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Lunedì, 30 Novembre 2020

Il mistero del paese fantasma e la strage degli Alberti

Pentedattilo, ovvero "La Mano del diavolo". Sembra il classico soprannome che si attribuisce ad un pistolero del Far West. Ma  non siamo in America, e non siamo nemmeno nell''800, bensì in Calabria, ai giorni nostri, sulla cosiddetta rupe che sovrasta Pentedattilo, ovvero "La Mano del diavolo". Sembra il classico soprannome che si attribuisce ad un pistolero del Far West. Ma  non siamo in America, e non siamo nemmeno nell''800, bensì in Calabria, ai giorni nostri, sulla cosiddetta rupe che sovrasta il monte Calvario, che sovrasta la cittadina di Melito di Porto Salvo, in provincia di Reggio Calabria. Ebbene: la famigerata "Mano del diavolo" altro non è che  un paese disabitato, dal fascino spettrale e misterioso che lo contraddistingue come uno dei luoghi più suggestivi della Calabria. E' il borgo arroccato della vecchia Pentedattilo, paese che da sempre affascina i suoi visitatori per le sue vesti di antico rimaste immutate nel tempo, il quale sembra essersi fermato, disperso tra le viuzze scoscese conducenti alle vecchie semplici abitazioni, al rudere del castello, alla chiesa dei SS Pietro e Paolo, alle piazzole un tempo frequentate da vecchi e bambini eccetera. Fondato come colonia dai calcidesi,  il paese divenne, per tutto il periodo greco-romano, un fiorente centro economico della zona. Durante il periodo bizantino cadde in declino, causato dai continui saccheggi da parte dei Saraceni e del Duca di Calabria; in seguito venne conquistato dai Normanni e trasformato insieme ai paesi Capo D'armi, Condofuri e Montebello Ionico in una baronia affidata alla famiglia Abenavoli dal re Ruggero d'Altavilla. E' proprio grazie ad un membro della famiglia Abenavoli, il barone Bernardino, che il paese assunse la denominazione di "Mano del diavolo". Secondo una diceria locale, infatti, si narra che le torri in pietra che sovrastano il paese, siano le cinque dita insanguinate della mano del barone Abenavoli, che fu il protagonista della famigerata Strage degli Alberti. Il massacro vide  come protagonisti proprio i membri sia della famiglia Abenavoli, baroni di Montebello ionico ed ex feudatari di Pentedattilo che quella degli Alberti,  all'epoca marchesi di Pentedattilo. Tra le due famiglie per lungo tempo vi era stata un'accesa rivalità, che venne poi sedata dall'intervento del Viceré, il quale intendeva pacificare la zona; in aggiunta  c'era anche il progetto del barone Bernardino Abenavoli di prendere in moglie Antonietta, figlia del marchese Domenico Alberti. Nel 1685, però, il marchese Domenico morì e gli succedette il figlio Lorenzo, che alcuni mesi dopo sposò Caterina Cortez, figlia del viceré di Napoli. In occasione del matrimonio, giunse in Calabria il Viceré in persona, in compagnia della moglie e del figlio don Petrillo Cortez. Quest'ultimo, dopo le nozze, si trattenne a Pentedattilo insieme alla madre, a causa di un'improvvisa malattia, e lì ebbe modo di conoscere Antonietta di cui in seguito si innamorò, tantoché decise di sposarla, chiedendone il consenso al fratello Lorenzo. La notizia del matrimonio fece infuriare il barone Bernardino, il quale,  nella notte del 16 aprile 1686, si introdusse all'interno del castello di Pentedattilo insieme ad un gruppo di uomini armati, giungendo così alla stanza da letto di Lorenzo, il quale venne ucciso per mano dello stesso barone nel sonno con due colpi di archibugio e 14 pugnalate. In seguito, assieme ai suoi uomini, diede assalto alle varie stanze del castello, uccidendo gran parte degli occupanti incluso Simone Alberti, fratello minore di Lorenzo dell'età di nove anni, sbattuto mortalmente contro una roccia. Vennero risparmiati dal massacro Caterina Cortez, Antonietta Alberti con la sorellina Teodora, la madre Donna Giovanna, e Don Petrillo Cortez, che fu preso in ostaggio dal barone come garanzia per eventuali ritorsioni da parte del Viceré. Dopo la strage Bernardino portò nel suo castello a Montbello Ionico l'ostaggio don Petrillo Cortez e l'amata Antonietta, che sposò con la violenza nella chiesa dittereale di San Nicola il 19 Aprile 1686. La notizia della strage giunse dopo pochi giorni al governatore di Reggio, il quale a sua volta informò il Viceré, che mandò un vero e proprio esercito in Calabria, attaccò il Castello degli Abenavoli e liberò il figlio, catturando anche sette tra gli esecutori della strage, le cui teste furono tagliate ed appese ai merli del castello di Pentedattilo. Il barone Abenavoli riuscì a fuggire, e si rifugiò prima a Malta, poi in Austria, dove divenne soldato dell'esercito austriaco. Fu ucciso in seguito da una palla di cannone duranteuna battaglia navale il 21 agosto 1692. Antonietta Alberti fu sciolta dal matrimonio, e finì i suoi giorni nel convento di clausura di Reggio Calabria, tormentata dal dolore e dal senso di colpa per essere stata lei la causa, seppur involontaria del massacro della sua famiglia. Una storia di sangue a dir poco shakespiriana, talmente ricca di pathos al punto da diventare leggenda. Si tramanda che durante le notti d'inverno, tra le gole della montagna si odano tuttora le urla del marchese Lorenzo, urla tormentate dall' angoscia per una morte così crudele ed ingiusta, così come la morte di un povero innocente di nove anni, il cui sangue macchia ancora la terra di Pentedattilo. Sulla strage degli Alberti è stato scritto un romanzo dall'autore Andrea Cantadori, dal titolo "La tragedia di Pentedattilo" che narra in maniera dettagliata gli episodi ed i luoghi che fecero da scenario al massacro. Il paese negli ultimi ha visto l'apertura di alcune botteghe da parte di alcuni commercianti, ed inoltre  alcuni edifici sono stati restaurati, così come è stata ricostruita una parte del pavimento antico.