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Sabato, 19 Settembre 2020

Il postino e lo scrittore. Dara: “Sono tutte uguali le storie degli uomini”

“Il breve trattato sulle coincidenze” è il libro con cui Domenico Dara s’è fatto valere al Premio Calvino. “Il postino del paese era un uomo solitario, senza ambizione, che alla passione per i pensieri astrusi univa quella per le lettere “Il breve trattato sulle coincidenze” è il libro con cui Domenico Dara s’è fatto valere al Premio Calvino. “Il postino del paese era un uomo solitario, senza ambizione, che alla passione per i pensieri astrusi univa quella per le lettere d’amore. Le riconosceva senza aprirle, come se portassero impresso sulla busta l’impronta degli amanti. Ne aveva viste d’ogni tipo: eleganti, posticce, scritte dietro un volantino di campagna elettorale e su pezzi di carta igienica, sull’ultima pagina strappata di un romanzo o sulla carta del pane ancora sporca di farina.

Domenico Dara


Le lettere d’amore che fanno diventare tutti poeti e che non fanno dormire, le lettere d’amore magiche che ripetono le stesse cose ma sempre con parole diverse, cesellate con cura come se l’imperfezione d’una lettera fosse più temibile del più temibile rivale. Le lettere d’amore che apriva più delicatamente, per ultime…”.
Questo l'incipit della fatica letteraria di Domenico Dara che gli è valsa la finale assieme ad altri sette partecipanti del prestigioso "Premio Italo Calvino", il premio letterario rivolto agli scrittori esordienti e che si è svolto a Torino lo scorso mese. Una gran bella soddisfazione per Domenico - che è di Girifalco e vive e lavora da parecchi anni in Lombardia - la cui opera è stata prescelta dal “Comitato di lettura”, fra ben cinquecentosettanta (570) partecipanti. Di questi ultimi, il Comitato ne ha selezionati soltanto otto, - e tra questi  Domenico Dara, appunto- dopo letture incrociate e numerose discussioni. Eh si, perché va aggiunto, come il Premio Calvino sia alla sua 26esima consecutiva edizione e sia stato il trampolino di lancio di molti scrittori italiani che si sono affermati e sono diventati famosi alla platea del pubblico che conta. Un buon viatico. Tra gli autori premiati o soltanto arrivati in finale, basterebbe che si citassero per tutti Susanna Tamaro  (La testa fra le nuvole, Marsilio) o Marcello Fois (Picta, Marcos y Marcos), o ancora Enzo Fileno Carabba (Jakob Pesciolini, Einaudi), e  tanti altri ancora. Un Premio nato nell’85, all’indomani della morte di Italo Calvino, e voluto su iniziativa di un gruppo di estimatori e amici dello scrittore scomparso tra i quali figurano nomi altisonanti della cultura italiana come  Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Cesare Segre, Massimo Mila.

Come nasce  il “Breve trattato sulle coincidenze”?

È un libro a cui ho lavorato in maniera discontinua per molti anni, e quindi è figlio di continue e incessanti riscritture. Intorno al nucleo iniziale, costituito dalla figura del postino che apre le lettere dei paesani, si sono di volta per volta addensate storie, personaggi , eventi sempre più articolati. L’idea centrale era quella di un uomo solitario e malinconico ossessionato dalla ricerca di un senso della vita e del  mondo.

Perché questo titolo, direi molto accattivante?

Domenico Dara al premio Calvino


La lunga stesura del testo ha conosciuto molti titoli provvisori, l’ultimo dei quali era “Il postino che scriveva lettere d’amore”, per alcuni versi calamitante ma scartato perché rischiava di suggerire un percorso di lettura fuorviante. Poi una sera, a cena con mia moglie, abbiamo avuto questa idea che ci è sembrata immediatamente calzante, e cioè di intitolare il libro con lo stesso titolo con cui il postino intitola il suo quaderno nel quale registra tutte le coincidenze che gli accadono. Mi è sembrato perfetto, per la curiosità che suscita e per i percorsi interpretativi che propone.

Si sente un po’ “il postino” nel suo romanzo, o per dir meglio, c’è qualcosa di lei nel protagonista principale del suo romanzo, di solito è quasi prassi che l’autore spesso ci si identifichi? O è un luogo comune?

Nel mio caso non si tratta di un luogo comune: il personaggio del postino è costruito sulle mie debolezze, sulle mie incertezze, sulle mie mancanze. Ma su questi spiccioli spunti autobiografici, per fortuna, è intervenuta la letteratura con la sua ricca e complessa costruzione fantastica.

Cosa allora e soprattutto chi l’ha ispirata nella realizzazione del romanzo?

Mi sono portato sempre dietro delle scelte di vita errate, mie e altrui, che andavano ricalibrate. Ho sempre sentito forte, dentro di me, la necessità di ristabilire attraverso la scrittura dei valori che mi sembravano rovesciati: con il romanzo ho assecondato queste esigenze, e ho cercato di porre riparo alle storie di alcune persone che mi stanno a cuore e che la vita aveva lasciato sospese. In fondo, anche la scrittura può essere un modo che il destino utilizza per concludere i propri cerchi. Come scrive il postino, a volte ci vuole più d’una vita perché un destino si compia, e chissà che a volte una di queste vite non possa essere cartacea.

C’è per caso stato uno scrittore a cui tiene particolarmente e che le ha dato l’input necessario per  realizzare questo suo libro?

No, non c’è un autore di riferimento per questo libro. In generale, non c’è nessuno scrittore a cui guardi con costanza per la mia scrittura. Non ho un unico modello di riferimento. Ci sono autori che amo e su cui ritorno continuamente come Pessoa o  Pavese,   ma se devo indicare un autore che mi ha formato profondamente e ha modellato il mio modo di confrontarmi col mondo e con gli uomini questi è Fabrizio De André.

Il dialetto è parte importante nella trama del suo libro, e come ogni lingua che si rispetti se non viene esercitato si perde un po’ , il suo rappresenta quasi il desiderio di preservare le tradizioni che dentro vi sono contenute?  

Fin dall’inizio il dialetto è stato un elemento portante del libro. Dirò di più: la mia ambizione era quella di scrivere l’intero romanzo in dialetto perché mi sembrava l’unico modo possibile per raccontare questa storia. Sono cresciuto in un paese in cui la prima lingua era il dialetto, e il dialetto ha parole ed espressioni di una forza evocativa unica, irripetibile, che non hanno equivalente nell’italiano.

Ha trovato nel Nord dove vive da anni, dei tratti di somiglianza con noi  calabresi  e che poi ha trasferito nel suo libro?

La geografia spesso può essere un fatto accidentale e fortunoso, ma gli uomini no, non lo sono, e le loro storie si somigliano dappertutto. Alla fine sono gli uomini che fanno i luoghi, e nella mia breve migrazione – Girifalco, Pisa, Milano e Valbrona - ho conosciuto tante persone importanti che hanno mitigato la nostalgia della migranza. Non ci sono luoghi speciali eccetto uno, quello della nostra fanciullezza, e non per delle sue qualità intrinseche ma perché lo associamo a un’età  in cui tutto ci appare meraviglioso. Sono un calabrese orgoglioso della mia terra e della mia gente.

Lei ha vissuto a Girifalco per anni,ha fatto le scuole di ogni ordine e grado fino al liceo scientifico, poi è partito per andare a lavorare. Nello scrivere  il libro ha manifestato per caso l’intenzione, forse inconsapevole, di non volere mai partire dalla Calabria?

No, sono contento del posto in cui mi trovo. A volte la distanza è salutare, perché la quotidianità e l’abitudine possono trasformarsi in agenti corrosivi.

Ebbene, che cosa le manca della Calabria e di Girifalco in particolare?

Gli affetti sono i più sacrificati: i genitori,  i miei zii e i mie cugini ai quali mi lega un affetto fortissimo, i miei amici più cari. Ma se devo dirle una cosa che mi manca particolarmente, le dico alcune giornate di maggio quando gli alberi cominciano a fiorire e la primavera sparge per le campagne i suoi profumi propiziatori. Gli uomini sono uguali in qualunque parte si trovino ma le stagioni no, e in nessun posto al mondo avverto la consolante rinascita della primavera come a Girifalco.

Chi intende ringraziare e chi l’ha convinta a presentarsi al Premio Calvino?

La partecipazione al Premio Calvino è avvenuta quasi per caso. Questo settembre si era interrotto un percorso importante con una casa editrice milanese, e io mi trovavo nel più completo smarrimento. Una fortunosa coincidenza – che il mio postino non avrebbe tardato a riportare nel suo trattato – ha voluto che mancassero una decina di giorni alla scadenza del concorso, e così ho spedito il manoscritto ma senza alcuna aspettativa.

Ora ha qualche altro romanzo in testa?  

Ci sono tre o quattro progetti avviati, ai quali lavoro contemporaneamente. In questo periodo però sto approfondendo una storia ambientata ancora a Girifalco, nelle due settimane a cavallo della festa di San Rocco: tutto ruota intorno a uno strano e misterioso circo che, arrivato per caso in paese, cambierà il destino di alcuni personaggi.

Il libro è dedicato a qualcuno?

Il libro contiene un ringraziamento e una dedica. Il ringraziamento è tutto per mia moglie Rosi, che mi ha guidato, consigliato, sorretto, e senza la quale questo libro forse non ci sarebbe mai stato. La dedica invece è per mia madre, Assunta Teresa Rosanò, donna straordinaria alla quale devo tutto quello che sono.