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Lunedì, 03 Agosto 2020

Nella “Giornata della memoria” l’Italia di quelli che non si arrendono…


  1. Le tre Italie e la risposta a una domanda.


Tre Italie sono in genere chiamate a confrontarsi con la "Giornata della memoria e dell'impegno" e con tutto ciò che essa evoca.
C'è un'Italia alla quale direttamente possono ricondursi e vanno ricondotte le responsabilità materiali della morte delle vittime che commemoriamo. Un'Italia dai volti  - talvolta solo genericamente, spesso invece chiaramente - noti ai media e alle realtà investigative.
C'è l'Italia che accanto a queste vittime passa o viene fatta passare dalle notizie di cronaca nera. É l'Italia del sentimento occasionale, della retorica facile e degli omaggi floreali a buon mercato, messi in conto - tra l'altro - alle Istituzioni pubbliche.

Mons. Nunzio Galantino vescovo di Cassano all'Jonio


Ma c'è anche un'altra Italia. L'Italia di quelli che ci hanno provato e continuano a provare a reagire all'omertà, al malaffare e al compromesso, pubblici e privati. É l'Italia di quelli che non vogliono perdersi nei labirinti della memoria, costruiti ad arte e resi sempre più inestricabili dalla burocrazia. É l'Italia che non ne può più della discrezionalità con la quale si applicano le leggi, favorita - questa discrezionalità - dalla farraginosità e dal numero eccessivo delle leggi stesse. É l'Italia che non si rassegna a una giustizia con ritardi insopportabili. É l'Italia che continua a essere violentata nella sua dignità tutte le volte che diventa impossibile identificare i responsabili di delitti, non necessariamente sanguinosi, ma ugualmente efferati. É l'Italia che non si rassegna al suicidio di imprenditori che vedono fallire le loro imprese solo perché c'è un'amministrazione pubblica che non onora i suoi debiti. É l'Italia che non vuole arrendersi né all'arroganza omicida né ai cerimoniali e alle emozioni "a comando".
Insomma, c'è un'Italia - probabilmente meno numerosa delle prime due - ma certamente più degna di essere tenuta in conto e la quale alle prime due - soprattutto in circostanze come questa  - continua a porre una domanda e a pretendere una risposta.
La domanda è questa: quanto vale una vita?
Sabato scorso, a Cassano all'Jonio, nel territorio della mia Diocesi, abbiamo fatto memoria di un uomo di 39 anni, papà di tre bambine, ucciso per un bottino di Seicentodiecimila lire:  l'omicidio risale a  quindici anni fa.
Ma, lo sapete! ci sono persone uccise anche per molto meno!

  1. La risposta alla domanda: “Quanto vale la vita?”


Quanto vale la vita? La risposta non possiamo pretenderla dalla prima Italia, da quella degli assassini materiali e dei loro mandanti! Loro non hanno il cuore e i criteri necessari per dare un prezzo alla vita, e quindi non possono rispondere alla domanda "quanto vale la vita?". Come il cuore e i criteri necessari non ce l'hanno quelli (e sono tanti, lo sapete!) che vendono morte a ogni angolo delle nostre strade, spacciandofiumi di droga o piazzando dappertutto e lucrando su macchine mangiasoldi.
Quanto vale la vita? A questa domanda devono rispondere la seconda e la terza Italia. E ben vengano circostanze come questa, se servono a rimettere al centro della nostra sensibilità la forza e l'urgenza di questa domanda, senza eluderla.
C'è un modo per non eludere la domanda su "quanto vale la vita": smettere di confondere la "memoria" o meglio il "memoriale" con il semplice ricordo, anche se fatto in contesti più o meno solenni. Il "memoriale" (lo ziqqaron ebraico, ripreso nella liturgia cristiana) è più del semplice "ricordo"; è  il "far memoria" che rende vivo quello che si ricorda; è il sentirsi spinti ad agire a partire da ciò di cui si fa memoria. E quando si fa memoria in questo modo di coloro che sono stati uccisi dalla malavita - perché, in una maniera o nell'altra, ne ostacolavano i progetti di malaffare - si crea cultura e si attivano progetti e percorsi intrisi di legalità.
L'utilità delle "Giornate della memoria e dell'impegno" si misura sulla base della cultura della legalità che si crea e sulla base dei percorsi di educazione alla legalità che si attivano. Una istituzione che promuove e celebra la "Giornata della memoria e dell'impegno", dopo aver contato e proclamato solennemente e con vero pathos i nomi delle vittime, deve con la stessa forza e con lo stesso pathos poter dire ad alta voce quali progetti concreti ha messo in campo perché la cultura dell'illegalità possa arretrare; deve poter chiamare per nome uomini nuovi e situazioni nuove, frutto dell'essersi ritrovati insieme a far memoria delle vittime.
Solo in un contesto di rinnovata corresponsabilità e di desiderio di impegno sincero trova senso, qui, la mia presenza; la presenza cioè di un Vescovo, che una consolidata mentalità comune preferirebbe vedere impegnato solo nel sacro o, come si dice, nel recinto del tempio.
Ho accettato l'invito a venire qui solo per dire che la Chiesa, la nostra Chiesa, si sente e vuole sentirsi sempre più coinvolta in ogni azione civile diretta a formare la coscienza e a ispirare ogni azione al bene comune. Sono qui per confermare quanto altri miei Confratelli hanno scritto e detto prima e meglio di me: tutto ciò che è giusto e onesto ci appartiene, ci interroga e deve vederci impegnati. Sono qui per confermare, assieme alla nostra Chiesa, che l'amore per il nostro popolo non può vederci complici di silenzi traditori e dilatori. Una Chiesa che accetta questo silenzio - lo sa  bene - perde la sua dignità prima di perdere la sua credibilità di fronte a un mondo - il nostro mondo - che sembra darci sempre più segnali giustificati di insofferenza nei confronti di una cultura che si coccola l'illegalità e che da questa si fa coccolare, a spese degli ultimi.

  1. La cultura: tra diritti e favori


Ho parlato volutamente di "cultura dell'illegalità", alla quale non va opposta una generica "cultura della legalità". La cultura dell'illegalità nasce e si sviluppa dove e quando si continua a chiedere "per favore" ciò che è dovuto "per diritto", nasce e si sviluppa dove la raccomandazione è considerata regola e sistema.
Chi nutre la sua immagine e va orgoglioso della sua capacità di elargire favori a persone alle quali quelle stesse cose andrebbero oggettivamente assicurate "per diritto" può e deve ritenersi, senza alcun rito di affiliazione particolare, membro della malavita. Agli educatori e a quanti di noi ricoprono ruoli di responsabilità viene domandato l'impegno di educare alla cultura dei diritti e dei doveri, senza sconti. Lo ripeto: la malavita cresce tutte le volte che si fa passare il diritto da assicurare per un favore elargito.
A giudicare dal numero interminabile delle vittime evocate, viene da dire che la 'ndrangheta non arretra e che non si assottiglia il numero di quelli che sembrano avere un unico sogno: convincerci che non esistono i diritti e che esistono solo favori. E che nella vita finisce per comandare non chi educa ai diritti ma chi è capace di elargire favori. E questo a tutti i livelli.
Sapete? Questa cultura, terreno sul quale prospera la mentalità mafiosa del chiedere per favore ciò che spetta per diritto, a volte, la troviamo anche nelle nostre chiese. Immaginate, c'è gente - per lo più persone che, pur non frequentando le nostre chiese, non vogliono rinunziare a un Battesimo, a una Prima Comunione o a una Cresima e che, proprio perché respirano a pieni polmoni la cultura del favore più che quella del diritto - (c'è gente) che viene a chiedere i Sacramenti "come favore", semmai facendosi raccomandare da qualche persona ... fidata, che può vantare qualche conoscenza nell'ambiente della Chiesa! Ma c'è anche gente - per fortuna pochi, mi si dice - che, ostentando una religiosità di facciata, si onora di far parte dei comitati di feste popolari per interessi inespressi e per godere dei favori della gente. Come c'è gente che pretende il ruolo di padrino di Battesimo e/o di Cresima, senza averne i requisiti richiesti.
Se vogliamo che la "Giornata della memoria e dell'impegno" faccia avanzare questa nostra terra sul terreno della consapevolezza condivisa e se vogliamo che "il sangue dei martiri sia seme di vita nuova", è necessario che tutti procediamo con voce ferma e con lo sguardo orientato al futuro illuminato dall'ottimismo. Il più delle volte, come scriveva il filosofo francese E. Mounier, si tratta di un "ottimismo tragico"; reso tale da chi, dopo aver addormentato la propria, fa di tutto per addormentare la ragione degli altri, attraverso giochi di parole e risposte mai date.
Il sonno della ragione è il terreno sul quale prospera l'omertà, che con facilità può contagiare soprattutto chi è senza la speranza di ipotizzare per sé e per la propria famiglia una condizione di vita migliore rispetto alle uniche alternative che spesso sembrano aprirsi all'orizzonte: l'emigrazione o la sottoccupazione, condizioni  non peggiori della più certa condizione di eterno disoccupato o di precario senza diritti. Tutto questo contribuisce ad allargare gli spazi di incertezza e allontana sempre più la nostra terra dall'appartenere a un paese normale.
E, a proposito di "paese normale", vi sembra normale un paese nel quale il 70% dei parenti delle vittime non conosce la verità?

  1. … Insieme!


Nella lotta alla delinquenza che ha tolto la vita alle vittime ricordate sono impegnati magistrati, uomini e donne straordinari chiamati ad assicurare indagini e ordine pubblico. Ma senza una comunità - consapevole della serietà e della gravità di quello che sta tragicamente all'origine della "Giornata della memoria e dell'impegno" e cioè lo strapotere e l'arroganza della malavita che ha privato della vita e degli affetti tante famiglie - (senza una comunità consapevole di tutto questo) la strada per liberare il tessuto sociale dall'infezione della 'ndrangheta sarà ancora terribilmente lunga.
Finché non ci renderemo conto fino in fondo della capacità che sta mostrando la 'ndrangheta di pervadere il contesto sociale e farsi lei stessa istituzione e finché non avremo capito che c'è stato un passaggio ... culturale dal mafioso che appoggiava il politico, al mafioso che cerca di farsi lui stesso politico, la strada per liberarci dalla virulenza della 'ndrangheta sarà ancora terribilmente lunga.
Per questo è necessario rimanere uniti. Per questo è necessario continuare a "fare memoriale".  Un "fare memoriale" che non è attesa rassegnata; un "fare memoriale", invece, che avverte forte il bisogno di un radicale cambiamento. A tutti i livelli, a partire dai piani più alti della politica; dove si decidono le sorti del progresso di una comunità, dove è necessario che si approvino leggi rispondenti alle esigenze autentiche del bene comune. Un radicale cambiamento che metta al primo posto l'interesse dei più deboli, che non favorisca gli interessi speculativi su un territorio tanto bello e dotato quanto maltrattato e sfruttato, che privilegi le famiglie numerose, che riconosca la salute come un diritto per tutti, soprattutto nelle aree meno servite e più periferiche, che non trascuri le periferie di una Regione che deve ribellarsi con i fatti alla marginalità.

  1. … con realismo “educare alla vita buona del Vangelo”!


Chissà se un'attenzione meno emotiva e più partecipata ai primi passi che sta mettendo Papa Francesco non possa aiutare tutti - a cominciare da me uomo di Chiesa - a recuperare un sano realismo che mi veda con voi  impegnato a educarmi e a  "educare alla vita buona del Vangelo", segnata da dignitosa sobrietà e da generosa voglia di condividere, sostituendo l'arroganza con la tenerezza e il livore becero con la misericordia!
Sono certo che seguire l'esempio e i primi passi mossi da Papa Francesco ci permetterà di incontrare e di farci incontrare - come ho avuto già modo di dire in altra circostanza - da quanti, per un motivo o per un altro, fanno drammaticamente i conti con speranze deluse e con attese frustrate e frustranti. Ma ci farà guardare con occhio diverso anche chi porta con sé energie belle e progettualità significative.
Tutti devono poter contare su una Chiesa e su una società civile non distratte da beghe interne e da interessi di parte e corporativi. Il Signore ci chiederà conto di ritardi e di omissioni causati dalla burocrazia del cuore e della mente. Sì, perché esiste anche questa forma di burocrazia, capace di farsi strada e di insediarsi sia nel tempio e tra persone di fede sia nei luoghi e tra persone deputate al servizio della cosa pubblica. La burocrazia del cuore e della mente è l’atteggiamento di chi ha sempre un motivo in più per non doversi rimettere in gioco con lealtà di fronte a esigenze precise e a responsabilità riconosciute.
I giovani, i poveri, le famiglie e quelli che non hanno su chi contare devono poter contare sulla Chiesa e su quanti hanno responsabilità di governo ai diversi livelli. Non attraverso la mortificante, ingiusta e diffusa pratica della raccomandazione; ma attraverso efficaci anche se certamente faticose progettualità condivise.
Solo così contribuiremo insieme a costruire un territorio migliore. Ricordando però che un territorio migliore e più vivibile non nasce dal silenzio complice ma dalla denunzia che si fa stile di vita.
Il silenzio complice serve solo a uccidere per la seconda volta le vittime delle quali facciamo memoria oggi e che con voi voglio affidare al buon Dio, assieme alle loro famiglie e a due vittime a me tanto care perché conosciute personalmente: don Pino Puglisi e don Peppe Diana. La loro uccisione toglie – qualora ce ne fosse ancora bisogno – qualsiasi alibi a chi pensa o ha pensato di far convivere fede in Cristo e malaffare, Vangelo e ‘ndrangheta, Religione e cultura mafiosa.

Mons Nunzio Galantino. L’intervento integrale  del vescovo di Cassano all'Jonio  per la “Giornata della Memoria” celebrata nel Consiglio regionale della Calabria ed organizzata dalla Commissione regionale contro la ‘ndrangheta

Mons. Nunzio Galantino