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Lunedì, 03 Agosto 2020

Il femminicidio sommerso che fa paura. “Dopo Istanbul una legge più efficace per tutelare le donne”

Parla il magistrato Domenico Chindemi autore di: ““Violenze psichiche: aspetti  giuridici e sociali. Capire e prevenire il femminicidio”. Afferma: “Ho voluto aiutare le tante vittime delle violenze psichiche e morali in ambito familiare a prendere coscienza di un fenomeno sommerso ma purtroppo diffuso, accrescendo la coscienza sociale che costituisce una delle premesse più  frequenti del femminicidio”.

Domenico Chindemi


Chindemi, consigliere della Corte di Cassazione, nonché componente del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria,  ci porta all’ultima sua pubblicazione “Violenze psichiche: aspetti  giuridici e sociali. Capire e prevenire il femminicidio”. E’ uno spaccato interessante e realistico su una problematica tanto drammatica quanto attuale. “Soprattutto  ancora poco esplorata e sottovalutata, nonostante la sempre maggiore attenzione degli operatori sociali, delle forze dell’Ordine e magistratura”, spiega il magistrato reggino, che è stato tra gli insigniti della XXI edizione del premio Internazionale “La Calabria nel mondo” svoltasi recentemente al Campidoglio.  Ma torniamo al volume sulla violenza. Che, del novero delle oltre 200 pubblicazioni realizzate da Chindemi,  risultato di una grande esperienza e competenza maturate sul campo,  si caratterizza per disegnare un vero e proprio percorso di informazione e di sensibilizzazione. “Ognuno ha possibilità di riconoscere le violenze psicologiche nei rapporti di coppia, e nei confronti dei figli, offrendo indicazioni in ordine alle condotte rivelatrici della violenza psichica, ai mezzi di prova, ai reati in concreto individuabili e ai profili risarcitori del danno patrimoniale e non patrimoniale”.
Il punto di inizio è dato dall’esperienza di diverse donne, da cui l’autore ha estrapolato i comportamenti “seriali” dell’aggressore, che spesso è portatore di disturbi comportamentali, che ne consentono l’individuazione e la successiva presa di coscienza da parte delle vittime che hanno difficoltà a rendersi conto della spirale in cui sono lentamente cadute  senza riuscire spesso ad uscirne. Vengono individuati, in base alle testimonianze delle stesse vittime, coperte da anonimato, i comportamenti seriali attraverso cui riconoscere le violenze psichiche nei diversi ambiti economico, sociale, sessuale.
Le conseguenze? Aumento di medicinali, per lo più antipsicotici,  e di cure mediche  da parte delle vittime che risentono di tale situazione ed un peggioramento delle proprie condizioni di salute. Ma come si presenta la legislazione nazionale in materia e quali garanzie offre alle vittime?  “E’ assolutamente carente sotto il profilo della tutela delle donne contro la violenza – ammette Chindemi-. Dobbiamo rifarci alla nostra Costituzione che sancisce il principio di uguaglianza di genere: uomini e donne hanno diritto al medesimo trattamento alla  pari dignità sociale e agli  stessi diritti davanti alla legge, sancendo anche l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi all'interno del matrimonio. Ultimamente, l’Italia ha comunque compiuto un grande passo avanti, approvando il 19 Giugno 2013 la Convenzione di Instanbul sulla prevenzione e lotta alla violenza contro le donne che diventerà, tuttavia, operativa dopo la ratificata da parte di  almeno 10 Stati di cui 8 componenti del Consiglio d’Europa e impegnerà il Parlamento per la concreta attuazione dei relativi obblighi”. Approfondiamo meglio la questione: strumenti di tutela e lacune compongono un sistema da correggere e rafforzare rispetto al quale il magistrato non si limita a ripercorrere le tappe legislative più significative, ma propone soluzioni. Dice: “La normativa attuale, datata, tutela le donne contro lo sfruttamento della prostituzione,  della pornografia e del turismo sessuale a danno di minori, che nella maggior parte dei casi sono di sesso femminile (legge 269/98). Va anche segnalata la legge 154/01 che  tutela il convivente che subisce abusi, riconoscendo l'applicazione di misure cautelari, come l’allontanamento dalla casa familiare di chi compie abusi anche in caso di convivenza di fatto. Tale normativa introduce nuove misure per contrastare in maniera più incisiva i casi di violenza tra le mura domestiche. Il giudice, inoltre, può sollecitare in maniera rapida l'intervento dei servizi sociali e imporre all'imputato allontanato dal nucleo familiare il pagamento di un assegno per il mantenimento al familiare. Vi sono, poi, norme del codice penale che puniscono lo stalking (art. 612 bis) codice penale quando il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere con condotte reiterate, sia tale da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero, in alternativa, da ingenerare nella vittima un fondato timore per la propria incolumità ovvero, infine, tale da costringere la vittima stessa ad alterare le proprie abitudini di vita. Tale normativa, pur segnalando gli aspetti positivi a tutela delle vittime, presenta criticità, quali la punibilità a querela di parte rimettibile (con conseguenti pressioni per rimettere la querela che dovrebbe essere, invece, non revocabile per tutelare la vittima del reato). La pena (4 anni), inoltre  consente una misura restrittiva (è la prima volta per un delitto punibile a querela)  e si lascia alla vittima la facoltà di decidere se lo stalker debba stare o meno in carcere. Anche l’ammonimento di Pubblica sicurezza potrebbe rivelarsi pericoloso per le vittime in quanto potrebbe avere sviluppi imprevedibili”.

Cosa cambiare?“Prendendo quale punto di riferimento la Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne redatta dall'ONU nel 1993 e frutto di una forte pressione dei movimenti a difesa dei diritti femminili, nonché culminata nella Conferenza di Vienna sui diritti umani svoltasi a giugno dello stesso anno, occorre una legge che punisca ‘qualunque atto che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivicompresa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica che nella vita privata’, introducendo mirate misure preventive e la perseguibilità d’ufficio di tutti i reati di genere. Occorre poi emanare, anche in attuazione della Convenzione di Istanbul,  una legge contro la violenza sulle donne che deve essere qualificata  come violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, con norme adeguate di  lotta alla violenza (sessuale, psicologica o economica, comprese le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica, sia nella vita privata)”.
Aggiunge ancora: “Parallelamente, bisogna prevedere misure di sensibilizzazione,  educazione, protezione e sostegno, con una adeguata informazione e assistenza in materia di denunce individuali/collettive. Vanno inoltre potenziati e non chiusi come, invece, sta avvenendo su tutto il territorio nazionale, i centri antiviolenza, istituendo case rifugio e linee telefoniche di sostegno. Vi è anche necessità di fornire un aiuto concreto alle vittime di violenza sessuale con una normativa  di  protezione e supporto ai bambini testimoni di violenza, prevedendo un obbligo generalizzato di segnalazione di tali fenomeni, soprattutto da parte  delle figure professionali. E questa sì che sarebbe una vittoria contro la violenza di genere”.