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Lunedì, 06 Luglio 2020

La potenza immaginifica di Gioacchino da Fiore, l’Abate eretico che ispirò Dante…

Presiede i lCentro Internazionale di Studi Gioachimiti il prof  Giuseppe Riccardo Succurro. In quest’intervista  spiega l’influenza dell’abate sull’Occidente. Chi era? Qual è la sua modernità? In cosa consiste  il lascito di una delle personalità più interessanti della storia delle idee?

Un aspetto fondamentale del pensiero di Gioacchino da Fiore è costituito dal suo genio immaginifico per la creazione di  simboli. Gioacchino è un pensatore pittorico, è il poeta delle immagini. Lei è presidente del Centro  di Studi Gioachimiti di San Giovanni in Fiore. Può parlarci brevemente della missione di questa istituzione?

Riccardo Succurro


Il Centro Studi è sorto per promuovere la conoscenza dell’abate calabrese Gioacchino da Fiore. In trent’anni di attività – spiega il proessor Giuseppe Riccardo Succurro -  il Centro ha celebrato sette congressi internazionali di studi gioachimiti, ha organizzato oltre 500 seminari in Italia e all’estero e ha pubblicato 60 volumi. Il Centro Studi ha proceduto alla ricognizione della tradizione manoscritta delle opere di Gioacchino da Fiore sparsa nelle più importanti biblioteche europee e ne ha microfilmato i codici,  ha avviato l’edizione critica degli “Opera Omnia” dell’abate calabrese e la stampa della loro traduzione in italiano. Il Centro  svolge una intensa attività scientifica ed editoriale, convegnistica e seminariale, spesso in collaborazione con prestigiose università e istituzioni culturali italiane straniere; promuove attività di formazione e di aggiornamento rivolte anche a docenti  ed alunni delle scuole di ogni ordine e grado.  È  dotato di un patrimonio librario di grande rarità e svolge  un ruolo di riscoperta e di valorizzazione, ai fini anche turistici, dei beni monumentali e dei luoghi calabresi legati alla presenza ed all’attività di Gioacchino da Fiore. Il Ministero per i Beni Culturali lo ha annoverato tra gli Istituti  di rilevante interesse nazionale,  unico Istituto culturale della Calabria ad aver ottenuto questo riconoscimento.

Chi era Gioacchino da Fiore ?

Gioacchino da Fiore - fondatore dell’Ordine Florense-  è un teologo della storia, un esegeta biblico ed un riformatore monastico. Nella  storia del pensiero cristiano, Gioacchino emerge all’interno del  gruppo di teologi della storia, i quali hanno cercato di fornire una ricostruzione complessiva dell’intero processo storico fondandosi sul messaggio biblico.  La  teologia della storia, fondata da Gioacchino sull’apocalittica, si caratterizza per tre aspetti.

Vuole spiegarli ai lettori di “Calabria on web”? 

Abate Gioacchino da Fiore


Il primo aspetto – ricostruito da Bernard McGinn in L’abate di Fiore nella storia del pensiero occidentale -  è rappresentato dal carattere trinitario della storia. L’ intuizione  fondamentale, da cui Gioacchino prese le mosse, consisteva nell’idea che il corso della storia si forma a immagine del suo creatore e, dal momento che   il creatore è un dio in tre persone, il significato della storia è integralmente trinitario “Il primo stato è attribuito al Padre, il secondo al Figlio, il terzo allo Spirito Santo … Il primo status fu quello di legame servile; il secondo di legame filiale; il terzo di libertà… Il primo fu quello della punizione, il secondo dell’azione, il terzo della contemplazione. …Il primo dei tre stati  – spiega Gioacchino nella  Expositio in Apocalypsim- si svolse al tempo della legge, quando il popolo del Signore viveva in condizione di schiavitù sotto gli elementi di questo mondo, non essendo in grado di conoscere la libertà dello Spirito. Il secondo stato è quello incominciato sotto l’Evangelo e perdura tuttora, in libertà certamente rispetto al passato, ma non in libertà rispetto al futuro. Il  terzo stato avrà inizio verso la fine del mondo, ormai non sotto il velo della lettera, bensì in piena libertà dello Spirito…”

Per Gioacchino la struttura della storia era comunque nello stesso tempo ternaria e binaria. Nella Concordia egli scrive: ”Il primo schema è indicato dall’Alpha, che è una figura triangolare. Il secondo è indicato dall’Omega, nella cui figura un’asta procede alla loro connessione. Entrambi gli schemi sono notevolmente rilevanti per la fede cattolica”.  La figura dell’Alpha designa lo schema dei tre status, del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; l’Omega dimostra che ci sono soltanto due Testamenti, il Vecchio e il Nuovo.

Ha spiegato il primo, il secondo aspetto?

Il  secondo è un  aspetto chiave per la comprensione del pensiero dell’abate di Fiore;  è costituito da una nuova forma di esegesi,  un modo originale di interpretare la Bibbia.  La teoria dell’interpretazione biblica elaborata da Gioacchino  metteva insieme la concordia – cioè il parallelismo- tra personaggi, avvenimenti ed epoche del Vecchio e del Nuovo Testamento, e dall’altro una lettura  che sottolineava il continuo progredire nella comprensione della divina verità attraverso il corso del tempo.  L’età del Padre, cioè il tempo del Vecchio Testamento, aveva preparato la strada all’età del Figlio, alla rivelazione del Nuovo Testamento e al tempo dell’attuale Chiesa.
Questi due aspetti connessi fra loro nel programma di Gioacchino da Fiore, la sua teologia trinitaria della storia e la sua nuova forma di interpretazione spirituale, non erano soltanto fortemente originali, erano anche difficili da esporre. L’abate di Fiore, oltre a presentarli nei suoi lunghi commentari biblici, crea immagini  e fa  ricorso al potere dei simboli per spingere l’immaginazione della mente in direzioni non accessibili a mere descrizioni concettuali.

Andiamo al  terzo aspetto del pensiero di Gioacchino?  

E’ appunto quello  costituito dal suo genio immaginifico per la creazione di  simboli. Gioacchino è un pensatore pittorico, è il poeta delle immagini della terza età.   “Ciò che non riusciamo a dire come si conviene con le parole, possiamo almeno introdurlo tramite le figure esposte”,  scrive l’abate di Fiore nella Concordia.  Nelle  figurae sono fissate, in grandi quadri simbolici, le strutture portanti e  l’immaginazione caleidoscopica del pensiero del fondatore dell’ordine florense.  Per Marjorie Reeves,  la grande studiosa inglese che ha dedicato la sua vita alle ricerche su Gioacchino, il Liber Figurarum non  è una collezione casuale di figure selezionate fra quelle inserite nei diversi scritti gioachimiti, ma un supplemento deliberatamente compilato.  Il Libro delle figure è infatti una raccolta di immagini non destinate a decorare le pagine come se fossero miniature; nemmeno a meglio spiegare i concetti scritti, come le tavole dei testi scientifici. Sono disegni  che presentano un pensiero senza bisogno della parola  scritta, tranne il caso di qualche breve didascalia; un pensiero teologico detto per immagini, grazie a una  visione di un mondo in cui tutto è collegato e concatenato, senza soluzioni di continuità. L’universo di Gioacchino è una macchina perfetta, contenuta nella Rivelazione così come nelle sue parti. Le ere del mondo corrispondono a quelle della vita umana, alle sezioni dell’anno liturgico, alle persone della Trinità,  alla parola e al segno della mano dell’uomo. Pertanto, è opportuno disegnare una figura delle cose dette, da porre davanti agli occhi della carne, affinché «gli occhi della mente, al di fuori del fango apposto, si aprano alla conoscenza”.

A proposito dell’abate Gioacchino si parla generalmente di “eresia” e di “utopia”. Possiamo spiegare a cosa ci si riferisce?

Dopo la morte di Gioacchino da Fiore, il IV Concilio Lateranense ne condannò nel 1215 il De unitate seu essentia Trinitatis, per le sue espressioni polemiche nei confronti del magister e vescovo parigino Pietro Lombardo e della sua teologia trinitaria. La condanna non riguardò altri scritti di Gioacchino. L’ombra dell’eresia fu diffusa e strumentalizzata da ambienti ostili al messaggio di Gioacchino che si stava “abbattendo come un ciclone -scrive Raffaello Morghen- sul XIII secolo”.  Papa Onorio III, nella Bolla del 17 dicembre 1220 contro i nemici di Gioacchino e del suo ordine, esortò l’Arcivescovo di Cosenza ed il  Vescovo di Bisignano a difendere pubblicamente la memoria dell’abate: “Riteniamo Gioacchino un autentico cattolico e giudichiamo salvifico l’Ordine che ha istituito. Vi esortiamo a castigare coloro che insultano a causa della condanna conciliare l’Ordine Florense, in spregio a tutti gli appelli contrari, con un odio la cui forza è pari solo alla verità che si conosce … Approfittando del fatto che è stato condannato un libello … insinuano che sia stato considerato eretico … Nel Monastero di Fiore, di cui  Gioacchino è stato il fondatore, la formazione è regolare, la disciplina salutare, tanto che lo stesso Gioacchino ha deciso di inviarci tutti i suoi scritti per sottometterli al giudizio della Sede Apostolica in vista dell’approvazione o della correzione accompagnandoli con una lettera, da lui dettata e sottoscritta di suo pugno, nella quale confessa senza tentennamenti di professare la fede della Chiesa di Roma, madre e maestra di tutti i fedeli”.

Eretico, veggente, profeta?

Per  cogliere il significato trinitario della storia, che si trova nella Bibbia, non bisogna possedere il dono della veggenza bensì quella che Gioacchino chiama la intelligentia spiritualis, cioè un’intelligenza o una comprensione spirituale.  L’idea di  un costante progresso spirituale nella storia della salvezza e dunque dell’attesa di una nuova rivelazione e dispensazione dello Spirito è una delle conquiste intellettuali fondamentali dell’abate. La  teologia della storia dell’abate calabrese -scrive il teologo ginevrino H. Mottu in La manifestazione dello spirito secondo Gioacchino da Fiore-   non è una fantasticheria sulla fine del mondo, ma un sistema mirabilmente organizzato che dà senso, prima di Hegel, all’era dello Spirito.  “L’utopia è figlia di Platone ed è  -scrive J. Ratzinger in Escatologia e Utopia- una creazione dell’Umanesimo rinascimentale. L’ utopia è una questione di ragione che mette l’immaginazione al suo servizio e cerca  un’organizzazione di città-modello. La teologia della storia invece nasce dall’escatologia cristiana. L’escatologia  è nel suo principio una questione di fede e attende o proclama l’avvento di un’età di Dio”.  L’abate vedeva negli ultimi anni del XII secolo l’alba della terza età, l’era della  ecclesia contemplantium (la Chiesa dei contemplativi), durante la quale la consapevolezza mistica di Dio insita nella intelligentia spiritualis sarebbe stata alla fine riversata pienamente tanto sui Gentili quanto sugli Ebrei convertiti.  Nel De septem sigillis  così l’abate di Fiore descrive  quest’era: “Quando sarà cessata la più grande delle tribolazioni, verrà il tempo della consolazione della Gerusalemme celeste, e si effonderà in essa una gioia senza fine … Verrà sicuramente concesso il sabato gaudioso al popolo di Dio, e segneranno quei giorni giustizia e abbondanza di pace” ; e nella Concordia Novi ac Veteris Testamenti: “Trascorso questo tempo travagliato, con maggiore abbondanza si effonderà dall’alto lo Spirito di Dio sopra gli eletti … Quando saranno completate le generazioni, apparirà manifestamente la Verità … Sarà cancellata l’iniquità nel popolo di Dio, e sarà instaurata una giustizia eterna ….  Su tutta la terra regnerà la Verità e  la pace”.        Gioacchino da Fiore è dunque  il “cantore della speranza”, non il predicatore di un’utopia.

Dante e Gioacchino. Di cosa parliamo?

La  vivida bellezza  coloristica  dello  splendido albo del Liber Figurarum ed il simbolismo dello Psalterium decem chordarum  di Gioacchino da Fiore hanno  ispirato Dante.  Il sommo poeta, da giovane, frequentò a Firenze la scuola del Convento francescano di Santa Croce dove, in quegli anni,   insegnava  teologia Pietro di Giovanni Olivi.   Con la sua Lectura super Apocalypsim, Pietro di Giovanni Olivi rilanciò e attualizzò il messaggio della speranza della terza età del nostro abate. Presso i frati di Santa Croce,  Dante conobbe anche Ubertino da Casale,  un teologo francescano autore di un’opera,  Arbor vitae crucifixae Jesu Christi, nella quale la lettura apocalittica della storia della Chiesa era ispirata al pensiero di Gioacchino. Ubertino da Casale,  uno dei personaggi principali del romanzo Il nome della rosa di Umberto Eco, dava voce all'attesa gioachimita  di un'era di pace in cui la Chiesa sarebbe stata guidata dal "Papa angelico”. Questo  spirito gioachimita, largamente diffuso fra i francescani, pervade la Divina Commedia.  L’antifona Beatus Ioachim, spiritu dotatus prophetico, recitata nel Duecento dai monaci florensi sulla tomba dell’abate, fu riportata testualmente da Dante nell’ immortale terzina  del dodicesimo canto del Paradiso e lucemi da lato/ il calavrese abate Giovacchino,/ di spirito profetico dotato. Glistudiosi hanno sottolineato che non a caso Dante fa elogiare  Gioacchino da Bonaventura, cioè  da uno che   aveva disapprovato il gioachimismo. Attraverso questo gesto di “riparazione”, Dante sottolinea l’errore delle gerarchie ecclesiastiche che avevano condannato alcuni aspetti delle dottrine dell’abatedi Fiore. E non è  nemmeno un caso se Dante riserva un posto in Paradiso a Gioacchino ed un posto all’Inferno a Bonifacio VIII, il papa  in lotta con  gli Spirituali. Nel XXXIII Canto del Paradiso Dante contempla le tre Persone divine e, con una grandiosa raffigurazione, illustra il mistero della Trinità:  Nella profonda e chiara sussistenza/ dell'alto Lume parvermi tre giri/ di tre colori e d'una contenenza;/e l'un da l'altro, come iri da iri,/ parea reflesso, e il terzo parea foco, /  che quinci e quindi ugualmente si spiri.  “La fede  vede questi tre giri, di tre colori e d'una contenenza, ma la geometria non potrà vederli mai!”, esclamano gli studiosi  danteschi dell’Ottocento e del primo Novecento, commentando l’alto simbolo poe­tico del mistero trinitario. Invece, dopo il ritrovamento dei codici a Oxford, Reggio Emilia e Dresda,   appare evidente che Dante abbia visto l’immagine dei tre cerchi tricolori, disegnata da Gioacchino nell’undicesima  tavola del Liber figurarum e  descritta dall’abate di  Fiore nell’ Expositio in Apocalypsim (tres in ea colores esse perpendimus: unum viridem, alium caerulum, tertium rubicundum). Questa figura sintetizza i motivi fondamen­tali della dottrina di Gioacchino.  La storia umana è suddivisa in tre Età, rappresentate dai tre cerchi aventi, secondo la distinzione medievale, i colori fondamentali dell' iride.   Il primo stato è  l’età del Padre; il secondo stato è l’età del Figlio; il terzo stato è l’età dello Spirito Santo. Il cerchio verde, il colore della natura, simboleggia il Padre,  creatore della terra;  il cerchio azzurro, il colore del cielo, indica il Figlio, qui de coelo descendit; ed il terzo cerchio, il simbolo dello Spirito Santo che si manifestò sotto forma di fiamma nella Pentecoste, è rosso, come descritto da Dante:  e il terzo parea foco. Oltre a quella dei tre cerchi trinitari,  altre affascinanti immagini ideate dalla fantasia mi­stica di Gioacchino sono  trasfigurate dalla fanta­sia lirica di Dante: la figura della candida rosa dell’Empireo nel XXXI Canto del Paradiso è ispirata  dalla tavola XIII del Liber figurarum, il Salterio dalle dieci corde. La profezia  del Veltro del I Canto dell’Inferno si ricollega alla  concezione dell’abate  silano e al suo messaggio di rinnovamento della società cristiana; l’enigmatico verso pronunciato da Adamo nel XXVI Canto del Paradiso  “I  s’appellava in terra il sommo bene” deriva dalla simbologia gioachimita, la   lettera “I” del Tetragramma sacro che designa il Padre, la sola Persona divina rivelata al primo uomo;  la suggestiva visione dantesca dell’  aquila ingigliata del cielo di Giove nei canti XVIII-XX del Paradiso è ideata dalle splendide miniature delle tavole V e VI del Liber Figurarum, delle quali Dante  riporta anche i dettagli (il rubino delle ali,   un occhio solo,  una pupilla e  un ciglio, proprio come nelle figure gioachimite) e dalla immagine  raffigurata in un’altra opera dell’abate di Fiore, lo Psalterium decem chordarum, dove l’aquila ha un valore allegorico compatibile con i versi danteschi; la grande visione  dei canti XXIX-XXX del Purgatorio ove Beatrice è immagine e simbolo dell' Ecclesia spiritualis, che Gioacchino aveva lasciata come una eredità sacra alla spiritualità del secolo XIII.

 Altre derivazioni dal pensiero di Gioacchono?

Molti autori hanno rilevato  come tutto   l'or­dinamento del Paradiso  rifletta il simbolismo musicale  dello Psalterium decem chordarum, una delle principali opere  gioachimite. La Commedia in sé –ha scritto Enrico Malato-  è un libro profetico,  non già semplicemente un libro che colleziona profezie;  lo è nel disegno generale, come libro allegorico-didascalico che narra l’esperienza salvifica di un uomo; lo è in particolare per gli ammonimenti che spesso rivolge al lettore; lo è per le frequenti anticipazioni di giudizi che sono  nella mente di Dio. Dante “profeta” è, dunque,  profondamente influenzato dall’insegnamento di  Gioacchino da Fiore . La figura di Dante è però fondamentale nella storia della fortuna  di Gioacchino da Fiore nell’Ottocento e nel Novecento. Infatti, un’analisi della presenza del mito di Gioacchino e del gioachimismo nella cultura civile ed etico-politica italiana, dal Risorgimento alla prima metà del Novecento, trova i suoi luoghi di elezione nei due fuochi culturali attorno ai quali hanno ruotato i diversi discorsi nazionalitari e rispetto ai quali si sono venute costruendo e rinsaldando l’identità nazionale contemporanea italiana e la stessa volontà politica che ha sorretto il moto risorgimentale:  la coscienza storica e dunque la storiografia, da una parte, e la lingua letteraria e -in particolare - il mito di Dante, dall’altra.

L’attenzione verso Gioacchino da Fiore nella storiografia ottocentesca italiana  prende l’avvio dagli studi danteschi di Ugo Foscolo e si sviluppa nel pensiero di Giuseppe Mazzini. Foscolo, dopo aver pubblicato il suo Discorso sul testo della Divina Commedia , scrisse una lunga postilla su Gioacchino da Fiore. Questa postilla testimonia l’ interesse di Foscolo per la figura e per le opere dell’Abate calabrese, in relazione all’inter­pretazione profetica della Divina Commedia. Secondo Giuseppe Mazzini, Foscolo  “cercò in Dante non solamente il padre della lingua nostra, ma il profeta della nazione”. Ristampando il Di­scorso foscoliano, Mazzini pubblicò la lunga postilla di Foscolo su Gioacchino da Fiore e da questo momento nacque anche  in lui un interesse specifico e diretto per l’abate di Fiore. Un interesse vi­vificato dal gioachimismo lessinghiano giunto nel Risorgimento italiano. Lessing, in L’educazione del genere umano, ipotizzava la possibilità di una terza “rivelazione-educazione” in cui non ci sa­rebbe stato più bisogno di pensare al premio eterno per compiere il dovere morale: “Verrà certamente il tempo della perfezione in cui l’uomo farà il bene perché è il bene, non più in funzione di arbitrarie ricompense . Verrà certamente il tempo di quel nuovo Vangelo eterno. … forse la teoria delle tre età del mondo non era solo un’illusoria chimera”. Questo paradigma lessinghiano, evocando la visione gioachimita, sostenne la visione pedagogica e politica di Mazzini.

Il profetismo dantesco di derivazione foscoliana e il gioachi­mismo lessinghiano si integrarono, nel pensiero mazziniano, in una visione religioso-politica che aveva al suo centro la missione di Roma o, meglio, la profezia di una Terza Roma. Questo tema sarebbe rimasto fino alla fine della predicazione mazziniana. Nel periodo successivo al 1861 e all’Unità d’Italia, Mazzini coltivò un ulteriore interesse per Gioacchino da Fiore: nel carteggio con Stern apparve la suggestione lessinghiana di Gioacchino come profeta di una terza Religione. Nella celebrazione del centenario della nascita di Mazzini, Gaetano Salvemini sottolineò l’aspetto religioso del pensiero mazziniano, ricapitolato nella cifra simbolica di Gioacchino da Fiore: “Queste sono le teorie religiose, politiche e sociali di Giuseppe Mazzini : una specie d i Evangelo Eterno del calabrese abate Giovacchino  di spirito profeticodotato” .

 

Si può parlare di influenza di Gioacchino sulla storia del pensiero Occidentale?

Il  messaggio  di Gioacchino da Fiore   ha conosciuto, sin dalla conclusione  della  sua turbinosa esistenza, una grande fortuna e ha costituito un punto di riferimento dottrinale sia tra i movimenti pauperistici, millenaristici e apocalittici del tardo medioevo sia tra gli evangelizzatori del Nuovo Mondo, specialmente tra gli aderenti alla religio francescana. La figura di Gioacchino da Fiore era  familiare a Cristoforo Colombo, che lo cita  nel Libro de las Profecias.  La  sua opera ha esercitato un fascinoso richiamo in ogni tempo,  legata sempre alle attese escatologiche e messianiche specialmente fra il Cinquecento e il Settecento in Inghilterra come in Germania, nel Cile come in Italia, in Spagna come in Francia ma anche, in tempi più vicini a noi, tanto in opere letterarie quanto in contributi di carattere filosofico e politico: dal romanzo di Georges Sand al racconto di William Buttler Yeats, all’Ulisse di James Yoice,  dall’intelligente intrigo della riproposta letteraria effettuata da Umberto Eco ne Il nome della Rosa  al volume di Eric Voeglin che ritiene che Gioacchino fu all’origine del “complesso di simboli che dominò l’auto-interpretazione dei movimenti politici moderni”.     Alcuni autori, in recenti studi, hanno svelato come  il fascino del pensiero di Gioacchino da Fiore sia giunto fino a Michelangelo e sia stato determinante nella strutturazione del programma degli affreschi della volta della Cappella Sistina. Michelangelo conobbe le idee del fondatore dell’ordine florense attraverso la predicazione di Savonarola a Firenze e tramite gli studi di alcuni teologi vissuti a Roma nel primo Cinquecento, Egidio da Viterbo e Pietro Galatino.  Le opere dell’abate calabrese  furono stampate a Venezia, in quel periodo,  in edizioni curate dall’agostiniano Silvestro Meucci su esortazione proprio di Egidio da Viterbo ed ebbero  una straordinaria diffusione.       Malcolm Bull  spiega, in The Iconography of the Sistine Chapel Ceiling , l’influsso che la Concordia Novi ac Veteris Testamenti esercitò su Michelangelo Buonarroti. Lo studioso inglese,  teorico dell’arte e  della filosofia della storia, coglie la familiarità tra gli affreschi di Michelangelo ed il patrimonio di idee di Gioacchino da Fiore.  “Nessuno come Michelangelo, in tutta l’arte cristiana figurativa, ha mai rappresentato in modo così ampio e particolareggiato, stirpe per stirpe, gli antenati di Gesù. In  nessun testo della letteratura cristiana la successione genealogica degli antenati di Gesù gioca un ruolo  così importante come nella Concordia di Gioacchino da Fiore. È merito di Malcolm Bull – scrive Pfeiffer- aver fatto  notare questo nesso”.  Paola Guerrini, in  Il ricordo del futuro- Gioacchino da Fiore e il Gioachimismo attraverso la storia, dimostra che gli affreschi di  Michelangelo sono in relazione con le tavole III e IV, VII e VIII, XVIIIa e XVIIIb del Codice Reggiano del Liber Figurarum. Gioacchino, in queste tavole, rappresenta le immagini sinottiche della Concordia Veteris Testamenti et Novi con il succedersi delle generazioni dell’umanità,  le Concordanze di personaggi del primo e del secondo stato,  la sinossi della Concordia di personaggi biblici e di persecuzioni storiche e I Tempi della storia. La giovane studiosa italiana elenca doviziosamente i parallelismi e le numerose relazioni fra le figure gioachimite e quelle della volta della Sistina. Heinrich W. Pfeiffer, in La Sistina svelata. Iconografia di un capolavoro, raffronta i dipinti di Michelangelo con i testi letterari di Gioacchino  che ne hanno costituito la fonte originaria di ispirazione. Le storie di Ester, di Giuditta, di Betsabea  dipinte da Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina sono precise illustrazioni di  passi della Concordia e seguono fin nei minimi dettagli le corrispettive pagine del libro dell’abate calabrese. Gioacchino suddivide la storia  in epoche e ripartisce gli antenati di Gesù in base alla loro relazione con queste epoche. Così gli antenati di Gesù sono stati dipinti negli spicchi  delle arcate della volta e nelle arcate della volta ad essi relative. In alcuni   Congressi internazionali di studi gioachimiti, il Centro studi ha scandagliato l’eredità di Gioacchino da Fiore nei secoli, ne  ha ricostruito la posterità spirituale ed analizzato l’influenza  sulla storia del pensiero occidentale. Le relazioni degli studiosi sono state pubblicate nei seguenti volumi: Gioacchino da Fiore nella cultura contemporanea. Atti del 6°Congresso internazionale di studi gioachimiti, San Giovanni in Fiore, 23-25 settembre 2004. A cura di Gian Luca Potestà, Viella, Roma 2005; Storia e figure dell’Apocalisse fra ‘500 e ‘600. Atti del 4° Congresso internazionale di studi gioachimiti, San Giovanni in Fiore, 14-17 settembre 1994. A cura di Roberto Rusconi. Viella, Roma 1996 Il profetismo gioachimita tra ‘400 e ‘500. Atti del 3° Congresso Internazionale di Studi Gioachimiti, San Giovanni in Fiore,17-21 settembre 1989. A cura di  Gian Luca Potestà. Marietti, Genova 1991.