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Domenica, 20 Settembre 2020

Dal carcere all'Oscar. Striano si racconta

Dopo il successo di “Gomorra, è candidato all’Oscar per “Cesare deve Morire. Ora è a Reggio (nella foto di A. Sapone, Salvatore Striano), per girare un film nelle celle del carcere di San Pietro. Ma non dimentica gli anni di malavita e di detenzione. La sua è una storia molto forte, che sta facendo il giro delle carceri calabresi, perché diventino cassa di risonanza del riscatto, possibile.

Salvatore Striano intervistato da Valeria Bellantoni. Foto di Adriana Sapone


Spiega Salvatore Striano: “Non so da dove iniziare se non dalla cella in cui mi trovavo. Io nasco nei vicoli dei Quartieri Spagnoli di Napoli. La mia storia inizia là. Ed è lì che mi perdo, perché spesso lo Stato è assente ed il crimine la fa da padrone. Inizio da piccolo a vendere sigarette di contrabbando e a portare gli americani dalle prostitute. A dodici anni rientravo a casa alle cinque di mattina. Per un bambino vivere la notte è già qualcosa di sconvolgente di per sé, figuriamoci in quei vicoli. A quattordici anni conosco la cocaina”.

La cocaina ti faceva sentire più forte?
Agivo d’istinto, ero di facile plagio, non m sentivo più forte ma vedevo gli altri, quelli più grandi, più  forti. Seguivo loro e più crescevo e più li seguivo. Fino a quando non ho cominciato a prendere denunce su denunce. E così a 14 anni è iniziato anche il carcere, da cui entravo ed uscivo continuamente. Crescendo ho accumulato denunce per associazione, per detenzione di armi. La mia carriera criminale iniziava a peggiorare ed a lasciarmi segni sempre più profondi.

Ne hai sofferto molto?
Tantissimo. Ho iniziato ad avere paura, mi sono sentito coinvolto in cose molto più grandi di me. Rischiavo grosso. A 23 anni sono scappato in Spagna a nascondermi perché su di me gravavano dei mandati di cattura, ma sono stato beccato dopo tre anni e mezzo, circa.

Come hai vissuto in Spagna nascosto?
I primi due anni neanche tanto nascosto perché c’erano delle leggi che impedivano di venirmi a prendere. Vivevo come un libero cittadino. Poi la legge è cambiata e potevano arrestarmi. Ho iniziato a nascondermi. Mi hanno arrestato e sono stato un anno e mezzo in carcere a Madrid. Mi opponevo all’estradizione perché lì stavo bene.

È differente la realtà carceraria spagnola rispetto a quella italiana?
Si, perché in Spagna hanno molto rispetto della famiglia nel senso che mi permettevano una volta al mese di fare l’amore con mia moglie. Ci sono delle stanze con camera da letto e bagno. Come una casa. Avevo la mia privacy, nessuno origliava, nessuno controllava. Consumavo la mia intimità nella tranquillità più assoluta.  E questo mi permetteva di restare unito alla persona che amavo.

Quindi nel frattempo ti sei pure sposato?
Si, nel ’95. L’avevo conosciuta quando lei aveva 14 anni. Appena ne ha compiuti 18 l’ho sposata.

Lei  non ha avuto paura di sposarti?
No perché era innamorata ed era piccola. Al Sud succede. I guai si fanno da piccoli e poi si cresce, si diventa grandi e si vive di rimorsi e di pentimenti.

Lesperienza in carcere, prima della svolta, comera?
Il carcere è un luogo infame. Fino a quando non ho conosciuto l’altra faccia del carcere, Io l’ho sempre definito un supermercato del crimine. Nel senso che tu entri per un reato e ne incontri mille. Te li raccontano, te li spiegano. Quasi diventi un laureato del crimine, un uomo di strada che si professionalizza. Quello che ti spiega come si fanno le rapine in banca, quello che ti spiega come si taglia la droga e quello che ti dice come si ammazza una persona. Ti formano.

Quindi, secondo te, la funzione rieducativa della pena non esiste?
In alcune circostanze può accadere. Ma oggi il sistema non riesce a rieducare. Che poi la parole rieducare è sbagliata di per sé. I carcerati non sono male educati. Hanno commesso degli errori ed hanno bisogno di una revisione critica, è diverso. Bisognerebbe permettere che entrino strumenti e attività. Le stesse aziende dovrebbero accedere, per cercare in carcere i nuovi lavoratori del futuro. Il lavoro mette una persona in ginocchio e cosi può scattare la revisione critica. Ma questa in Italia è merce rara, perché ci sono solo due o tre istituti che lo fanno.

Però tu hai conosciuto il teatro proprio in carcere, a Rebibbia.
Un ergastolano un giorno è venuto nella mia cella e mi ha consegnato un copione. L’ho letto e, uso una metafora, mi sono staccato da me,  mi sono visto e mi sono spaventato. Il personaggio era molto più bello di me. Ed ho pensato che non volevo essere più Sasà, ma una nuova persona.  Ho sentito accendersi in me nuovi sentimenti. Emozioni di gioia, di speranza, che hanno preso il posto della paura, dell’angoscia e della solitudine. C’è stato tutto un gioco interiore e alla fine i sentimenti belli hanno prevalso. Durante l’aria non andavo più a parlare di processi, ma in biblioteca a leggere Shakespeare. Mi mettevo parole nuove nel cuore e le facevo mie. La letteratura mi ha cambiato. Se l’avessi conosciuta prima sarei stato un uomo diverso.

Come sei arrivato ad interpretare il film Gomorra?
A Rebibbia abbiamo fatto spettacoli teatrali che hanno scosso la Capitale. Nel senso che si vociferava che nel carcere c’era una compagnia teatrale capace di mettere in scena rappresentazioni che fuori non si facevano. Matteo Garrone (il regista di Gomorra, ndr) ha voluto vedere con i propri occhi, è entrato ed ha assistito a un mio spettacolo. Io interpretavo Ariele nello “Spirito nella tempesta” di Shakespeare. Dopo sei mesi chiamò a Rebibbia per chiedere se qualcuno degli attori fosse uscito. Mi avevano liberato. Mi ha contattato, mi ha invitato a casa sua e mi ha scritturato per “Cinque storie brevi”, così si intitolava all’inizio Gomorra. Dovevamo girare nei luoghi del racconto di Saviano e si è evitato di dire il nome vero del film.

Nei quartieri non ti hanno dato dellinfame perché giravi il film del libro di Saviano?
No assolutamente.

E poi ti scritturano per Cesare deve morire. Sei candidato allOscar, ma ti rendi conto?
Io sono traumatizzato di gioia. Sono orgoglioso anche perché abbiamo riportato l’Orso d’oro in Italia dopo 21 anni. Prima di lavorare con i fratelli Taviani ho lavorato anche con Abel Ferrara, poi con Marco Risi,con Stefano Incerti, il mio maestro teatrale. È stato lui a dire ai Taviani di vedere i miei lavori. E poi loro mi hanno scelto per interpretare Bruto.

E così sei tornato a Rebibbia.
Si, però la sera dormivo a casa. Mi ha fatto un doppio effetto. Da una parte si sono accesi tutti i ricordi. E mi hanno fatto male. Perché quando ero dentro è morta mia madre, è morto mio padre, e io non li ho più rivisti. Non ti consentono neanche di andare al funerale. Mi sono sentito l’ultimo degli uomini. Dopo cinque, sei mesi mi hanno autorizzato ad andare al cimitero. Ma io non ci sono andato. Dall’altra parte mi sentivo forte perché uscivo dalla porta grande senza che le guardie mi perquisissero.

Sei a Reggio per Cinema dentro le mura, che ti ha portato in visita nelle carceri di Reggio, Locri, Palmi e Rosarno. In che condizioni sono secondo te?
Reggio è messa meglio di Locri e di Palmi dove la situazione è triste e drammatica. Sono carceri che sono una vendetta involontaria dello Stato contro degli uomini che hanno commesso degli errori. Basti pensare che i 260 detenuti di Palmi dopo le otto di sera non hanno infermeria, non hanno un medico. Se succede qualcosa devono chiamare la guardia medica di fuori. I detenuti mi hanno parlato dei loro disagi. Non hanno il segnale della televisione da quattro mesi, non hanno attività ricreative, c’è carenza di personale, anche se c’è assoluta familiarità con le guardie carcerarie. Gli ho raccontato la mia esperienza perché vorrei che facessero come me. Non voglio essere una mosca bianca. Loro mi hanno chiesto come devono fare. E non avevano un reale sbocco. Reggio ha una situazione con più luce. Lì i detenuti vogliono che si discuta di carcerazione preventiva, perché molti di loro sono ancora in attesa di giudizio. Questo significa rovinare la vita delle persone prima di giudicarle. Se sei innocente poi chi te li ridà quegli anni? Stamattina abbiamo conosciuto venti donne con i volti scavati che stavano aspettando la sentenza. Una madre di una figlia disabile è in attesa di giudizio da diciotto mesi e non la giudicano. Se sarà condannata è giusto che lei vada in carcere e che alla figlia diano l’assistenza sanitaria. Ma dopo. Devi aspettare la sentenza a casa tua se non sei un criminale pericoloso.

Il 18 ottobre iniziano le riprese nel carcere di Reggio del corto prodotto da Michele Geria, ormai tuo amico, con cui stai condividendo il percorso di Cinema dentro le mura.
Mi sono così affezionato al progetto di Michele che ho chiesto alla produzione del film, in cui sono stato scritturato, di aspettarmi, perché vengono prima i carcerati. Hanno apprezzato la scelta. Il “corto” è tratto dalla storia vera scritta dalle mogli di due detenuti. Io sarò il marito di una di loro. Una parte del cast è composta da attori professionisti, i detenuti saranno figurazioni speciali e comporranno la cella. Saremo un unico gruppo e lavoreremo insieme. E poi cecheremo di presentarlo ai festival internazionali e così si è aperta una piccola luce anche nel carcere di Reggio. Perché l’esperienza di Rebibbia si può e si deve riprodurre anche altrove.

Parla Michele Geria, presidente di “E 20”


Ideatore e produttore esecutivo di Cinema Dentro le Mura, presidente dellassociazione E20, Michele Geria. Perché questa idea di raccontare il carcere?

Salvatore Striano con Michele Geria presidente dell’associazione E20. Foto di Adriana Sapone


L’idea di girare un corto all’interno del carcere nasce quattro anni fa, dall’incontro con Salvatore, in occasione del Festival del Cinema. Da subito ho apprezzato la sua sensibilità e ho notato come la sua storia personale facesse presa su tanti che si sentivano coinvolti dal suo racconto, traendone, spesso, motivazione emotiva. Da allora abbiamo stretto un’amicizia sincera rafforzata dalla volontà di condividere un progetto per e con i detenuti. Il progetto, dapprima, consisteva in un tour dentro le carceri con la testimonianza diretta di Salvatore e l’intervento dei detenuti. Spesso andavamo in carcere proprio durante i colloqui con le famiglie. Ero molto incuriosito dalle visite familiari. Guardavo queste mogli. La mia attenzione si è concentrata sull’aspetto delle relazioni negate. Loro ci hanno raccontato della sola telefonata al mese. Delle lettere senza risposta. Della necessità di aspettare una settimana prima di comunicare un problema. Abbiamo condiviso e vissuto la loro tragedia. Loro sono vittime. Colpevoli di amare un uomo detenuto. E vittime della privazione dell’affettività.

Puoi darci qualche anticipazione sul film.
Il titolo provvisorio è “Hakuna Matata”, che ha un duplice significato. Le sale sono quelle dei colloqui. E sale è anche il presente del verbo salire. Il film è tratto dai racconti di due mogli che hanno avuto il coraggio di raccontare la loro storia. Il regista è Aldo Iuliano, giovane talento calabrese, la sceneggiatura è di Fabio Mollo. Interpreti Salvatore Striano, Elena Fonga e, forse, Pasquina Scuncia. Tutti a rimborso spese. Questa iniziativa è possibile anche grazie alla dedizione del direttore del carcere di Reggio, Maria Carmela Longo e del dottor Emilio Campolo che si spendono ogni giorno per i detenuti e che hanno da subito sposato l’idea di non chiudere le sbarre al cinema.

Ciascuno di noi è, in verità, un'immagine del grande gabbiano, un'infinita idea di libertà, senza limiti. (Richard Bach)