochi di loro ebbero incarichi pubblici e di governo ( F. Torraca, Rimatori napoletani del secolo XV, in F. Torraca, Discussioni e ricerche lette­rarie, Vigo 1888, p. 124). È  chiaro: la lingua latina rimaneva una lingua di pregio che rifulse negli scritti di Giovanni Pontano e Jacopo Sannazzaro. Ma non tutti i rimatori della Corte aragonese ne fecero lo strumento del loro esercizio di letteratura.
Pietro Jacopo De Gennaro, Giovanni Cantelmo, conte di Pepoli, Giu­liano Rustico de’ Per Leoni, detto Rustico romano, Francesco Galeota, il calabrese Coletta scelsero come strumento di comunicazione letteraria la lingua volgare, toccandosi con la perdurante tradizione petrarchesca e con la poesia toscana d’impianto popolare. Il che,  detto per inciso, a ulteriore dimostrazione  che non c’è nulla da  sprovincializzare della non provinciale letteratura calabrese. Semmai, portando sgomen­to   nelle anime urbano-centriche, si tratta di provincializzarla, di ricondurla, cioè, dentro il recinto dei problemi della Calabria senza voce.  Comunque, la testa la avevano per buona parte questi poeti dentro la  cultu­ra e la  lingua della comunità in cui vivevano ed operavano. Erano poeti che andavano verso il prelievo di contenuti popolareggianti e di modi linguistici popolari. Nulla di più. Non furono, non vollero, non poterono essere poeti del popolo. Non lo furono. Sul piano letterario la loro operazione fu ben complessa. Essi aspiravano a una “fusione di elementi letterari con altri popolareggianti, assunti come mezzi espres­sivi al fine di creare un’atmosfera di vivacità allusiva, quasi che un piz­zico di popolare e di dialettale, autorizzato dall’analogo comportamento dei poeti toscani, fosse una nuova linfa per il loro fare letterario” (M. Corti, Introduzione a P.J. De Gennaro, Rime e lettere, Bologna 1956, p. XIX). Dav­vero disgraziata fu la condizione dei rimatori calabresi, per lungo tempo ignorati e solo in epoca tarda recuperati alla conoscenza dal Mazzantini e dall’Ive. Conoscenza, però, non piena. Tale è il caso del Coletta o Colecta. Tale il caso di Joanne Maurello di cui  parleremo nel seguito di questa storia meridionalista della letteratura calabrese.
Di un Coletta dell’Amendolea in agro di Condofuri, Reggio Cala­bria, si ha testimonianza nel processo a carico dei baroni, che congiu­rarono contro Ferrante I d’Aragona. Furono sconfitti e condannati a morte. Fra quei congiurati fu pure Antonello De Petruciis, segretario “sigillatore e precettore de’ diritti del grande suggello reale” ( Ivi, p. 163).  Pagò la ribellione e la sconfitta con la decapitazione l’11 maggio 1487 insieme ai suoi due figli. La sentenza fu pronunciata il 15 novembre 1486, e alla lettura era presente il Coletta ( M. Mandalari, Rimatori napoletani del Quattrocento, Caserta 1885, p. IX.). Organizzare, in assenza di notizie storicamente verificate, l’identità tra il Coletta rimatore e il Coletta presente al processo è operazione poco raccomandabile. Ma dubbio alcuno non può esserci sull’anagrafe calabrese ( specificatamente reggina, come si vedrà) e sulle origini popolari del Poeta.
Giudichiamo dalle sue stesse parole. È lo stesso Coletta che forni­sce la notizia delle sue origini calabresi quando si dice “grosso ingegnio calabrese” (Io sto forte più che muro, v. 34). Né questo soltanto. In più, il “grosso ingegnio calabrese” ci offre, come dicono i giuristi, indizi sufficienti, concordanti, gravi per asserire la sua fondata origine reggi­na. Essi promanano tutti dai suoi testi nei quali fonetica e lessico sono in larga parte riconoscibili e identificabili come propri del dialetto di Reggio. In questa direzione una indiscussa inchiesta linguistica è stata condotta da Mario Mandalari prima e da Luigi  Accattatis poi. E, una volta di più, è il Coletta stesso a  soccorrerci  nel tentativo di definire la sua anagrafe sociale. Problema per nulla sfiorato dagli studiosi del poeta.
Come è noto, l’Umanesimo, al di fuori da ogni enfatico monoidei­smo, è stato flagellato dal fenomeno dei letterati, che nascevano con la livrea. Non possedevano assi ereditari. Non avevano vocazione per la vita militare. Di necessità, trovavano nelle corti il loro pane quotidiano. Con ogni evidenza, Coletta faceva parte della famosa schiera di letterati senza una potente famiglia alle spalle, e ne sentiva il peso, e avvertiva il morso delle polemiche, che, con molta probabilità, sottolineavano le sue umili origini sociali. E vi reagiva, lui che non era nato da lombi eccelsi, teorizzando che “non è sulo gentiluomo / quillo che nasce gen­tile / non le basta avere lo nomo / si li fatte soi so’ vili” (Io sto forte più che muro, vv. 21-24). Guido Guinizelli, gli stilnovisti, Dante lo avevano preceduto in questa rivendicazione.
Coletta è quasi del tutto riversato nella tradizione della poesia popo­lare adespota nella quale abbondano le canzoni di amore e le canzoni di sdegno. C’è subito da dire, però,  che non c’è scampo per la donna sia nelle canzoni di amore sia nelle canzoni di sdegno. Ella è sempre oggetto dell’uomo che la desidera. Ed è l’uomo che decide la sua natura: angelo o strega, secondo che accolga o respinga.
Coletta mutila la poesia adespota delle canzoni popolari, cioè ne pre­leva solo le canzoni di sdegno, come se egli fosse uscito intossicato dalle braccia di una donna. L’amore, che poteva esserci, non è che ru­more di catene. Nel suo mirino non c’è solo la donna, “crudele Signo­ra”, che non lo ama, e contro la quale invoca la morte, solo di questo essendo meritevole. Ci sono tutte le donne, il genere femminile infetto, l’ambiguo malanno dei tragici greci: tutte “crude, falce rey”. L’uscita è verso la misoginia, che s’inviperisce anche di spiriti antisemitici. Le donne ingrate del Coletta sono di stirpe ebrea, adoratrici della Torà. Ma è chiaro che questa misoginia non è dote culturale del solo  Coletta. È la misoginia dei Padri della Chiesa, del pensiero greco, della cultura mediterranea, della cultura contadina. Il “grosso ingegnio calabrese”, che anche in questo si manifesta schiettamente calabrese, ne è l’altoparlante invettivo senza nessuna concessione all’ironia e al sarcasmo.
Giudica bene Maria Corti quando scrive che il Coletta è un “poeta che si distingue fra gli altri [De Jennaro, Galeota] per la rudezza espres­siva, per la forza che in lui assumono gli oggetti in una strategia violenta delle immagini, sicché pare vi sia un incontro naturale fra la sua poesia e l’elemento popolaresco più autentico” ( M. Corti, Introduzione a Pietro Jacopo De Jennaro, cit. p. XXI.). Non è tutto, in ogni  caso… Quella  sua “rudezza espressiva”, quella  sua “strategia violenta delle immagini” ri­formano il genere strambotto nei cui recinti il Coletta viene depositato. Poiché anche qui vi è una mutilazione, ovvero l’ eliminazione dell’elemento satirico, che nello strambotto non può mancare. E, a dir vero, non tutta la poesia del Coletta corrisponde all’ onnicomprensiva connota­zione della Corti. La quale, poi, non senza contraddizione irriflessa, scrive che alla “violenza espressiva fa da controbilanciamento una discorsività sentenziosa, per cui egli è capace di alternare all’invettiva una serie di proverbi, il che pure ben si addice a modi poetici popolareschi” ( Ibidem, p. XXI).

Da che cosa, però, questo controbilanciamento?

L’ amore per il Coletta è sempre conflitto. Ma non è sempre lo stesso conflitto. Non è sempre il conflitto implacabile della ricercata e mancata unione di due anime che conduce all’esasperazionedel sentimento cruc­ciato e della parola che schiaffeggia. Si muta in conflitto represso attra­verso la conquista d’ un orizzonte meno animoso da cui si guarda all’amore passionale con una sorta di disprezzo per l’altra e di autocritica ironia per sé. Ritornano in vita l’energia del pensiero e la forza della vo­lontà. Comincia il viaggio di liberazione dall’infezione dello spirito. Il fuoco inizia a spegnersi nelle formule consolatorie della cultura popola­re, e il Poeta potrà scrivere: “divello a quanti so’ che no llo sanno / e che me se dà a mme se tu non m’ame / Né mo né mai, dice Cola De Trane”. Ed è  soltanto fuori dall’universo femminile e dalla sua terri­bile attrazione che  Coletta riesce a diminuire fino a farla sparire la violenza espressiva dei suoi versi per cedere al ricamo di scenette argute, come quelle in cui sono protagonisti donne del popolo e frati, che cercano l’elemosina. Aveva più corde al suo arco il “grosso ingegnio calabrese” e sapeva tutte bene scagliarle. È poeta sempre. Poeta anche dell’angoscia sociale, come nel canto marinaresco “De dolore mende aucio / quan­do sento dire ayossa”,  del lavoro schiavizzato sulle galee catalane dove, senza speranza d’ un migliore dì, sta piegata e piagata la poveraglia umana. Ma non fu mai poeta della gioia e del sorriso. Solo d’ una fulminea e condiscendente ironia.
Vorrei, infine, ricordare che Antonio Piromalli, il maestro di tutti gli studiosi di letteratura calabrese, ha più volte sostenuto che si possa davve­ro parlare di una linea della letteratura calabrese soltanto a partire dal Sei­cento. Mi permetto di notare che, sia pure in maniera non organica, un rapporto tra società calabrese e letteratura è già presente nei primi testi letterari del Quattrocento, come documentano gli strambotti di Coletta, curvati in qualche modo dalla parte della denuncia delle aspre condizioni di vita delle plebi meridionali. Non nelle condizioni di vita, ma nei costu­mi del popolo calabrese si manifesta il contatto tra letteratura e società nel Lamento per la morte di don Enrico d’Aragona di Giovanni Maurello. Ma di questo alla prossima puntata.