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Venerdì, 30 Ottobre 2020

La passione antica del poeta dell’argilla. Nicola Tripodi a Sbarre e la sua Pentedaktylo

“Ti devo fare conoscere Nicola”, mi ha detto Franco. “Lavora l’argilla, come me. Solo che io sono un ‘pignataro, Nicola è un poeta della terracotta”.

 L'artista e narratore, Nicola Tripodi. L'artista e narratore Nicola Tripodi.


Detto da lui è garanzia di qualità. Conosco Franco da una vita e so che le realizzazioni del suo laboratorio “Figulus” non sono semplici manufatti. Sono opere d’arte che abbinano manualità, colore, ricerca, ritorno alle origini. Altro che pignataro!
Parto curioso verso Reggio Calabria con una botta di scirocco che frastorna, si vede persino, con quella luce giallognola che scivola sul mare come una lama trasparente e tremolante.
Piombiamo nel quartiere Sbarre, nel laboratorio di Nicola Tripodi, artista e narratore dai pochi capelli superstiti, dal pizzetto accennato e dal marcato accento ‘riggitano.
Segaligno, dinoccolato, non dimostra affatto i suoi prossimi 12 lustri.a fujitina Grafico di formazione e di mestiere fino al 2000 quando si licenzia dal suo precedente lavoro e “senza paracadute”, come dice, si imbarca insieme a tutta la famiglia, moglie e due figli, nell’avventura di “Arghillà - L’arte delle terre”, la sua bottega artigiana, 40 metri quadrati.
Arghillà è un quartiere di Reggio Calabria, quello posto più a nord. Il termine è onomatopeico, richiama l’argilla ma forse l’etimo del nome deriva da capra. In ogni caso, comunque sia, argilla o capre, il laboratorio è ben fornito di entrambi.
Già da fuori si vede che la bottega è animata, stipata di cose, gronda storie, è uno spazio di intimità. All’ingresso due grandi busti in terracotta, due pezzi unici, non in vendita, un omaggio all’umanità del quartiere, due personaggi in carne e ossa: Maria Pizzi, detta ‘a ciaciola, morta da qualche tempo e Nino dai penetranti occhi azzurri. pentedattilo e ceciaLe storie sono negli oggetti.
Entriamo e Palù, che mi accompagna, si muove subito come una gatta nel suo ambiente, scatta foto a raffica.
“Quello dell’argilla è una passione antica. Quando ero piccolo il passatempo preferito era andare nelle fiumare con gli amici a caccia di lucertole e rane. Solo che a me piaceva impastare la creta del fiume, modellarla. Poi lasciavo là le mie opere e mi lavavo bene le mani per arrivare a casa pulito, senza tracce di terra…”.
E così inizia il racconto, come in un gioco. Mostro un oggetto, una sua creazione, e lui inizia a fiabeggiare.
L’avevo già vista a casa di Franco la sua opera Pentedaktylos, e non sono solo le cinque dita del paese abbandonato: “… per me rappresenta una specie di tragedia mancata. E’ stato tanto tempo fa, eravamo andati di notte con un amico, avevamo sbevazzato e lui si era messo a camminare sul muraglione esterno del vecchio castello, sulla parte che dà sullo strapiombo. Pentedaktylos è anche la mia mano che l’ha afferrato quando già l’avevo visto cadere. Qui ho aggiunto Cecia, la prostituta cantata dal poeta vibonese Vincenzo Ammirà che si fece il carcere per questa opera, è la nostra Bocca di rosa, il prototipo della donna calabrese evoluta.sposi L’immagine del suo funerale a cui partecipano centinaia di persone venuti apposta da altri paesi, il suo testamento in cui lascia le parti del suo corpo, ha un che di sacro e mi ricorda che Cristo disse: le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli..."
La fujitina invece nasce dal testo di una canzone popolare: “lu previti i Roccaforti sa fujiu ca boviciana ... figghji i buttana chi jivunu forti! comu lu ventu da tramuntana!”
Poi ci sono le capre, tante, anche qui una storia che inizialmente nasce dalla scoperta di un collare di legno intagliato. “L’ho trovato in una vecchia casa dei nonni a Galliccianò. La casa era stata venduta, poi aveva preso anche fuoco, erano rimasti i ruderi. Un giorno sono andato, spinto da un richiamo. C’erano solo travi annerite dal fuoco. Ho spostato con un piede un pezzo di legno ed è saltato fuori questo bel collare intagliato per capre rimasto integro.a ciaciola Forse l’aveva fatto mio nonno. La capra si chiama Margherita, come mia madre. Il nonno ci raccontava che un giorno mia madre non tornava e la trovarono nella fiumara che faceva le ‘gringe, le smorfie, alle capre. L’abbiamo sempre presa in giro.”
Continuo a chiedere: “ … e questo?” E poi teatrini, presepi, sculture, maschere, luci, fischietti, personaggi, candelabri … mi viene il mal di testa, mi mancano le parole. Sono di fronte a un'impressionante allegoria, al disegno coerente di una mente, ogni oggetto una storia.
Ha ragione Franco. La sua arte la sa narrare come pochi con voce calma e con molti gesti, a suo modo un'anima omerica. Si capisce che il nutrimento delle sue opere è nella storia millenaria dei nostri luoghi, nei microcosmi della sua vita, nelle letture.
“Per me la terracotta è questo. E’ come quando un armadio è stipato di cose, devi mettere ordine, svuotarlo. Nella vita accumuli incontri, letture, segni, io cerco di riprodurre tutto nelle mie opere. E tutto va ripetuto com’era, se un dettaglio va perduto il senso non è più lo stesso.”
capreLe sue realizzazioni le trovi in Francia, Spagna, Germania, ma al solito, come anche per Franco, banalmente, nessuno è profeta in patria.
“C’è poco da dire. Bisogna soffrire in questa città. Io cerco di prendere sempre il lato buono anche della cose negative. I ceramisti oggi guardano alla tecnologia, al design. Sembra che null’altro conti. La magia è nuda, non trovi storie dietro quegli oggetti.”
Penso che ne esistono tanti di Nicola in Calabria, che resistono ad una modernità stracciona che uccide leggende, mestieri, visioni, competenze             , ambienti.
Mi sfiora una idea. Vederli insieme, anche solo per un giorno, sarebbe una esplosione di manufatti, colori, racconti, che farebbe bene a chiunque.
Ce ne andiamo con la strana sensazione di avere trovare un pezzo di Calabria, l’ennesimo, che ci fa sentire a casa, protetti da quella sorta di genius loci, tanto cara ad un altro visionario calabrese e che alberga anche in alcune persone.