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Mercoledì, 25 Novembre 2020

“Quel che resta” (dopo il terremoto 1908) conquista il Salento International Film Festival

L’ironia  caustica di Gigi Misefari e Giacomo Battaglia. Per la prima volta in dieci anni, vince il Salento International Film Festival un film italiano. Il film è Quel che resta, miglior film e miglior colonna sonora (autore il reggino Sandro Scialpi). Tratto dai romanzi dei calabresi Fortunato Seminara e Michele Calauti, per la regia di Laszlo Balbo, il film racconta una difficile storia d’amore che nasce in quel che resta della vita nelle baracche costruite a seguito del terremoto che distrusse Reggio Calabria e Messina nel 1908.

Giacomo Battaglia e Luigi Miseferi nel film "Quel che resta"


Un film con un cast d’eccezione, tra cui Franco Nero, Giancarlo Giannini, Luca Lionello, Federica Bianco, Rosa Pianeta, Giacomo Battaglia e Luigi Miseferi, per citare alcuni degli interpreti principali, che ha il coraggio di raccontare un dramma eluso dalla memoria collettiva e che ha cancellato la memoria della storia della città. Un film inizialmente molto amato e poi rimasto un po’ nell’angolo nel passaggio di consegne della vecchia alla nuova Calabria Film Commission, che si riscatta nel Salento e che, grazie al premio come miglior film, verrà distribuito in dieci importanti città estere gemellate con il Festival, come Mosca e Hong kong. Ne parliamo con gli attori reggini Gigi Miseferi e Giacomo Battaglia, che in questo film ci hanno sempre creduto.

Risponde Gigi Miseferi

Qual è l’importanza di un film su un evento così drammatico per noi calabresi che però è passato quasi nel dimenticatoio nella storia d’Italia?

E’ vero, c’è stato un corto circuito mediatico su questa tragedia. Noi reggini siamo cosi sfigati che ci capita anche di dover rivendicare la paternità di una disgrazia! Il terremoto è ricordato come il terremoto di Messina a qualsiasi livello o classe culturale. Invece, non solo ha mietuto migliaia di vittime calabresi per l’evento in sé ma anche per fatti indotti come le acque contaminate, il freddo, la spagnola. Fatti che ci hanno privato di migliaia e migliaia di cittadini.

Ma perché è ricordato come terremoto di Messina?

Io questo non lo so. Se non sbaglio nel 2008 le Poste hanno emesso un protocollo commemorativo del terremoto che utilizzava l’immagine della Sicilia. E fu uno scandalo. Non si può cancellare la memoria. C’è da dire che anche noi reggini ci mettiamo di nostro. Non esiste un solo monumento, una stele, in ricordo del terremoto o dei caduti del 1908. Quando ero piccolo ne sentivo parlare da mia madre, che magari mi indicava l’ossario nel cimitero. Abbiamo la colpa storica di avere dimenticato un evento che ha resettato la città. La sera prima del terremoto, per esempio, venne inaugurata un’illuminazione bellissima del lungomare che il giorno dopo venne rasa al suolo.

Come avete ricostruito una Reggio che in realtà non c’è proprio più?

Nel film non si vede Reggio ma una baraccopoli – perché la seconda parte del film è tratta da “Le baracche” di Fortunato Seminara – ed è stata ricostruita interamente all’Augustus Color di Roma di Augusto Pelliccia che ha coprodotto il film insieme alla Calabria Film Commission per ferma volontà di Francesco Zinnato. Una baraccopoli praticabilissima dove abbiamo potuto girare e vivere con tutti e cinque i sensi quello che vivevano i nostri antenati. Sembrava un sogno. Era bellissimo. Eravamo così coinvolti in questa dimensione che andavamo sul set anche quando non dovevamo girare le nostre scene. Anche la cena di fine produzione è stata fatta dentro il villaggio con, in sottofondo, la musica della colonna sonora. Siamo rimasti immersi in questa atmosfera fino all’ultimo minuto utile.

Due attori comici che però spesso si propongono in personaggi drammatici, è la doppia maschera dell’attore?

Si. Di solito l’attore comico ricopre bene il ruolo drammatico. Non succede l’inverso. Abbiamo fatto un bel lavoro che parte dalla nostra partecipazione ad “Emigranti” di Slavomir Mrozek per la regia di Geppy Gleijeses con cui abbiamo girato i teatri italiani. E’ stata un’esperienza straordinaria. Era il 2004 e quella sperimentazione ci ha poi condotto a ricoprire i ruoli drammatici dentro la baraccopoli. Giacomo è il barbiere viscido io lo storpio scemo, nel senso più romantico del termine, del villaggio. Personaggi nati dalla penna di Seminara ma realmente esistiti. Cosa che ho scoperto dopo, e menomale, perché altrimenti mi sarei lasciato un po’ condizionare. Abbiamo lavorato molto e con una passione sconfinata. Per fare lo storpio ho camminato nove giorni con i sassi nella scarpa.

Che idea ti sei fatto, facendo una ricerca sui fatti del terremoto, della ricostruzione di Reggio Calabria?

Ritengo ci sia stato il desiderio da parte di tutti di portare a termine i lavori su una città che era stata completamente distrutta. Con molta passione sia i messinesi che i reggini si sono rimboccati le maniche per ricostruire dalle macerie. Nonostante fosse, addirittura, arrivato l’ordine di radere al suolo Messina e di rifarla. È chiaro che ci ritroviamo orfani delle nostre strutture architettoniche meravigliose. Del nostro passato ci resta ben poca cosa. Ci salviamo per le Mura Greche e le Terme Romane. Ma dei bellissimi palazzi seicenteschi e settecenteschi non è rimasto più nulla.

Tanta “calabresità” in voi ha dovuto lottare negli anni contro i pregiudizi. Questa volta questa la stessa calabresità la state investendo in toto in un monumento culturale alla storia di Reggio.

Si ed è la soddisfazione più grande. Devo raccontare una cosa che mi ha segnato profondamente. Nel ‘90 io e Giacomo volevamo partecipare a “Stasera mi butto”, il primo campionato mondiale per imitatori. Quando abbiamo presentato la domanda ed hanno visto che siamo nati a Reggio siamo stati costretti, letteralmente costretti, a presentare anche il certificato antimafia. È una cosa di cui porto ancora la cicatrice. Eravamo due ragazzini e volevamo partecipare ad una gara di imitatori, non al Bando per l’expo di Milano 2015! Poi, negli anni a seguire, abbiamo fatto tutto con tanto amore per il Sud, tanto che Antonio Coppola, sindaco di Triccase nel Salento, dove si è svolto il festival che abbiamo vinto, si è complimentato con noi proprio perché in noi traspare questo sentimento. Ci ha detto: “Vi si illuminano gli occhi quando ne parlate”. Ci sentiamo portavoce di questa operazione culturale.

Hai avuto difficoltà con i produttori o hai trovato le porte aperte?

Sinceramente, negli anni non ci ho voluto credere, ma più vado avanti e più mi arrendo all’evidenza, noi calabresi dobbiamo sudare il doppio, purtroppo, per ottenere qualcosa. Questa è una cosa che va detta e che ho nascosto a me stesso, prima che agli altri, negli anni. Ormai lo devo ammettere. Noi calabresi ogni volta che dobbiamo fare qualcosa non partiamo da zero, ma da meno uno. Vorrà dire che dobbiamo lavorare il doppio, pazienza, ce la metteremo tutta.

Risponde Giacomo Battaglia

Perché secondo te per oltre un secolo i reggini hanno voluto allontanarsi da questo dolore e non lo hanno più raccontato?

Ma forse anche i nostri nonni e bisnonni ad un certo punto hanno tenuto dentro se stessi questa storia perché è stata veramente dolorosa. Mi hanno raccontato che molti anziani andavano a dormire vestiti perché avevano paura. E stata una storia anche difficile da spiegare. Che racconti ai nipoti? Una tragedia? Forse è meglio raccontare una bella fiaba a lieto fine. Mentre purtroppo il terremoto di Reggio il lieto fine non lo ha avuto. Per oltre quarant’anni o cinquant’anni i sopravvissuti sono stati costretti a vivere nelle baracche. Quindi, oltre alla perdita dei cari ci si è dovuti adattare ad una nuova vita e poi tenersi dentro questa paura, sempre.

Entriamo nelvivo delle storie e dei personaggi del film.

Il film racconta una storia d'amore. Che nasce all'interno delle baracche proprio nel momento in cui nessuno riesce a ricostruirsi una vita. Un amore un po' strano tra un proprietario terriero che dona una proprietà, si fa per dire – perché poi pretenderà il dominio di tutto –ed una giovane povera che vive nelle baracche. Una storia difficilissima a cui si opporrà la famiglia di lui che però, poi per questo amore, farà di tutto. Poi non svelo oltre.

In Quel che resta c’è un cast corposo e di eccezione ma ci sono anche delle intelligenze calabresi come Francesco Zinnato che ha creduto in questa operazione e l'ha sostenuta e voluta con tutte le forze.

Francesco Zinnato è stato un grande presidente della Calabria Film Commission che ha avuto l'idea di realizzare questo film e ha avuto la grande intuizione di costruirlo sui romanzi di Fortunato Seminata  e di Michele Calauti. La genialità è stata proprio quella di intrecciare queste storie e riportarle in vita ai giorni nostri. Una particole novità nel film è che il personaggio dell'ingegnere, interpretato da Luca  Lionello, nel momento in cui sente il racconto del vecchio, interpretato da Franco Nero, si rivede nei personaggi citati da Franco Nero, per cui diventa Michele Calauti e nello stesso tempo diventa Micuccio Caporale. Per cui sembra quasi un percorso teatrale, perché solo a teatro lo stesso attore interpreta più ruoli. Un lavoro che si faceva nel teatro greco.

Avete partecipato al Salento International Film Festival ed è la prima volta, in dieci edizioni, che vince un titolo italiano. Perché avete vinto al di là della motivazione ufficiale?

Secondo me è piaciuta molto la storia. Una storia importante che ha convinto la giuria composta tra l’altro da registi che, come il taiwanese Shi-Hao, non conoscevano i fatti del terremoto del 1908 e sono rimasti colpiti daquesta storia che può essere la storia di qualsiasi posto del mondo.

Il futuro della distribuzione è una polemica o una speranza ben riposta?

E’ una polemica e nello stesso tempo una speranza perché il film andava preso per mano in maniera diversa. La nuova gestione della Calabria Film Commission doveva avere un pò più di attenzione verso questa creatura. Io l’ho presa per mano e l’ho portato avanti con grosse difficoltà perché nel passaggio dalla vecchia alla nuova gestione della Calabria Film Commission il film non era ancora e adesso con le mie forze personali e con quello che succede ai festival stiamo cercando di fare una piccola distribuzione su tutto il territorio nazionale. Ma fortuna vuole che il Festival del Salento sia gemellato con dieci città straniere per cui il film sarà a Mosca, a San Pietroburgo, ad Hong kong e non so ancora in quali altre città. Forse ci ho visto lungo a inserire il film nel Festival. Peraltro l’ho iscritto io personalmente al concorso internazionale del Salento.

Ci hai creduto. Ed è stato un po’ un riscatto.

Certo che ci ho creduto. Su questo film avrebbero dovuto crederci tutti.

Cosa ne pensi di questa tendenze, quasi tutta italiana, di scrivere, sceneggiare, dirigere, costumare, interpretare, insomma di concentrare sulla stessa persona tutte le mansioni di un film o di una trasmissione teatrale  o televisiva?

Io sono figlio del varietà del Bagaglino. Il lunedì gli autori ci consegnavano il copione. Il giovedì dovevi essere già pronto a metterlo in scena. Il venerdì si provava con il pubblico. Il sabato pomeriggio si facevano le prove con le telecamere e la sera si andava in onda. Un lavoro con cui si fabbricava veramente arte. Non lo fa più nessuno. Ma lì c’era il regista, il coreografo, lo scenografo, il costumista. Una grande squadra con tanti attori che dovevano convivere tra loro. Tanti attori che dovevano saper lavorare bene e non dovevano cambiare una virgola di quello che avevano scritto gli autori. Io rivendico “la scuola” del Bagaglino - della comicità ma anche dei trucchi che erano perfetti - a cui poi tante trasmissioni si sono più che ispirate.

A proposito di scuola, cosa ne pensi della nuova generazione di artisti calabresi?

Ci sono tanti giovani artisti in gamba che hanno trovato il coraggio di fare anche delle cose nuove. Con “Viaggio Mediterraneo” abbiamo fatto un varietà formato solo da artisti calabresi. Anche se Oreste Lionello diceva “Calabresi: non agitare prima dell’uso” in realtà questi giovani sono agitatissimi. Se studiano possono fare dei grandi passi in avanti.
Le motivazioni del SFF
Miglior Film: Quel che resta
“Una pennellata accorata quanto realista, d’impronta verghiana, di un tempo e di uno spazio precisi e recenti ma, purtroppo, ancora attualissimi e travalicanti i confini territoriali della cronaca. Per un approccio equilibrato ed empatico, mai asettico, che racconta, come in un'epopea, la storia dei moti dell'animo umano, cesellando storie, tuffandosi con il cuore nei sentimenti per riemergere dalla testa, senza fermarsi alla pancia“.
Miglior Colonna Sonora: Quel che resta, composta  da  Sandro  Scialpi (autore di Reggio Calabria, ndr)
"Per la capacità di rendere un'atmosfera di un tempo infinitamente lontano alla velocità del presente, in un'operazione indolore e straniante di teletrasporto con tutta la spietatezza e l'innocenza di un allora, evocando migliaia di immagini rimosse nel segno della verità".