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Sabato, 11 Luglio 2020

Conversazione in una stanza chiusa con Mimmo Gangemi

Sarà Luca Zingaretti (nella foto) ad interpretare il "giudice meschino"  in una miniserie televisiva che andrà in onda in prima serata su Rai1.A giugno il primo ciak sulla saga di Alberto Lenzi “il giudice meschino” dell’omonimo libro dello scrittore calabrese Mimmo Sarà Luca Zingaretti (nella foto) ad interpretare il "giudice meschino"  in una miniserie televisiva che andrà in onda in prima serata su Rai1.A giugno il primo ciak sulla saga di Alberto Lenzi “il giudice meschino” dell’omonimo libro dello scrittore calabrese Mimmo Gangemi, edito da Einaudi, seguito recentemente da “Il patto del giudice”, uscito per Garzanti.

Lo scrittore Mimmo Gangemi fotografato da Adriana Sapone


La nuova fiction televisiva vedrà nei panni del protagonista l'attore Luca Zingaretti (Il commissario Montalbano), sbarcato dalla Sicilia di Vigata nella punta estrema del continente e alle prese con la 'ndrangheta rappresentata dal boss don Mico Rota. La miniserie sara' prodotta dall'Italian International Film di Fulvio Lucisano, di origini calabresi (il padre era di Villa San Giovanni)   e cui si devono pellicole come 'Ricomincio da tre', 'Notte prima degli esami', 'Il Tassinaro' e tanti altri, e sarà diretta da Carlo Carlei, anch'egli calabrese (Lamezia Terme)  ma che vive in California, tra i finalisti del Golden Globe. La sceneggiatura sarà del magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo.    Lucisano, Carlei e Gangemi hanno effettuato,  l’11 e 12 aprile, una   serie di sopralluoghi tra Reggio Calabria , Palmi e l'Aspromonte, località dove sono ambientati i romanzi dello scrittore calabrese, pluripremiato anche per il suo "La signora di Ellis Island", per individuare le location in vista del primo ciak.

Ti senti saggista nel racconto e narratore nel saggio come Sciascia ?


Se proprio mi tocca scegliere, preferisco saggista nel racconto. Mi reputo un narratore che s’è forgiato ai racconti dei vecchi nelle sere d’inverno attorno alla ruota del braciere. Tante storie sono custodite nel mio animo e spingono a uscire. Poi, magari capita che, all’interno di una di queste storie, sia essa di pura fantasia o di una fantasia agganciata alla cronaca come nel caso de “Il patto del giudice” appena uscito da Garzanti, emergano spunti inconsapevoli, che esulano dal racconto e indicano un percorso. Credo tuttavia che questo tipo di distinguo, sottile, venga più facile farlo al lettore che all’autore.

 Tu che hai vissuto in Aspromonte credi che una sfida culturale possa battere la 'ndrangheta? Ma questa scuola è in grado di affrontare una simile sfida?

Mimmo Gangemi e il produttore cinematografico Fulvio Lucisano in un bar di Reggio Calabria


La cultura incide nella lotta contro la ’ndrangheta. Essa è in grado di accelerare la nascita di una mentalità nuova, di forgiare pensieri di civiltà e di condanna del fenomeno, di creare animi diversi, di sgombrare la mentalità impregnata di ’ndrangheta che è l’humus dentro cui la malapianta affonda radici salde e conserva il residuo di consenso che l’aiuta a sopravvivere. I primi risultati incominciano a intravedersi, perché alla spinta della cultura si sono associate le azioni finalmente fattive dello Stato, e la popolazione se ne è accorta, non a caso sono comparse denunce impensabili fino a qualche anno fa.

Come Sciascia , al quale ti lega il gusto per il giallo, provi una sorta di nostalgia per i vecchi capobastone come don Mico de Il giudice meschino? Il tuo secondo anello della trilogia di prossima pubblicazione parte da qui, dall'ultima scena di Don Mico che ritorna a casa e gusta i suoi limoni?

Fino a qualche anno addietro, quando ancora lo Stato latitava e di fatto l’Aspromonte era zona franca di esclusiva pertinenza della malavita, coglievo intorno a me, in tanta gente “normale”, rimpianto per il passato, assieme all’idea che sarebbe stato preferibile scalare a ritroso il tempo e tornare ai vecchi capobastone, sbrigativi e violenti ma che almeno si erano dati regole da non oltrepassare. Erano l’antistato a cui rivolgersi per dipanare una lite suscettibile di sangue o di carta bollata, per aggiustare un matrimonio, per far quagliare un affare, in assenza dello Stato. La barbarie in seguito vista per molti anni in effetti può aver indotto molti a pensare che allora la vita scorresse meglio, che l’aria fosse più respirabile, che esistessero valori condivisi, che l’onorata società fosse un soccorso a un costo sopportabile. Fortuna che lo Stato s’è svegliato e s’è fatto sentire, cancellando quei pensieri malsani coniati dallo sconforto. Comunque, il mio don Mico Rota è stato sì un vecchio capobastone ma, come tanti di quella generazione, ha scelto di non rimanere ancorato all’antico che non portava grandi ricchezze ma di riciclarsi e adeguarsi a ciò che l’onorata società rigettava, seppure a parole egli continui a spacciare d’essere rimasto l’uomo d’onore di una volta. Don Mico compare anche ne “Il patto del giudice”, da dove lo abbiamo lasciato, prigioniero ai domiciliari. Di nuovo le sue parabole a squarciare pezzi di verità, a indicare vie devianti. Rapporti diversi con Lenzi, stavolta.

- Non ti sembra che la spettacolarizzazione della lotta alla mafia finisca per svuotare di valore e serietà l'azione intrapresa. Non sarebbe meglio che i giudici scrivessero più sentenze e meno libri?

Lo scrittore Mimmo Gangemi fotografato da Adriana Sapone


Più che la spettacolarizzazione in sé rigetto le operazioni di giustizia strombazzate come grandi successi investigativi senza che lo siano, rigetto le bufale insomma. E ce ne sono state, anche negli ultimi tempi. Bufale che hanno strappato applausi all’Italia ignara della verità e della reale consistenza ma che qui, dove tutto è noto, dove l’Aspromonte sussurra la verità dentro le folate del levante, ottengono il solo risultato di far perdere altra fiducia nelle Istituzioni. E pensare che la Legge non avrebbe più bisogno di inventarsi grandi risultati, dato che da un po’ di anni li ottiene davvero. È che c’è chi ha troppa fretta di progredire. È che, se di ’ndrangheta si muore, di antindrangheta talvolta si campa e si fa carriera.

Quali sono stati gli scrittori importanti per la tua formazione?


Più che altro è stata la vita, con le esperienze che mi ha parato davanti a forgiarmi quella sensibilità da cui è poi scaturita la fantasia e la scrittura. Se proprio debbo pensare a degli scrittori, mi vengono in mente Gabriel Garcia Marquez, e il suo Cent’anni di solitudine, e Giovanni Verga. 


Parti pure tu dall'oralità, sangue della narrazione omerica?

Decisamente sì. E lego all’oralità il fatto che io mi senta narratore più che scrittore, un distinguo che sento dentro, sebbene non sappia definire con le parole la sottile differenza.

Credi che non ci vorrebbe la forza di una nuova utopia per cambiare questa terra e il contesto italiano che a te come a me tanto duole? Libertà vo cercando…

Più che della forza dell’utopia, per sanare dalle sue malattie questa nostra terra ha bisogno di concretezza, di guardare in faccia la realtà che la circonda, il degrado a cui è arrivata, la sua assuefazione, nemmeno dolorosa ormai, a brutture, nefandezze, violenza, discriminazione. Prenderne coscienza è il primo passo da cui ripartire per ricostruirsi. Sono processi lenti, occorre crescere le nuove generazioni con idee di civiltà, cominciare noi a mostrare la via, con esempi di giornaliera e ordinaria legalità

Non accetti le verità fabbricate o rivelate in giochi al massacro che spesso coinvolge non solo la politica ma anche la magistratura: l'aggressività verbale tanto dilagante non è figlia della stupidità?


Spettacoli non edificanti di questi tempi. I valori morali sono da saldi di fine stagione, il decoro s’è perso, la politica si è immiserita e troppo spesso offre indecenza, la stessa magistratura troppo si lorda di terra. Tutti elementi che inchiodano una società decadente, violenta, debole culturalmente, di cui prendere atto.


A differenza di tanti nostri scrittori del passato nei tuoi romanzi, come in quello che ti ha fatto vincere il Tropea, c'è un forte alito di speranza, di fiducia nel futuro? Questa nostra terra saprà uscire dal pantano?


Quando si tocca al fondo – e noi lo abbiamo toccato – le alternative sono o affogare perduti per sempre, o trovare le spinte necessarie per risalire in superficie. Io sono convinto – mi auguro non sia solo una convinzione partorita dalla speranza possa essere così – che stiamo spingendo per riguadagnare l’aria, vedo un chiarore oltre le tenebre, vedo le prime avvisaglie di un’inversione di tendenza, di una resurrezione


Ti consideri provocatore o pensatore stimolante?

Sono un istintivo. Anche quando scrivo lascio libero l’istinto di guidarmi i pensieri e la penna, spesso senza sapere dove planerò finché non ci arrivo. E l’istintivo è provocatore.

Per te la vita si vive o si scrive, per dirla con Pirandello?


La vita reale si deve vivere, al meglio. Lo scrittore ha la fortuna di riuscire a viverne tante, di vite, tutte assieme: è vita anche quella che nasce dalla fantasia, quella che si costruisce per i personaggi, sia che siano presi in prestito dalla realtà sia che siano frutto della creatività dell’immaginazione.