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Domenica, 20 Settembre 2020

Il Mediterraneo che salva l’Europa

Come e perché? Lo spiega il politologo tedesco Claus Leggewie nel libro appena uscito  in Germania: “Zukunft im Süden”. Che  in tedesco significa “Futuro al Sud”. Pubblicato in questi giorni (edizioni Körber-Stiftung),  ancor prima di essere tradotto nei paesi più Come e perché? Lo spiega il politologo tedesco Claus Leggewie nel libro appena uscito  in Germania: “Zukunft im Süden”. Che  in tedesco significa “Futuro al Sud”. Pubblicato in questi giorni (edizioni Körber-Stiftung),  ancor prima di essere tradotto nei paesi più interessati all’argomento trattato, sta suscitando un grande dibattito in tutta Europa.

Il politologo Claus Leggewie autore del libro: "Zukunft im Süden" ("Futuro al Sud")


L’autore Claus Leggewie,  politologo di fama internazionale, sostiene che il futuro è dei  "Pigs", un termine che in inglese significa maiali, ma che viene usato, in senso un po’ dispregiativo, negli ambienti economici europei, come acronimo per indicare  i paesi meridionali di Eurolandia, considerati il ventre molle dell'Unione monetaria. P sta per Portogallo, I per Italia, G per Grecia, S per Spagna. Alle tesi di Leggewie, che è direttore dell'istituto di scienze sociali di Essen e professore alla  Paris-X e alla New York University,  ha dato ampio risalto il “Financial Times Deutschland”, con un ampio servizio dal titolo “ Europas Zukunft liegt im Süden” , “ Il futuro dell'Europa si trova nel sud “, mentre in Italia se ne sono  interessati, promuovendo un ampio dibattito, la rivista on line Reset.it e “la Repubblica” che ha pubblicato una sintesi del testo di Leggewie.  Nel suo libro, il politologo tedesco, parte dalla considerazione che dopola crisi greca e la contraddittoria primavera araba, il bacino mediterraneo, nell’opinione comune, è considerato una fonte inesauribile di problemi, più di prima. Ma, assicura,  è invece è proprio lì che l'Ue può trovare nuove prospettive e salvezza per il suo futuro. Oggi, dice l’autore di       “ Zukunft im Süden “ , molti vorrebbero liberarsi, il prima possibile, da paesi come Portogallo, Italia, Grecia e Spagna e, in alcune di queste nazioni, il corrispettivo stato d’animo è di andare via da Bruxelles. A ciò si aggiungono i rischi per la sicurezza dell’Europa, che provengono dal terrorismo islamico, dalla crisi  dell’euro e dalle ondate di profughi che attraversano il Mediterraneo. Tutte cose che vanno prese sul serio, dice Claus Leggewie, ma è risaputo, aggiunge, che la paura non è buona consigliera. “Più utile sarebbe fare un bilancio oggettivo dello stato in cui versa l’area mediterranea, poiché in esso – come in ogni stato di crisi – si celano anche grandi possibilità di innovazione. Se all’apice della loro espansione imperiale su tutte le coste del Mediterraneo, i romani chiamavano “Mare nostrum” quello che a quel punto era diventato il “loro” mare “interno”, oggi – sostiene il politologo -  senza imperialismi o ottuse ambizioni di sfruttamento, “mare nostro”, dovrebbe invece significare riabilitare il Sud, come nucleo storico d’Europa, in cui insediare un progetto di sviluppo e di pace duraturo e al passo con i tempi.

Il muro di Berlino non è crollato per poi essere ricostruito a ridosso dei paesi del Mediterraneo.
Leggewie individua alcuni campi d’intervento, prioritari e facilmente conciliabili, per spostare a Sud il futuro dell’Europa. Partire da un’unione energetica che accomuni l’Europa nord-occidentale, l’area mediterranea e l’Africa subsahariana; una sorta di Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (Ceca) del nostro tempo, in grado di generare processi di integrazione per l’intera regione, proprio come la Ceca degli anni cinquanta svolse un ruolo fondamentale nella creazione di un “nucleo” integrato europeo. Una simile comunità renderebbe obsoleti tanto gli oligopoli dell’energia nel nord quanto i regimi redditieri del sud. Serve inoltre, secondo Leggewie, una revisione della ripartizione economica del lavoro e degli spostamenti demografici tra nord e sud, che assicuri un lavoro dignitoso per tutti e una giustizia sociale che superi i confini nazionali. “ Il Nord Europa ha bisogno di immigrati e dovrebbe accoglierli e, nel 1989,  il muro di Berlino – scrive  Leggewie -  non è crollato per essere ricostruito a ridosso del Mediterraneo”. Il politologo, critica quello che definisce turismo dozzinale che inonda attualmente il Mediterraneo, mentre, sostiene, occorrerebbe  il passaggio a un turismo di massa economicamente efficiente e sostenibile dal punto di vista sociale e ambientale. Qualcosa, insomma, secondo Leggewie, che dall’inconsapevole bagno di sole si trasformi in rispettoso incontro tra culture. Una cosa senz’altro possibile e che sarebbe utile all’Europa che sembra avere scelto la strada di “ risparmiare fino alla morte o crescere fino a esplodere”.

L’idea di un’Unione Mediterranea rinnovata
Gli ambiti citati a titolo di esempio, per favorire la crescita, come l’unione energetica, il commercio equo, il turismo a basso impatto e una comunità di apprendimento interculturale, devono poter  confluire, a parere di Leggewie, a promuovere integrazione e a rilanciare l’idea di un’Unione Mediterranea rinnovata, che possa fungere da modello per un assetto federativo e sub regionale in Europa, trascendendo le frontiere dell’attuale Unione Europea. “ A un’Europa Unita – sostiene  lo studioso - servono centri forti e periferie effervescenti, legati da unioni federali sub regionali”. Embrioni di unioni di questo tipo sono, per esempio, l’informale Unione del Mar Baltico, tra stati baltici e scandinavi, Polonia e Germania, oppure l’Unione Alpi-Adriatico (con l’Austria, l’Italia e la Slovenia), o ancora l’Unione balcanica e la partnership privilegiata dell’UE con la Russia e la Turchia. “Unicamente seguendo questa strada - conclude Claus Leggewie - possono nascere una società e un’opinione pubblica europea diversificata, una genuina cittadinanza europea e uno Stato sovrano sopranazionale capace di presentarsi come attore globale: è questo che il mondo si aspetta, dopo anni di euroscetticismo e retorica della crisi. È un’Europa che realizzi l’alternativa politica all’imperialismo delle materie prime dell’autocrazia cinese, all’autodistruzione ideologica delle superpotenze in recessione – gli Stati Uniti e la Russia – al predominio disastroso di attori finanziari ormai fuori controllo e alla minaccia crescente rappresentata da quegli imprenditori politici della violenza che si agitano in molti stati falliti”.