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Martedì, 04 Agosto 2020

Enza Rando: “La Calabria? Meravigliosa ed indifferente…"

Già presidente di “Avviso Pubblico”, già vicepresidente ed avvocato di Libera (difende  Denise, la figlia di Lea Garofalo) Enza Rando è impegnata nei processi più significativi dello scacchiere giuridico italiano: dalla Trattativa Stato-Mafia a Palermo a Minotauro a Torino, da Già presidente di “Avviso Pubblico”, già vicepresidente ed avvocato di Libera (difende  Denise, la figlia di Lea Garofalo) Enza Rando è impegnata nei processi più significativi dello scacchiere giuridico italiano: dalla Trattativa Stato-Mafia a Palermo a Minotauro a Torino, da Caffè Macchiato a Napoli a Meta a Reggio Calabria, solo per enumerarne alcuni.

Enza Rando


Enza Rando è una grande donna, dolce, di quelle che non dimentichi facilmente, che sogna ancora dinanzi ai tramonti e lotta per un’etica pubblica che liberi la bellezza, di quelle che presidiano cantieri sotto scacco della mafia per garantirne i lavori a “regola d’arte”. Una professionista ed un politico dal cuore illuminato, che contribuisce quotidianamente a costruire verità e giustizia nell’Italia difficile della terza Repubblica. La incontriamo nel suo studio immerso tra le vie di Modena.

Nella sua esperienza il servizio per il bene comune passa dall’impegno politico in Sicilia, a Niscemi negli anni ’90. Quanto ha inciso nel suo percorso umano l’attivismo in politica?

La politica come servizio è l’arte più nobile. L’esperienza politica, la partecipazione a ricostruire una nuova comunità nella mia città, ha segnato la mia vita, mi ha insegnato a non essere mai indifferente. L’impegno politico mi ha insegnato l’ascolto delle persone, mi ha insegnato l’etica della responsabilità, Ho sempre assunto le decisioni politiche amministrative avendo come unicoorizzonte l’interesse pubblico e questo ha permesso di comunicare ai cittadini che quando la politica guarda l’interesse pubblico anche il volto, il destino di un territorio può cambiare.

Ci racconta di quando si batteva per la realizzazione di scuole a Niscemi e occupava di notte i cantieri?

Dopo lo scioglimento del consiglio comunale di Niscemi per infiltrazione mafiosa, una persona perbene, Totò Liardo, divenne sindaco di tanti sognatori e giovani che volevano mettersi in gioco. Da vicesindaco ho insistito per avere le deleghe meno ambite alla cultura e alla pubblica istruzione. Vi erano 5 edifici scolastici la cui costruzione, iniziata diversi anni prima, non era mai stata completata, doveva rimanere “quasi completata”, e quindi i bambini e i ragazzi di Niscemi erano costretti a frequentare la scuola con i doppi turni e questo mi sembrava una grave violazione del diritto allo studio. Trovavo sempre nuovi danneggiamenti ad opera della mafia, che si sentiva sfidata da una giovane donna in politica. Proposi allora a Liardo di andare a dormire lì di notte e sempre noi vigilare e presidiare durante il giorno le scuole. La sera portammo materassi e viveri ed iniziammo a fare i turni, il quartiere cominciava a sentire quegli edifici abbandonati come qualcosa che apparteneva loro. La gente ci portava il caffè, ci cucinava...anche le riunioni della giunta si facevano in quegli edifici, i ragazzi più adulti, le associazioni di volontariato, facevano i turni per seguire i bambini del quartiere a fare i compiti, la sera si proiettavano film, l’edificio che prima era considerato un luogo abbandonato e quindi di nessuno, ad un tratto diventava la loro agorà. Una vera rivoluzione.

Lei è la responsabile dell’Ufficio Legale  di Libera. Qual è il plusvalore che dà alle costituzioni di parte civile di Libera nei processi italiani più significativi?

Nel corso degli anni abbiamo pensato che volevamo esserci nei luoghi in cui si amministra la giustizia, accanto ai tanti bravissimi e straordinari magistrati che concorrono  a rendere vivibile questo Paese, perché scavano per cercare le verità;  volevamo esserci nei processi in cui gruppi mafiosi, ‘ndranghetisti, camorristi, sono processati per aver sottratto ricchezza e speranze nei loro territori, uccidendo, accaparrandosi risorse pubbliche. E’ importante guardare in faccia e capire le grandi responsabilità di coloro che vengono processati e l’enorme danno che hanno fatto alla società, comunità Paese. Ci sono state tante importanti e bellissime esperienze che abbiamo avuto in questi anni, studenti che hanno affittato pullman, insieme agli insegnanti, per seguire il processo a Milano e stare accanto ad una coraggiosa e straordinaria ragazza, Denise, alla quale era stata uccisa la madre Lea Garofalo. Penso che questo sia uno straordinario esercizio di democrazia partecipata che abbiamo attuato nei processi in cui siamo costituiti in Calabria, Sicilia, Campania, Piemonte.

E’ l’avvocato di Denise, la figlia di Lea Garofalo, un caso complesso dai molteplici colpi di scena. Cosa le ha lasciato da donna e da professionista?

Ho conosciuto una donna coraggiosa, Lea. Le sue erano richieste normali, quelle di una donna che si sentiva sola, ma aveva tanta dignità e chiedeva solo di essere accompagnata a costruirsi un futuro insieme a Denise. Non chiedeva regali, favori, ma il diritto di vivere. Accompagnare Denise, in questi anni, dopo l’omicidio della sua mamma, mi ha insegnato ancora di più a conoscere Lea, ho visto il volto del coraggio di una ragazza che non si piega, che ha lottato per conoscere la verità, anche la più cruda.. Non posso incontrare Denise normalmente per il suo stato di testimone di giustizia, sottoposta a programma di protezione, e mi spiace molto perché ogni volta che la incontro, la trovo sempre più adulta,  triste ma con tanta voglia di camminare per cercare e trovare giustizia e per raccontare il sacrificio della sua mamma. Quando nella professione si mette l’anima i fatti e le cose si leggono in maniera diversa, con gli occhi della vicinanza e dell’accompagnamento a donne così speciali. Ecco con Lea e Denise ho guardato in faccia quanto ognuno di noi deve fare di più.

C’è una storia che più di altre ha fatto propria?

Ninetta Burgio penso sia stata una donna, una mamma amabile, con un grande coraggio. Una donna che per 12 anni ha cercato suo figlio Pierantonio, quando una sera di agosto non è più ritornato a casa. Ricordo il suo appuntamento quasi annuale con la Procura di Caltagirone a cercare la verità sulla scomparsa del figlio. Andava in commissariato per chiedere notizie, andava nelle trasmissione nelle quali ci regalava parole piene di umanità, ci esortava alla responsabilità, ci diceva che cercare la verità sul suo caro giovane Pierantonio non era un problema solo suo ma della città, quando non si conosce la verità il Paese si impoverisce, senza verità non si cammina. Questo era il pensiero di Ninetta. Pierantonio è stato ucciso da 4 giovani assoldati della mafia e uno di loro era un alunno di Ninetta, il collaboratore (che ha ucciso Pierantonio) ci ha raccontato, al processo, che ha deciso di collaborare dopo aver ascoltato l’appello di Ninetta, sua insegnante. La vita è sorriso diceva. Ninetta aveva dentro il suo cuore una grande sofferenza ma portava con sé una grande  umanità: il “perdono”.

Ha il quadro dello scacchiere malavitoso italiano, ma soffermiamoci alla Calabria, che idea si è fatta di questa regione? Cosa si deve fare per chiudere una volta per tutte il capitolo sulle mafie? 

La Calabria è una regione meravigliosa, oltre la sua bellezza naturale, ci sono tante donne e uomini straordinari, coraggiosi che hanno scritto pagine di storia importanti per il nostro Paese. Non posso dimenticare i tanti magistrati che ho conosciuto in Calabria, sempre con rigorosa professionalità, hanno cercato la verità processuali sulle tragedie e i dolori che porta  la ‘ndrangheta. Ci sono associazioni di volontariato, una buona parte del mondo della politica, del mondo economico e sociale che cercano, in tutti i modi, di resistere al fascinoso arricchimento senza regole e in spregio all’interesse pubblico. Ma c’è purtroppo come forse in tutto il Sud, l’indifferenza della maggioranza dei suoi cittadini, la sottovalutazione, il cercare di chiudere gli occhi. La Calabria deve cercare di portare avanti le migliori risorse, che non fanno patti con le mafie e che dicono con fermezza da che parte stanno. E’ necessario iniziare a dire parole chiare come che il denaro sporco non serve alle comunità. Bisogna quindi lavorare tanto sul fronte dell’educazione alla legalità, bisogna strappare i giovani che nascono in un contesto mafioso, al loro destino quasi scritto,  dar loro altre possibilità.