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Sabato, 27 Febbraio 2021

Se c’è la striscia, è Daniel Buren

Aperta Intersezioni 7 al parco Scolacium di Borgia. C’è ineffabile genialità in Daniel Buren, nel fare sornione in cui interviene con ostentata linearità laddove impera la complessità e la sovrabbondanza della forma, nella insistita ripetitività sui luoghi del non altrimenti Aperta Intersezioni 7 al parco Scolacium di Borgia. C’è ineffabile genialità in Daniel Buren, nel fare sornione in cui interviene con ostentata linearità laddove impera la complessità e la sovrabbondanza della forma, nella insistita ripetitività sui luoghi del non altrimenti e non altrove riproducibile, e anche nella cortese noncuranza con cui si sforza di dare retta alle circonvoluzioni concettuali intorno alla sua opera.

Daniel Buren al Parco Scolacium (foto A. Renda)


Lui che, in sede di inaugurazione, ogni tanto si estranea dall’emiciclo del cicaleggio parolaio per ricomparire furtivo a fotografare con una piccola compatta l’impatto estemporaneo del manufatto installato.
E’ di Daniel Buren (1938), pluripremiato artista francese dai leonini capelli ormai d’argento, la settima Intersezioni al Parco Scolacium di Roccelletta di Borgia e al Marca di Catanzaro. Fra tutti gli attraversamenti, le coincidenze e le sovrapposizioni che ne hanno fatto negli anni l’atteso appuntamento che è diventato, la presente è l’intersezione più di tutte le altre perché per scelta programmatica nasce incidendo sul luogo per modificarlo sia pure, come recita il titolo dato, in “impermanenza”.
Questa è la volontà dichiarata dell’artista, non una concessione elargita per l’occasione, bensì la sua modalità di concepire l’intervento creativo. Per portarlo a termine Buren si avvale in via preliminare di uno stereotipato “utensile visivo”, la striscia verticale bianca e colorata della misura standard di 8,7 centimetri. Misura aurea che ha applicato in molteplici contesti, alcuni molto titolati come la Corte d’onore del Palazzo Reale di Parigi, altri meno esclusivi come scalinatelle lunghe o scorticati muri di periferie popolari di piccole e grandi città di mezzo mondo. E’ un segno di riconoscimento,  sorta di “codice a barra” che delega l’originalità della creazione al supporto preesistente e al rapporto individuale con lo sguardo del fruitore.
Compare la striscia nella prima delle installazioni offerte alla vista del visitatore dello Scolacium: venticinque anelli di legno in casacca Pro Patria circondano l’emergere di altrettanti vegliardi e ancora gagliardi arbusti. E’ l’omaggio che Buren rende alla nobile perseveranza dell’ulivo, pianta mediterranea per eccellenza, di nodosa mitica ascendenza.

Immaginaria ricostruzione frammentaria di due finestre della Basilica. La finestra gialla


La striscia incornicia ancora l’ingresso della Basilica esposto a ovest, questa volta in casacca juventina. Più in là, nel Foro, gli 8 centimetri,7 segmentano 55 tamburi in legno che fanno il verso – stile Lanerossi, per continuare la metafora calcistica – ai pochi elementi originali residui, conferendo ordine e ortogonia alla prospettiva inesorabilmente dispersa.
“Striscia che ti ristriscia amore bello”, verrebbe da dire parafrasando il pop baglioniano anni 70. Ma non di sola  striscia si nutre l’estro di Buren. Viene spesso in soccorso l’elemento primordiale che precorre qualsiasi costruzione e impianto dei luoghi, la luce fattrice del colore. Di lastre di plexiglas colorato Buren ha disseminato piazze e costruito “capanne” in una “esplosione” cromatica fruibile dall’esterno ma meglio dall’interno dell’edificio, ricovero per i moderni argonauti dell’arte come l’antenato in canne e argilla fu per le primitive aggregazioni umane.

Capanna multicromatica al Marca


In plexiglas a Scolacium è stata realizzata la “Capanna esplosa in 4 colori”  un cubo di 4 metri che Buren ripropone variamente dal 1975, mentre una lastra rossa  e una gialla posizionate sull’oculo ellittico della facciata e su una fenditura laterale proiettano soffuse distorsioni sulle pareti interne della Basilica.
Terzo passepartout  nella cassetta degli attrezzi di Buren è l’elemento specchiante che nel riflettere ricrea, ritaglia e fatalmente riforma. Superfici a specchio compaiono come elementi complementari nella Cabane dell’uliveto e in quella che occupa il cortile del Marca. Ma assurgono a predominanza assoluta nel muro di quasi trenta metri che taglia in profondità lo spazio dell’Emiciclo riflettendo gradinate, fili di sterpi e il vento che accarezza e piega.
Daniel Buren occupa le sale del Museo di arte contemporanea nello stesso periodo in una urbana filiazione di Scolacium, dove ha lavorato in situ lasciandosi aiutare da giovani artisti locali ai quali non pareva vero.
Come di consuetudine a ricordo di Intersezioni 7 un’opera di Buren andrà ad arricchire la già cospicua collezione open del Parco della Biodiversità. Occhio alla striscia.