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Sabato, 19 Settembre 2020

“Basta con l’eurocentrismo, l’Europa guardi al Mediterraneo”

A colloquio con lo storico Franco Rizzi, fondatore dell’ Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed).

La chiamano “Università senza le mura”, per dare il senso che non esistono barriere e divisioni nel mondo culturale euro-mediterraneo. Fondata nell’ottobre del 1991, raggruppa  79 Atenei, appartenenti a paesi che si affacciano sul bacino del Mediterraneo. Nell’elenco di queste Università, si va, citiamo in ordine alfabetico, dall’Albania, fino alla Turchia, passando per paesi europei come Italia, Francia e Spagna; africani come Marocco, Tunisia, Algeria; mediorientali come Egitto, Israele, Giordania e Libano e  la Palestina che non ha ancora uno Stato legalmente riconosciuto. Tra gli Atenei italiani associati, vi figura l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

Lo storico Franco Rizzi fondatore dell’Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed)


Mentre stenta a nascere concretamente, malgrado vari tentativi compiuti in Europa, una Unione per il Mediterraneo a livello politico, Unimed, con la sua capillare “ rete mediterranea “, supplisce, in qualche modo, a questa assenza di tipo istituzionale. Da anni opera in diversi ambiti: patrimonio culturale, economia, energia, ambiente, risorse idriche, trasporti, salute, media, nuove tecnologie, storia e  turismo. Unimed è un po’ custode della memoria mediterranea e allo stesso tempo il fronte della proiezione nel futuro molto incerto dell’area. Il fondatore è il professor  Franco Rizzi, docente di Storia dell’Europa e del Mediterraneo all’Università di Roma Tre. Rizzi è, ancora oggi, il Segretario Generale di Unimed. Rappresenta, come osservatore e operatore culturale, la continuità di un’esperienza importante nel bacino mediterraneo. Recentemente, ha pubblicato il saggio  “ Mediterraneo in rivolta “ ( Castelvecchi editore ). Lo abbiamo intervistato al suo ritorno da Barcellona, in Spagna, dove il 3 ottobre scorso si è svolta la Conferenza organizzata da Unimed sul  " futuro dei programmi dell'UE nell'area mediterranea".

Professore, da sempre, il Mediterraneo, è stato luogo di commerci, di migrazioni, di geniali invenzioni, ma anche di contraddizioni e feroci conflitti. Dal suo punto di osservazione privilegiato, qual è la situazione oggi?

   Le rivolte nel mondo arabo e la crisi economica e sociale internazionale, hanno determinato nuovi scenari e hanno reso poco praticabili gli schemi mentali con i quali veniva letto il Mediterraneo. Per decenni eravamo stati abituati a sottovalutare la portata di governi che amministravano i paesi del sud del Mediterraneo sulla base della violenza e della mancanza di libertà. Eravamo abituati a pensare che con tali governi ci potevamo proteggere dal fanatismo estremista musulmano e dunque eravamo pronti a barattare la nostra cosiddetta sicurezza con la mancanza di democrazia in quei paesi. La conseguenza di tale atteggiamento era una sopravalutazione dell’estremismo e una  certezza che il nostro ruolo di europei era, ancora una volta come nel passato coloniale, di insegnare agli altri cosa fare. Si diceva spesso che il nostro compito era quello di portare la democrazia oppure che la nostra civiltà era ad un passo dallo scontro frontale con l’Islam. Oggi alla luce di ciò che sta avvenendo nel mondo arabo c’è da chiedersi quale è la portata di tali interpretazioni. A me sembra che tali modi di analizzare il Mediterraneo non ci porta da nessuna parte e cosa ancora più grave non si vede all’orizzonte l’inizio di una lettura diversa di ciò che sta accadendo nel mondo arabo.


Quando si parla di Mediterraneo, si tende a mostrarlo come un mosaico di culture, di tradizioni, di storie che però, pur nella loro differenza, sono legate da un unico filo. Si può parlare di una cultura mediterranea che mette insieme tutte le tessere del mosaico?

Anche su questo aspetto occorre chiarire il ruolo negativo che ha avuto la proliferazione e la sovrabbondanza di definizioni del Mediterraneo. Spesso in buona fede, nella maggior parte dei casi per mancanza di idee, molti hanno parlato e scritto a proposito del Mediterraneo, enfatizzando e corroborando molti luoghi comuni: il Mediterraneo culla delle tre religioni monoteistiche, il Mediterraneo culla della civiltà occidentale, il Mediterraneo luogo dove è nata la democrazia. Potremmo continuare, ma dobbiamo invece soffermarci su quanto detto non tanto per contestare la validità in sé di ogni espressione, quanto per  sottolineare lo svuotamento che tali definizioni hanno subito grazie ad un uso smodato di esse. Son diventate espressioni che non ci dicono più niente. Una cultura mediterranea, certo che esiste nella valorizzazione degli aspetti comuni propri alle culture dei singoli paesi, ma soprattutto nell’esaltazione delle differenze e delle contraddizioni. L’Europa deve saper guardare queste realtà e abbandonare quell’eurocentrismo che la rende miope.

Che ruolo possono avere, in una nuova prospettiva mediterranea, regioni italiane a forte vocazione mediterranea come Calabria, Campania, Puglia e Sicilia e con loro le Università e i centri di ricerca di questi territori?

Si è più volte parlato del ruolo importante dei territori del Sud verso il Mediterraneo. C’è da chiedersi cosa è stato fatto concretamente. A parte alcune iniziative lodevoli che appartengono a singoli Atenei, per il resto si è molto parlato, ma non si mai elaborata una politica istituzionale che vedesse i nostri Atenei in posizione di proposta e di soddisfacimento dei tanti bisogni in termini di formazione e di ricerca che provengono dalle università del sud del Mediterraneo. Ma questa situazione è comune anche ad altre istituzioni, a partire dalle regioni per cui aldilà delle dichiarazioni altisonanti (ogni regione di quelle citate, si arroga il titolo di essere ponte o porta del Mediterraneo), nessuna ha poi svolto una politica organica verso il Mediterraneo. Vi sono vari modi per essere artefici di una tale politica, anche alla presenza di difficoltà finanziare: quello di mettersi a capo di un movimento, di guidarlo di essere propositivo e trainare  le altre istituzioni.


Professore, siete appena stati a Barcellona, in Spagna, per la Conferenza organizzata da Unimed sul  " futuro dei programmi dell'UE nell'area mediterranea". Quali sono i risultati?

   La conferenza tenuta ha Barcellona è stata un grande successo. Hanno partecipato 80 rappresentanti di altrettante università del Sud e del Nord del Mediterraneo almeno la metà non appartenevano  alla rete Unimed, a riprova del fatto che la nostra proposta di informazione e di stimolo alle università a partecipare ai programmi comunitari, rimane sempre valida. Abbiamo informato grazie all’intervento  di alti funzionari della Commissione Europea dei nuovi programmi per la formazione e la ricerca e fra tutti ci siamo soffermati sul programma Erasmus che diventerà Erasmus for all. Da parte di Unimed è stato sottolineato l’importanza di avere una particolare attenzione alla mobilità giovanile tra le due rive del Mediterraneo e, quindi, di dedicare le risorse necessarie per promuovere questa mobilità.


Un’ultima domanda professore, che riguarda il Mediterraneo dei conflitti e delle contraddizioni. Quanto è accaduto recentemente in Nordafrica, prima in Libia, con l’assalto drammatico all’ambasciata degli Stati Uniti, e poi in Tunisia, ma anche in Egitto, fa forse spegnere gli entusiasmi sulle “primavere” arabe? Qualcuno comincia a pensare che dalle primavere si possa tornare all’inverno mediterraneo.

Non sono mai stato interessato a questa terminologia climatica, perché io faccio lo storico e non il metereologo. Lascio quindi ai giornalisti il vezzo di divertirsi con questi termini. Una cosa mi preme sottolineare:  non bisogna confondere la cronaca con la storia. I tempi della storia  sono lunghi a volte lunghissimi, si pensi alla Rivoluzione Francese. Io credo che le rivolte arabe non sono finite e che assisteremo ancora a stravolgimenti. Non dimentichi che è in atto una guerra civile in Siria. E cosa faranno i governi che hanno detto di voler governare con un esplicito o larvato riferimento al Corano, quando dovranno affrontare i mille problemi che attanagliano quelle società? Come reagiranno i giovani? Io credo che un fantasma si aggira per il mondo alla  ricerca di giustizia sociale e dignità per gli uomini. Un segnale in questo senso è venuto dal sud del Mediterraneo. Saremo capaci di coglierlo?