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Venerdì, 18 Settembre 2020

Da solo sulla luna. Guido Morselli e la “sua” Calabria…

Nel centenario della sua nascita, va ricordato l’esilio calabrese dello  scrittore, “suicida per amore della vita”, che inizia nel ‘43. A Catanzaro ammira la bellezza delle sue donne. Le assonanze con Pavese.

Fu lieta sorpresa quando lessi  vent’anni fa il Diario di Guido Morselli, trovandovi  da subito un’ideale corrispondenza con   Il mestiere di vivere  di Cesare Pavese che  fu confinato a Brancaleone  dall’agosto 1935  al marzo 1936.

Guido Morselli


Molte delle pagine diaristiche  e non solo  di Morselli sono scritte in Calabria   e coprono il periodo del suo soggiorno in qualità di ufficiale sulle alture di Timpone Mannella prima e  Catanzaro poi.
Il soggiorno nei Mari del Sud, apparentemente tedioso e monotono ,favorisce in entrambi il  dispiegarsi delle note di quel “ diario” che costituirà non solo  il giornale dell’anima ma anche e soprattutto il giornale dell’opera in fieri, divenendo di fatto paradigma di riferimento per ogni approccio  di un’oggettiva interpretazione delle loro pagine.
Un deposito calabrese che si lasciava amorevolmente saccheggiare dando spunto in Morselli a molti dei motivi dominanti i romanzi tracciando una sorta di unità di ispirazione. Ripetuti flash-back memoriali calabresi che altro non sono che sedimentazioni stratificate di esperienze, di emozioni ,  di idee annotate nel terribile esilio del Sud.
Rileggere Morselli, nel  centenario della sua nascita, con una  lente calabrese aiuta forse a meglio capire i germi  innovatori che la sua scrittura controcorrente e fantasiosa riuscì ad esprimere, facendo di lui uno scrittore certamente irriverente, talora irritante, irregolare e trasgressivo in alcuni passaggi . Il suo narrare scavava nei risvolti più  segreti e nascosti dell’uomo, sfoderando una eccezionale potenza inventiva e creatrice, mettendo in luce vizi e deformazioni della vita sociale, manipolando il gioco della storia, rovesciando gli schemi tradizionali , inventando un diverso gioco delle possibilità.

Lo scrittore arriva in Calabria ad inizio  aprile 1943, in forza come ufficiale al 114° Reggimento di  fanteria di Catanzaro. Scrive  al padre in una lettera del  7 aprile 1943:

“ Caro Papà , quello che ti ho segnato è il mio indirizzo militare. Potete usarlo per l’invio della corrispondenza mentre per pacchi e pacchetti eventuali credo più opportuno che indirizziate presso il farmacista Giampà. Mi dispiace di avervi  disturbati con i miei appelli per le sigarette .(…)  Io sono ancora a Catanzaro, all’Albergo Moderno e ci resterò  sino a quando il comando del reggimento  si trasferirà.(…) La mensa è qui in albergo, ed è discreta. Il mio appetito è molto buono e per adesso lievemente  sproporzionato alle… disponibilità. Mi  aggiusto alla meglio, con quel che ho portato da casa. La città è come può essere. Clima fresco, non meno che a Varese e forse più: per adesso . Oggi e ieri è piovuto, con mia grande consolazione., Vi ho dato mie notizie per esteso. A voi , ora .

    Ti saluto , caro Papà, con il più devoto e riconoscente affetto . Tuo Guido .”

In un’altra lettera  al padre  datata  12 aprile 1943 scrive : “Caro Papà , qui nessuna novità. Continuo la solita vita. Ti scrivo  ( sono le 14) dalla mia camera, di cui sono molto soddisfatto. I luoghi sono veramente belli: e ciò è  per me un dato di fondamentale importanza.(…) E’ un paese, questo, ventosissimo. Al paragone , le bufere varesine ben note, sono un’inezia. Tira vento in permanenza: dacché son qui( va per i dieci giorni) non ha ancora smesso. Affettuosissimi pensieri a tutti voi, dall’affezionatissimo Guido :”

Molto intenso il ricordo  della madre  Maria Bruna Bassi che traggo  dalla biografia per  immagini , curata per Rizzoli da Valentina Fortichiari, massima esperta  dell’opera dello scrittore e attuale  addetta stampa della Longanesi :

    “Nel ’43  durante il servizio militare è inviato in Calabria e vi rimane per quasi tre anni, diviso dalla famiglia , senza poter dare, né ricevere notizie. Dopo lungo peregrinare coi suoi soldati, nell’inferno di quei drammatici momenti, lasciò l’esercito   e trovò alloggio a Catanzaro  presso un’amabile vecchietta , la signora Gigetta, che divideva con lui i miseri pasti. Cercò di dare lezioni  d’inglese  e trovò qualche anima pia disposta a prenderle, ma era la miseria. Non aveva abiti civili; un giorno sprofondando di vergogna, riuscì a vendere la spazzola per i panni: non aveva altro, solo i suoi libri aveva conservato. Infatti trovava modo di studiare e di scrivere. Lì incominciò Realismo e fantasia. Era legato alla sua ospite da grande affetto,  si scriveranno fino alla morte  di lei ; anch’io serbo  molte sue lettere commoventi .( …) Tornò a casa nel giugno del’45 attraversando l’Italia sconvolta, sul tetto di un camion carico di “ cocci” . “

Durante  l’esilio calabrese Morselli  scrive molto. Il Diario contiene larghi stralci  del romanzo Uomini e  amori, sua prima prova letteraria importante , in parte autobiografica , pubblicato postumo come quasi tutta la sua opera dalla casa editrice Adelphi.

Sul diario annota pure  espressioni dialettali che ritorneranno   più volte nel romanzo, le cui  ultime cento pagine  sono interamente ambientate in terra calabrese .

Il vivere nella città di Catanzaro gli dà la possibilità di  ammirare la bellezza delle sue donne .  Annota sul Diario in data 28 maggio 1945 :
Stamane abbiamo parlato per più di un’ora , seduti a fianco a fianco . E’ certo tra le più belle di C. Non ho mai osservato in un’altra uno sguardo più luminoso, più fondo , più carezzevole”.
“Il richiamo dei venditori di more per le vie di Catanzaro: “Mura , mora! Megghiu fara l’amure e nun morire!”


Ma non mancano le note ironiche di chi   è osservatore attento di usi e costumi :
“Alla morte dei due mariti in casa V. si precipitarono gli amici e i parenti alla caccia dei vestiti (“costumi”), scarpe, vasellame e di ogni altra cosa che si potesse arraffare, spartire , portare via senza indugio : “Per la buon’anima di  Don Ciccio!” “ Per la pace di Don Totò “. A distanza di due anni l’amara consolazione delle due vedove pentite troppo tardi di quella loro beneficienza troppo generosa, era di mettersi al balcone le giornate di festa e vedere sfilare il vicinato, una metà del quale era vestito e calzato con la roba uscita dai loro cassoni e armadi”.

Accennavo  all’inizio di assonanze  tra  il  Pavese  e il  Morselli. Nel romanzo Uomini e amori entra in scena   Marirò, trent’anni, dall’aspetto ferino come la Concia del Carcere  di Cesare Pavese. La donna ha quattro figli e un marito d’origine albanese, scappato  in America per sfuggire al richiamo sotto le armi. Si concede al protagonista del romanzo e continua a fissarlo “con uno sguardo in cui non v’era nulla d’inverecondo, ma un’esaltazione carezzevole e ansiosa . Cambria, seduto sulla soglia ,beveva dalla ciotola il latte e addentava la castagnizza che la donna gli aveva  offerto osservando l’origano  che fioriva in due grate ai lati della porta  e che le altre volte non aveva veduto. Ritornò quasi ogni giorno. Se lui la chiamava dentro la casa ( un sedile di pietra , quattro sassi squadrati per focolare e la terra per impiantito ), Marirò gli diceva : “Lego la capra”,, oppure : “Vado a prendere l’acqua da farti bere, e vengo”.
Morselli- Cambria decise di farle un ritratto, nel contesto selvaggio delle alte felci e dei castagni, intitolato Malinconia di Calabria. Ottenne che lei, vincendo la vergogna  “si tenesse dischiuso il corpetto e con la mano porgesse la mammella, turgida di latte , perché al vaccarizzo ella aveva altri tre figlioli l’ultimo dei quali spoppato di fresco. Marirò aveva avuto il potere di rimettergli in mente il lavoro, dopo mesi di oblio. Da quel giorno, ogni pomeriggio , arrivato lassù Cambria collocava il suo cavalletto e Marirò  si disponeva docile in posa: felice se lui , interrompendosi per riposare,  le si avvicinava e le carezzava i capelli dalla tinta opaca, lanosi , o la mammella che lei reggeva intenta, e che dalla mano le traboccava."

Una maternità amorosa e dolente, similealle tante donne incontrate   e che fa scrivere a Morselli :
“Nei tratti di Marirò tu hai   espresso la malinconia di questo paese, che la violenza del sole non riesce a diminuire. Queste genti mediterranee, immensamente diverse da noi, a dispetto delle convenzioni amministrative, sono una razza segregata, decaduta , mortificata. Questi pescatori,  questi montanari , sulle rive del loro mare illustre, sono i custodi di un mondo di memorie. Le loro  città non sono le sporche cittaduzze che tu e io conosciamo : sono quelle che la malaria aveva  spopolato già venti secoli fa e che la sabbia e le onde hanno inghiottito, ma delle quali rimane qualche frontone, qualche colonna lungo le spiagge, come le invasioni barbariche e le incursioni barbaresche non hanno cancellato del tutto, dai volti e dalla parlata , i segni della nobiltà originaria.”

Lo scrittore  si tolse la vita nell’agosto  del 1973. In una pagina del diario calabrese scrisse in data 18 gennaio 1945 :”Suicida per amore della vita .”

 Un pensiero che lo tormenterà  a lungo al punto da scrivere, sempre nel Diario : “Meglio  la morte che una vita  amara, e il riposo eterno che un continuo dolore .”