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Lunedì, 06 Luglio 2020

Alla Personal Factory il premio Best Pratices per l’innovazione.

Quando i cervelli rientrano: la prima piattaforma integrata per processi manifatturieri basata su tecnologia cloud. Ha 33 anni. E’ un ingegnere. Titolare, insieme al fratello, di un’azienda che opera prevalentemente nel settore chimico per l’edilizia e che oggi, in controtendenza Quando i cervelli rientrano: la prima piattaforma integrata per processi manifatturieri basata su tecnologia cloud. Ha 33 anni. E’ un ingegnere. Titolare, insieme al fratello, di un’azienda che opera prevalentemente nel settore chimico per l’edilizia e che oggi, in controtendenza rispetto agli attuali trend, crea sviluppo, innovazione e profitti. E che ha generato una vera rivoluzione nel settore.

I fratelli Luigi e Francesco Tassone


Come? Con un’idea vincente. Innovativa. Contemporanea. Tecnologica. Sostenibile. Si chiama Personal Factory ed è dotata di una piattaforma tecnologica che opera nello stabilimento del piccolo centro di Simbario, incastonato nella montagna del vibonese. E’ li che Francesco Tassone ha sperimentato il primo sistema di micro fabbrica, un sistema avanzato in grado di produrre materiali edili in soli 6mq abbattendo costi e tempi di produzione in quattro semplici fasi. Una vera panacea per i clienti, conquistati dai risparmi, dai margini di profitto e dalla inversione di ruoli. Da fornitori di materiali si diventa produttori. Ecco la magia della Personal Factory.
La storia di Francesco è una storia avvincente. Lui calabrese formato a Trento decide di rientrare in Calabria, dove  c’è lo stabilimento di famiglia. E lui ci crede. Crede nelle sue idee. Chiede alle banche i fondi di investimento necessari per realizzare il prototipo e sperimentarlo. Ma, come spesso accade, trova i rubinetti del credito chiusi. Non si ferma. Nel 2007  il suo progetto ottiene finanziamenti europei; vengono assunti ricercatori dedicati esclusivamente al sistema e viene realizzato il primo prototipo funzionante Origami 2 con la prima piattaforma software Origami Control 1.0. L’anno successivo Il progetto Personal Factory viene selezionato per European Venture Contest, il più importante concorso europeo per progetti ad alto contenuto innovativo. Entra in funzione Origami 3, il primo sistema al mondo di dimensioni compatte ad alta produttività per la produzione di malte e prodotti chimici. Il primo ad essere completamente digitalizzato. Origami 3 viene messo in funzione per test reali di lungo periodo.
Le prestazioni del sistema sono tali da ricevere l'interesse da parte dei fondi di Venture Capital Vertis Sgr e Fondamenta Sgr e con questi si costituisce la Personal Factory Srl. Nel 2010 c’è il lancio commerciale di Origami 4: il sistema più avanzato al mondo diventa disponibile per tutti. Con un basso investimento chiunque può diventare produttore. Si riducono del 95% i trasporti su lunga distanza. A un anno dal lancio, il sistema riscontra grande successo.

L'impianto di produzione Origami 4 completo


Data l'alta innovazione tecnologica che rappresenta, la Personal Factory viene selezionata come eccellenza ai percorsi dell'innovazione allo SMAU, al vivaio dell'innovazione al Forum PA di Roma, nel 2010 partecipa all’expo di Shangai, nel 2011 viene selezionata al concorso "Italia degli innovatori" edizione Russia e Cina, nel 2012 vince il premio nazionale Best Pratices per l’innovazione  di Confindustria e a marzo di quest’anno è stata ufficialmente ammessa al Global Access Program 2013/2014, il prestigioso programma di business planning internazionale ideato dalla UCLA Anderson School of Managment – University of California, promosso nel Centro/Sud Italia dalla Fondazione Bridges to Italy, partner del Premio.

Cosa si prova ad avere ideato una tecnologia talmente innovativa da avere conquistato questi esclusivi spazi di credibilità internazionali?

Sicuramente la visibilità in parte ci ha sorpreso, ed in parte dimostrato che avevamo visto giusto. E’ molto gratificante e stimolante sapere che, nel nostro piccolo, riusciamo a fare cose buone ed apprezzate. Ma ogni tecnologia, oggi, non è frutto di un “inventore”. C’è una squadra di lavoro che con metodo trova tante soluzioni innovative ad un problema oggettivo presente sul mercato.

Facciamo dei passi indietro. Ripercorriamo questa storia insieme alla sua storia personale. Perché è  andato a studiare a Trento? E poi da lì perché ha deciso di rientrare in Calabria?

Trento per due motivi. Il primo, accademico. Era un ottima Università e, nel mio ramo, anche molto quotata. Il secondo, culturale. Probabilmente era il posto culturalmente più lontano senza andare all’estero ed avevo voglia di vedere qualcosa di diverso. Sono tornato per un motivo molto semplice, mio fratello studiava a Messina io a Trento. Come ogni start-up che si rispetti avevamo bisogno di un garage, il nostro era a Simbario.

Da cosa nasce questa sua idea di Personal Factory?

Il sistema banalmente è nato come esigenza industriale. In un settore in cui la logistica pesa per almeno il 30% del costo del prodotto, lavorare ed essere competitivi partendo dalla Calabria è impossibile. In più già da tempo trovavo assurdo trasportare in giro per il mondo navi ed autotreni di sabbia e cemento, che corrispondono ad oltre il 95% del prodotto finito. Da qui l’idea di usare prodotti disponibili localmente in tutto il mondo e di trasportare solo la parte tecnologica dello stesso. Cioè il compound chimico.

Quali ritiene possano essere le applicazioni della sua tecnologia che ancora non sono state sperimentate, sia nel settore edilizio che in altri settori?

In realtà il nostro sistema è molto più complesso di quello che si può percepire. Da qualche mese, infatti, siamo sul mercato anche come IntelFab fornitore dell’intera filiera tecnologica per il mondo formulazioni, siano esse farine, inchiostri, additivi, nutrizione animale, o altro.

La tecnologia cloud-manufacturing


Il fatto di aver creato la prima piattaforma integrata per processi manifatturieri, basata su tecnologia cloud, ha fatto dichiarare ad un dirigente di una multinazionale da qualche miliardo, che noi, rispetto agli standard attuali, siamo 20 anni avanti. La microproduzione veloce, flessibile e distribuita sui territori sta diventando sempre di più un’esigenza in moltissimi mercati. Per far questo, bisogna essere in grado di distribuire i processi centralizzando però la gestione ed il Know how. Diventa quindi sempre più vantaggioso trasportare le sole informazioni piuttosto che le merci.

Si considera più geniale o più coraggioso?

A fondare l’azienda siamo stati in due ed entrambi gli aggettivi sono decisamente eccessivi. E’ molto più adatto imprenditori. Lo svantaggio competitivo nell’operare in Calabria spesso non permette di operare secondo le regole di mercato. Se un tedesco, un austrico, ma anche un lombardo, per non dire cinese o un turco, per fare degli esempi, fa le stesse cose di un’impresa calabrese automaticamente è più efficiente e questo, nel nostro settore, ci rendeva fuori mercato. Non avevamo altra alternativa che creare un team di persone in grado di creare un livello tale di innovazione da non avere competitor sul mercato. Questa forte innovazione ci permette di stare sul mercato nonostante operiamo dalla Calabria. Ci permette di continuare ad investire e crescere nonostante il periodo e lo svantaggio territoriale. Ciò, naturalmente, non senza le enormi difficoltà ed i rischi di un territorio che non si può definire pro impresa.

C’è stato un momento della sua vita in cui ha pensato di doversi arrendere? Che non avrebbe trovato i giusti canali di finanziamento o le persone disposte ad investire su di lei?

Continuamente. Mediamente ogni volta che alzo il telefono e parlo con un ufficio pubblico mi viene voglia di mollare. Succede solo da noi, per rifarmi ad un esempio recente, che vinci un bando e ti sollevino dei dubbi. Passi sei mesi al telefono per chiedere informazioni senza mai trovare il responsabile. Scrivi email e non ti rispondono, alla fine rinunci. E’ scoraggiante ed ingiusto. Non ho idea di quante volte abbiamo partecipato a bandi. Puntualmente si arena tutto sempre davanti agli stessi problemi. Prima di arrivare sul mercato abbiamo rischiato di fallire almeno dieci volte. Se siamo sul mercato è quasi più fortuna che altro.

Quale sarebbe il riconoscimento o il premio che più di ogni altro per lei rappresenterebbe la realizzazione di un sogno?

I premi non li ho vinti io ma la fortunatamente la Personal Factory, che è fatta di persone che ogni giorno, per lavoro, innovano. In realtà quello che ci gratifica maggiormente è il fatto di aver vinto premi in settori completamente diversi, dal modello di business al software alla meccanica etc. Tutta tecnologia Made in Calabria in settori come meccanica, elettronica, chimica e software.

La squadra di Personal Factory


Più che ricevere un premio, ci interesserebbe dare un vero contributo a migliorare la situazione locale. Siamo gli unici in Calabria, e forse in Italia, ad avere il più grande MBA al mondo organizzato dall’University of California, con all’attivo 12 Nobel, che ci manda studenti per apprendere il nostro modello di business ed imparare ad innovare. Dall’altra parte, in Calabria, in nostro contributo al tessuto locale è tendente a zero. Preferiremmo che le condizioni fossero inverse.

Pensa che il sistema in Italia dia adeguati spazi alla creatività ed all’innovazione imprenditoriale? Ed in Calabria?

Alla prima domanda, no. Alla seconda, meno. Abbiamo un problema di regole, di sistema, e culturale. E più passa il tempo più la situazione peggiora. Creatività ed innovazione sono sinonimi di meritocrazia. L’innovazione oggi non è più un processo da inventore in soffitta. E’ un processo che si programma, come fanno milioni di aziende nel mondo che non fanno notizia. L’innovazione si ottiene mettendo intorno ad un tavolo persone sufficientemente capaci di affrontare un problema e risolverlo con soluzioni creative moderne ed originali. Dopo la definizione delle linee guida si inizia a lavorare duramente, ragionando su obiettivi che si raggiungono in qualche anno. La premessa però è che vengano date possibilitàdi operare, a tutti i livelli, a giovani capaci e competenti. Prima di tutto sui primi tre punti: regole, sistema e cultura. Che siano capaci, competenti e meritevoli è imprescindibile perché venga contenuta l’autorevolezza dell’attuale classe dirigente che, sia nel pubblico che nel privato, è palesemente inadeguata a determinare una qualsivoglia idea di sviluppo.

E’ in controtendenza rispetto ai cervelli in fuga dal Sud, essendo un cervello di rientro. Che esporta tecnologia avanguardistica dal Sud. Pensa che il Sud possa offrire le medesime opportunità di lavoro e di vita che i giovani ricercano altrove? O ritiene che il suo sia un esempio di isola felice in un mare agitato?

Noi italiani siamo un popolo che vorrebbe fare la rivoluzione con l’autorizzazione dei carabinieri. La paura di fallire è spesso più grande della voglia di riuscire. Un venticinquenne in Calabria, come in California, non ha niente da perdere. Rischiando, di fatto, rischia poco o nulla. Non c’è motivo per cui il sistema non sia ripetibile. Succede continuamente in tutto il mondo. Milioni di start-up innovative nascono ed anche se la maggior parte muore, alcune di queste, stiamo parlando sempre di milioni, hanno successo e nel loro piccolo contribuiscono al successo economico di un Paese. Il problema, piuttosto, qui in Calabria sta nella seconda fase e cioè quella in cui dallo start-up si vuole arrivare a fare un’impresa che assume risorse umane, si struttura e cresce. E’ in questa fase che iniziano i problemi nel sistema Calabria. I problemi con cui si scontrano quotidianamente tutti gli imprenditori calabresi. Viviamo in un sistema dove paradossalmente è fattibile creare la micro-imprese, ma senza rischio di smentita, è quasi impossibile creare la media-azienda di successo. L’azienda, cioè, che passa da 1 a 100 milioni in 5 anni e che in tutto il mondo determina la voce “crescita” all’interno del PIL si una nazione.

Cosa ama della Calabria e cosa non le perdona?

Stand alla fiera di milano MADE EXPO


Il fatto è che più tempo passa più ho l’impressione che noi calabresi a volte pagheremmo per venderci. Non abbiamo nessuna visione strategica, nessun piano. Non sappiamo chi vogliamo essere tra dieci, venti o cinquant’anni. Alla fine quello che maggiormente ci interessa è sempre e solo il tornaconto personale nel breve periodo. Ogni volta che affrontiamo una discussione voliamo alto a parole ma poi, nei fatti, ci comportiamo sempre allo stesso modo. Sia nel pubblico che nel privato, mi chiedo: chi non raccomanda un figlio, un amico, un nipote? Chi di fronte alla possibilità di avere un vantaggio dalla violazione di una regola non ne approfitta? La cosa più triste sta nella convinzione di essere furbi. Nel resto del mondo di fronte ad una regola sbagliata, che non va, ci si ribella collettivamente e si chiede conto a chi quella regola l’ha scritta. In Calabria si chiede alla persona che ha scritto la regola la raccomandazione per poterla aggirare. In questo modo la regola non cambia ed il cattivo amministratore o dirigente (sia pubblico che privato) non solo non viene cacciato, ma acquista un enorme potere. Questo ha provocato un sistema così tristemente malato che,ormai, è irriformabile.

Per concludere, a lei che è un avanguardista. Un visionario della tecnologia e dell’impresa, sentiamo di poter chiedere di elaborare un’immagine visionaria di un futuro a Sud. Come immagina la nostra economia tra dieci anni e su quali elementi, soggettivi ed oggettivi, occorre lavorare per avere un’economia dinamica in grado di generare “restanza” invece che fuga?

In questo momento cerchiamo di essere ottimisti e proviamo a pensare che l’economia si possa risollevare, anzi nel nostro caso, diciamo meglio, sollevare. L’economia del Sud ha bisogno di una cura da cavallo. C’è solo un modo con cui si può crescere: approfittare dei tanti cervelli in movimento nel mondo per attrarli in Calabria. Faccio un esempio. Se io, imprenditore in Calabria, voglio assumere un disoccupato cronico di mezza età, magari con famiglia, magari sottopagandolo, ho un sacco di agevolazioni. Giustissimo avere questo tipo di incentivo. Ma questa è politica sociale, che mi permette di spendere meno per una figura che comunque mi costerebbe molto poco. Ma di industria, crescita, innovazione non c’è traccia. Quali figure servono ad un’impresa per crescere? I bravi manager, i ricercatori, i lavoratori esperti, etc. Ma queste figure come si creano se non lavorando in un contesto produttivo, sviluppato e competitivo? Come hanno imparato bene i cinesi, gli indiani ed ultimamente anche i russi, queste figure sono beni da “importazione”. In un mercato non evoluto non ci sono figure professionali tra i quaranta ed i cinquant’anni con esperienza e preparazione tali da consentire all’azienda di fare quel salto da piccola a media azienda di successo, cioè da 1 a 100 milioni di fatturato. Ecco perché bisogna importarli. In un’azienda moderna, una persona da sola, per quanto motivata, funziona soltanto per lo start-up. E’ anche logico. Le professionalità si acquisiscono lavorando e senza un tessuto produttivo robusto e maturo non si formano. Se io ho un’impresa in Calabria e voglio attirare questo tipo di talento devo spendere, se mi va bene, almeno tre volte di più, pur essendo economicamente più debole di un competitor internazionale. Perché è molto difficile convincere qualcuno, magari con famiglia, a trasferirsi in Calabria. In poche parole non me lo posso permettere. E quindi, come faccio a crescere? Non mi resterebbe che scegliere giovani senza esperienza e sperare che imparino in fretta. Sempre che, nel frattempo, non mi mollino. Nel qual caso dovrei ricominciare col rischio di perdere il treno giusto. Per queste attività, come per molte analoghe, difficilmente abbiamo aiuti dal sistema. Io non credo, quindi, che in Calabria abbiamo la necessità che i giovani restino qui per forza. Quanto piuttosto che vadano altrove, vedano come funziona il mondo e che si formino lì. Che vadano ad imparare, per esempio, come lavorano tedeschi, inglesi e americani e che poi tornino a portare queste esperienze da noi. Con ruoli dirigenziali, di docenza o di ricerca scientifica. Di tutto questo purtroppo non c’è traccia all’orizzonte. I paesi emergenti, che ormai sono più emersi di noi, hanno imparato bene che senza la capacità di assorbire esperienze, non ci sono molte possibilità per fare un salto significativo.

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