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Sabato, 15 Agosto 2020

“Nonostante le difficoltà le imprese calabresi seguitano ad investire”

A colloquio con  con il dottor Giuseppe Minervino, presidente dell’Abi Calabria. L’Associazione bancaria italiana, associazione volontaria senza finalità di lucro, promuove nella società civile e presso il sistema bancario e finanziario coscienza dei valori sociali e comportamenti ispirati ai principi A colloquio con  con il dottor Giuseppe Minervino, presidente dell’Abi Calabria. L’Associazione bancaria italiana, associazione volontaria senza finalità di lucro, promuove nella società civile e presso il sistema bancario e finanziario coscienza dei valori sociali e comportamenti ispirati ai principi dell’imprenditorialità e alla realizzazione di un mercato libero e concorrenziale. In tale ambito, l’Abi rappresenta, tutela e promuove in primo luogo gli interessi comuni o specifici degli associati.

Giuseppe Minervino


L'Associazione opera promuovendo iniziative per la crescita ordinata, stabile ed efficiente del sistema bancario e finanziario, in un'ottica concorrenziale coerente con la normativa nazionale e dell'Unione europea. Nell’ambito di questo contesto, presso ogni regione e presso le province autonome di Trento e di Bolzano l’Abi ha costituito, con sede nel relativo capoluogo, una Commissione regionale che rappresenta l’Associazione nell’attività direlazione con le autorità e gli uffici della regione o della provincia autonoma e con le organizzazioni imprenditoriali locali.

Una ‘mission’ estremamente delicata, soprattutto in una Regione come la Calabria, nella quale lo sviluppo imprenditoriale ed economico privato rappresenta oggi l’occasione più importante per la ripresa dell’economia.

Come vede l’attuale situazione economica del Sud Italia e della Calabria  in particolare?

Non esiste un solo Mezzogiorno, ma tanti Meridioni che presentano potenzialità inespresse: mi riferisco a importanti distretti industriali, al diffuso comparto alimentare, all’artigianato di qualità e ancora all’arte e alla cultura. Le banche guardano a questi settori con interesse ed è su loro che vogliamo investire, cercando di avviare un percorso virtuoso che parta dalle elite imprenditoriali del Sud, che già oggi dispongono dei fattori produttivi adeguati per competere sul mercato nazionale e su quelli internazionali, e si allarghi via via, attraendo nuovi capitali, aumentando la produttività e, in definitiva, creando nuovo sviluppo. Quanto alla Calabria, dopo un 2012 difficile, nel quale l’economia regionale ha manifestato un costante indebolimento della dinamica delle attivitàproduttive, il 2013 non ha fatto sinora rilevare segnali di inversione del trend di sofferenza. Il mercato del lavoro resta uno dei principali fattori di debolezza. Alla fine del primo semestre del 2013 gli impieghi bancari, pari a 20,6 miliardi e destinati principalmente alle famiglie e alle imprese del territorio, hanno fatto segnare una contrazione annua di circa il 3,5 per cento.

E’ vero che il sistema bancario ha chiuso i rubinetti del credito peggiorando le difficoltà economiche delle imprese e delle famiglie?

Secondo l’ultimo rapporto mensile Abi, i prestiti a famiglie e imprese italiane facevano segnare a fine agosto una riduzione del 3,2% annuo, lo stesso valore registrato a luglio. Il trend, pur calante, pare stabilizzarsi. Le banche per prime ammettono che si sta verificando una contrazione degli impieghi. Ma per quanto riguarda i prestiti alle imprese va rilevato che la domanda ‘buona’ di credito, ovvero quella per investimenti e sviluppo dell’attività, segna il passo. In ogni caso il solo dato della riduzione percentuale dei prestiti dice molto ma non tutto. Questa contrazione, figlia di numerose ragioni, è anche legata a un aumento sempre più preoccupante delle sofferenze su crediti e delle perdite: gli ultimi dati riferiscono di sofferenze lorde prossime ai 140 miliardi. Un simile enorme ammontare è l’altra faccia di un’aumentata rischiosità del credito nel nostro Paese effetto della crisi. Inevitabile, per le banche, operare con massima cautela e prudenza nelle erogazioni a famiglie e imprese.

Nel Mezzogiorno perché il costo del denaro è superiore rispetto alle altre aree dell’Italia?

È vero che al Sud i tassi a breve termine sono mediamente un po’ più alti che nel Centro-Nord Italia: il differenziale è di 1,61 punti percentuali (7,14% contro 5,53%). Se si prendono in esame i tassi a lungo termine, ovvero oltre i cinque anni, il differenziale si riduce sensibilmente arrivando allo 0,71% (3,27% contro 2,56%). Le ragioni di questa condizione in apparenza ‘sfavorevole’ vanno legate alla maggior fragilità dell’economia del Meridione, che si traduce in una rischiosità decisamente più alta rispetto al resto del Paese. Lo dimostra il rapporto sofferenze/impieghi, pari al 10,31% nel Mezzogiorno contro una media nazionale del 6,50% a marzo 2013 (5,82% nel Centro-Nord). Il maggior costo del credito al Sud va anche legatoalla frammentazione dei rapporti finanziari, conseguenza della polverizzazione del tessuto produttivo nelle regioni meridionali. Tale condizione genera un aumento dei costi di valutazione e gestione del rischio.

Qual è stata la causa scatenante che ha determinato questa crisi finanziaria che si è trasformata in drammatica crisi strutturale?

La crisi è partita dagli Stati Uniti e si è originata nel settore immobiliare con i cosiddetti mutui subprime. Non è stata solo il frutto di bolle, abusi, squilibri ed eccessi, ma anche di una concezione della finanza come strumento volto alla sola massimizzazione del profitto, non di rado speculativo. Le banche italiane scontano paradossalmente le conseguenze di una crisi che hanno subito e che non hanno contribuito in alcun modo ad aggravare. Se per molti la tradizionale prudenza nell’erogazione del creditoda parte delle banche italiane si traduce in risposte talvolta negative alle richieste di liquidità da parte di imprese e famiglie, l’altra faccia della medaglia di una gestione improntata ai corretti criteri di prudente gestione di risparmio è l’attuale situazione. Una situazione senza dubbio difficile ma non drammatica come si sarebbe verificato in presenza di una politica meno ‘cauta’ nell’erogazione del credito negli anni passati.

E’ possibile che in Italia si verifichino le condizioni che possono determinare il prelievo forzato dei depositi come paventato da qualcuno?

Le banche italiane sono solide e questo scenario, allarmisticamente e incoscientemente evocato, si può totalmente escludere. Né va dimenticato che i risparmiatori italiani godono di un elevato livello di protezione dei propri depositi: sino a 100mila euro i risparmi sono garantiti dal “Fondo interbancario di tutela dei depositi”, uno strumento all'avanguardia in Europa che il settore bancario italiano ha saputo costruire. Il Fondo garantisce conti correnti, depositi anche vincolati, assegni circolari e certificati di deposito nominativi.

Il sistema bancario italiano è solido?

Sicuramente sì. Le banche italiane continuano a dimostrarsi solide e in salute: l’ultimo autorevole riconoscimento è giunto dal Fondo monetario internazionale, che all’inizio dello scorso luglio ha promosso il sistema creditizio italiano. Gli economisti di Washington hanno riconosciuto alle nostre banche capacità di resistenza alla recessione e livelli patrimoniali superiori ai minimi regolamentari. Fedeli al tradizionale virtuoso modello della banca commerciale, il settore continua a reggere ai contraccolpi di una crisi pesante e quasi generalizzata e lo fa senza far mancare il proprio supporto a famiglie e imprese. E, al contempo, senza aver avuto bisogno di interventi o aiuti a fondo perduto da parte dello Stato italiano. Il quadro attuale, comunque, ci impone di tenere in considerazione che sul settore continuano a pesare in modo rilevante l’andamento negativo del ciclo economico, il peggioramento dei livelli di redditività e il trend di crescita record registrato dalle sofferenze bancarie.

Secondo lei quali possono essere le misure urgenti e utili per far riprendere l’economia?

Dal punto di vista delle banche italiane, la priorità è l’avvio di quelle riforme strutturali che non sono più differibili e che potranno sostenere produttività e competitività, presupposti fondamentali anche per la tutela dell’occupazione e ridare fiducia a famiglie e imprese. La politica economica del nostro Paese dovrebbe perseguire le due seguenti priorità: risanamento dei conti pubblici, partendo dalla riduzione della spesa pubblica ‘cattiva’, e crescita. La sfida è oggettivamente molto impegnativa, anche e soprattutto per la presenza di fragilità specifiche dell’Italia come l’elevato debito pubblico. Negli ultimi anni, tuttavia, è stato avviato un percorso virtuoso e occorre valorizzare i progressi onde non vanificare i sacrifici fatti. Quanto alle specificità del mondo bancario, gli istituti chiedono all’Esecutivo di modificare quanto prima una normativa fiscale svantaggiosa che non ha eguali in Europa e che costringe gli istituti a contabilizzare, da un punto di vista fiscale, le perdite su crediti spalmandole su 18 anni. Questa normativa causa alle banche un danno competitivo enorme e scoraggia nuovi prestiti, perché assomma il rischio d'impresa al rischio fiscale.

Dobbiamo essere ottimisti per il futuro della Calabria?

La Calabria è certamente la regione nella quale le difficoltà nazionali si amplificano per effetto dei ritardi economici ed infrastrutturali e, di conseguenza, quella nella quale i segnali di ripresa sono meno evidenti e più lenti a manifestarsi. Malgrado tale situazione, lo sforzo del sistema creditizio è quello di assistere, con il massimo rigore e la massima professionalità, le aziende calabresi che, tra mille difficoltà, continuano ad investire, innovare ed a crescere. Esistono settori economici che hanno fatto registrare segni evidenti di miglioramento, noi faremo tutto il possibile perché detti segnali si rafforzino e costituiscano la prima base di una solida ripartenza.