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Mercoledì, 12 Agosto 2020

Aristippo alla corte poliglotta dei normanni

L’ingresso dei Normanni nell’Italia meridionale, in Calabria, in Sicilia, nei primi decenni del secolo XII, cammina sulla forza fresca e avventurosa di più bande e di più capi, e al di fuori di un progetto politico consapevole e definito. Ma L’ingresso dei Normanni nell’Italia meridionale, in Calabria, in Sicilia, nei primi decenni del secolo XII, cammina sulla forza fresca e avventurosa di più bande e di più capi, e al di fuori di un progetto politico consapevole e definito. Ma non è che il punto di partenza. Con il 1130, quando nella notte di Natale, nella festosa cattedrale di Palermo, Ruggero II, ad appena trentacinque anni, viene solennemente incoronato re di Sicilia, benedicente l’antipapa Anacleto II, l’avventura è da un pezzo finita, e il quadro di partenza è stato interamente capovolto. Una monarchia unitariae unificatrice dell’Italia meridionale e della Sicilia metteva fine al frazionamento territoriale, politico e militare, che prima le aveva contrassegnate, portandosi addosso la dominazione araba, bizantina e longobarda. La Calabria torna ad essere una dépendance della Sicilia, dove la molteplicità culturale era, più che tollerata, incoraggiata. Più lingue si parlavano in Palermo: il greco, il latino, l’arabo, il francese. Più culture coesistevano, l’una accanto all’altra, e nessuna dominante : la cultura araba, la cultura greca, la cultura latina. Non nell’epica locale, che difatti non viene promossa, ma nella storia i re normanni cercano la monumentalizzazione delle loro imprese. Tace la poesia che non sia in lingua araba, vince l’erudizione, e al “latino, riconosciuto non tanto come mezzo d’espressione nazionale, quanto come lingua sopranazionale della cultura in Occidente [i re normanni] hanno […] consegnato […] la funzione di conservare alla memoria collettiva la storia delle loro imprese” talché “tutta latina è la loro storiografia”( A. Roncaglia,  Il letterato e le istituzioni, Vol. I, Einaudi, Torino 1952, pag. 38).

Ci sono dubbi, non certezze sulle discusse origini calabresi di Ugo Falcando, autore  del Liber de regno Siciliae ( Libro del Regno di Sicilia), e indubbiamente il più grande dei cronisti dell’epoca normanna. E dubbi ci sono ancora su un predicatore eccelso, qual fu Teofane Cerameo. Diverso è il caso di  ARISTIPPO.

Per la gran parte la vita di Aristippo è avvolta nel mistero che ipotesi, da più parti avanzate, anche se ben ragionate, non hanno contribuito a squarciare in modo soddisfacente. E’ certo che nacque a Santa Severina di Catanzaro, ma nessuna notizia sicura abbiamo dell’anno di sua nascita. E’ da supporre che si attrezzò nello studio del greco e  del latino presso i monaci brasiliani, ma anche in questa direzione la certezza manca. Giovanni da Salisbury c’informa altezzoso e superbo nel suo Metalogicus di aver conosciuto e frequentato Aristippo, natione Severitanus( di Santa Severina), gravis interpres (profondo interprete), grammaticus (grammatico), mentre si tratteneva nelle Puglie al fine di perfezionare il greco suo. Aggiunge che eloquente fu, fuori da ogni dubbio, Aristippo, ma non molto fermo nella conoscenza delle strutture linguistiche del greco. Impegnato. qual è,  a giudicare e  limitare l’erudito di Santa Severina, il grande podista inglese , che numerose volte aveva affrontato e superati i freddi  valichi alpini e camminato aveva per Apulias insaziabilmente, dimentica di dire quello che sarebbe stato estremamente utile: il tempo della frequentazione di Aristippo in Puglia e, con ogni evidenza, a Benevento.

E’ con la nomina  ad arcidiacono di Catania nel 1155 che la  vita  di Aristippo esce dall’ombra dei dubbi alla luce della documentazione storica. Vita di studi, non dissociata dall’esercizio di funzioni politiche che i re normanni non negavano agli intellettuali. Presso i Normanni la figura tipo è quella dell’intellettuale, che fa anche politica. Sarà Federico II a spezzare questa  questo intreccio e questa tradizione. Ed è il caso di Arstippo il quale responsabilità politiche nette e di rilievo ebbe. Guglielmo I,dopo l’uccisione del grande ammiraglio Maione, avvenuta nel 1160, lo vuole accanto a sé per trattare segretamente gli affari dello stato, come significa nel Liber de Regno Siciliae  Ugo Falcando, testimone e scrittore sincrono del regno di Sicilia sotto Guglielmo I, detto il Malo e Guglielmo II, detto il   Buono.

Che Aristippo non fosse fatto per l’arte dura del governo in quella corte palermitana, brulicante di sospetti, di congiure, di rivolte, l’energico cronista capisce subito. Lo dice mansuetissimi virum ingenii ( uomo di indole mitissima). La estrema mitezza dell’indole, però non gli evitò l’odio del re Guglielmo il Malo, che lo sospettava di avere partecipato alla congiura che lo sorprese tremante e implorante nella reggia di Palermo. Né gli evitò, come accade quando si vuole che l’imputato non possa difendersi, l’accusa d’ aver trattenuto in casa sua alcune giovani donne del Palazzo per tutti i giorni  in cui Guglielmo il Malo fu in mano dei congiurati. Da quell’odio e da quell’accusa Aristippo non si sarebbe più liberato.

Era tra quelli, nel 1162, che accompagnavano Guglielmo I verso la Puglia che si era ribellata. In Puglia Aristippo non giunse. Fu arrestato per ordine del re e ricondotto a Palermo: qui, in carcere, dopo non molto tempo ebbe fine la sua infelicità  e la su esistenza.

Tam latinis quam graecis eruditus ( erudito tanto nelle lettere latine che in quelle greche) per il Falcando, Aristippo è animatore e protagonista eccezionale nella Sicilia normanna di una “importante attività traduttoria”( A. De Stefano, La cultura in Sicilia nel periodo normanno, F. Ciuni, Palermo 1938, pag. 151)  di testi fondamentali della cultura greca la quale “non era affatto morta e poteva fondarsi su cospicue biblioteche, arricchite dall’attività di copisti locali ma anche da libri provenienti dall’Oriente” ( A. Varvaro, Il regno normanno- svevo, in Letteratura italiana- Storia e geografia- L’età medievale, Vol I., Einaudi, Torino, pag. 84).

Le “cospicue biblioteche” ebbero in Aristippo un frequentatore non inerte e contemplativo, ma un traduttore infaticabile e puntuale, capace di restituire all’ originaria lezione gli scrittori greci che gli Arabi, pur meritevoli, avevano gustato e resi qualche volta monchi. Tradusse dal greco in latino per il pubblico colto della Corte normanna e pere  lo stesso re Guglielmo  i libri Gregorio Nazanzieno, per il feroce e dotto Maione e l’arcivescovo Ugo di Palermo le Vite dei filosofi di Diogene Laerzio, la Meccanica di Erone, l’Ottica e la Catottrica di Euclide.

Allungò sicuro e ardito lo sguardo sino ad Aristotele, e tradusse il quarto libro della Meteorologia, aprendo così un’ariosa finestra sulla conoscenza della fisica aristotelica. E “rivelazione di prima grandezza per la cultura occidentale”( A. Roncaglia, cit., pag. 103)  la traduzione del Menone (1154) e del Fedone (1156) di Platone, che era come seppellito e muto sotto la grave mole dell’indiscusso e indiscutibile pensiero filosofico di Aristotele. L’ Almagesto di Claudio Tolomeo, il cui nome correva per tutta l’Europa, poté essere tradotto in latino grazie ad Aristippo, che  quell’opera portò da Costantinopoli, nel 1158, come dono dell’imperatore Manuele I, sconfitto dai Normanni in quello stesso anno, al re Guglielmo I con il quale aveva fatto pace. Se si pensa che la traduzione dell’opera fu completata nel 1160 e che da quell’anno iniziano le inquietudini di governo e le disgrazie di Aristippo, non pare che egli possa essere associato al lavoro di traduzione dell’Almagesto dal greco al latino. Traduzione, invece, che viene attribuita ad Eugenio l’Emiro, il quale aveva di già tradotto l’Ottica di Tolomeo: ma dall’arabo, e con la rinuncia in taluni luoghi alla traduzione letterale, de verbo ad verbum, parola per parola.

La traduzione letterale  fu propria di Aristippo. Era in questione un metodo, che nasceva da un rapporto riverenziale con il testo: né lo si abbreviava né lo si coloriva. La fedeltà era massima e assumeva la preziosa qualità dello scrupolo scientifico. E per questo verso il traduttore Aristippo fu sino al Petrarca maestro apprezzato e imitato. Come tutti i calabresi che si elevano, ebbe come destino  persecuzione, carcerazione e morte.