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Martedì, 14 Luglio 2020

Il diritto all’oblio nell’era del grande fratello

Web e gogne elettroniche. Una riforma  che tuteli la privacy degli utenti. Tra diritti costituzionali contrapposti ci soccorre Orazio col suo “mesotes”. Analisi di una questione assai complessa. Una questione molto attuale e vivace che infiamma il dibattito pubblico:  la Web e gogne elettroniche. Una riforma  che tuteli la privacy degli utenti. Tra diritti costituzionali contrapposti ci soccorre Orazio col suo “mesotes”. Analisi di una questione assai complessa. Una questione molto attuale e vivace che infiamma il dibattito pubblico:  la considerazione del diritto all’oblio  come garanzia costituzionale da un lato o bavaglio alle vittime, privilegio in più per chi delinque? Il diritto ad essere dimenticati, come dicono gli inglesi right tobe forgotten, nell’era del web 2.0 è possibile? E’ giusto avere il diritto di cancellare passati difficili? Notizie ingombranti?
Il dibattito ha investito le Autorità sulla privacy e l’Europa, che sta studiando una possibile direttiva da rendere applicabile in tutti gli Stati membri. Ma analizziamo un po’ più da vicino questo magmatico diritto all’oblio, previsto dalla giurisprudenza fin dagli anni ‘70 e annoverato tra i diritti  inviolabili dell’individuo. E’ da considerarsi il diritto di chiedere che i propri precedenti pregiudizievoli, le informazioni tra virgolette scomode, che arrechino danni all’onore ed alla reputazione, passato del tempo, siano rimosse e rese inaccessibili. La sua tutela ed accezione dinamica viene sancita dall’art. 2 della Costituzione  che recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. Si tratta quindi del diritto di un individuo ad essere dimenticato, o meglio, a non essere più ricordato per fatti che in passato furono oggetto di cronaca. Questo principio del diritto parte dal presupposto che un individuo che abbia commesso un reato, ha il pieno diritto di richiedere che quel reato non venga più divulgato dalla stampa e dagli altri canali di informazione; a condizione che l’opinione pubblica ne sia stata ampiamente informata e la notizia cessi di essere utile. Si affievolisce pertanto l'interesse pubblico a divulgare il fatto e lo stesso smette si essere oggetto di cronaca, per ritornare ad essere un evento privato e come tale da ricondursi nell’alveo del diritto alla riservatezza. Ciò tenendo in considerazione un fattore preminente: il diritto all’oblio garantito dall’art. 2 della Cost. viene corroborato dall’art. 27 della Cost., secondo cui: “Le pene … devono tendere alla rieducazione del condannato” ed in questa chiave il diritto all’oblio ne favorirebbe un più facile reinserimento sociale.
La questione, tuttavia, si complica, perché come dicevamo all’inizio, nel momento d’oro dei social network si parla di una quantità impressionante di dati personali che circolano su internet e pertanto quasi ingestibile, si twitta e si postano foto e status quasi compulsivamente. Si pensi così anche alle derive come lo “scandalo Instagram”, che avrebbe voluto disporre anche a scopo commerciale delle immagini degli utenti, o all’impossibilità di eliminare un account su Skype. “Dio perdona, la rete no” ha, infatti, affermato Viviane Reding, Commissaria UE per la Giustizia ed i diritti  fondamentali, proponendo una riforma globale che tuteli la privacy degli utenti sul web e che dovrebbe essere convertita in legge entro il 2015. La riforma proposta, e l’Italia ha svolto un ruolo centrale nella sua formulazione, dice no alle gogne elettroniche e quindi mediatiche per chi ha delinquito e contempla: maggiore controllo dei propri dati sensibili, soprattutto per chi è stato soggetto a provvedimenti giudiziari; multe fino a 500.000 euro per i trasgressori; il consenso esplicito al trattamento dei propri dati personali; l’obbligo di avvisare gli utenti entro 24 ore, nel caso che si verifichi il furto dei  propri dati da parte di hacker; per le pubbliche amministrazioni la dotazione di undata protection officer, nuova figura professionale che si occuperà proprio di vigilare sui dati. Ma il punto nevralgico è la cancellazione di informazioni personali pregiudizievoli, qualora non più di rilevanza pubblica, tranne che dagli archivi delle testate. Sul punto non a caso la Reding ha chiarito che “Gli archivi dei giornali sono un’eccezione, il diritto ad essere dimenticati non può significare il diritto a cancellare la storia”. Ciò che si vuole evitare, in verità, è che si crei l’effetto del messaggio in bottiglia: il far galleggiare notizie imbarazzanti che in rete sono prontamente conoscibili con un click.

Salvador Dalì: la persistenza della memoria


Ma può mai essere invocato un asettico diritto all’oblio se si parla di assassinii che hanno tenuto col fiato sospeso la nazione o comunque determinato un lutto sine die ai familiari delle vittime? Si può nel bilanciamento degli interessi in gioco optare per ovattare le esistenze? Coprire la realtà con  un velo di Maya? E’ un’operazione azzardata dal punto di vista sociologico, ma ancor più umano. La riforma in cantiere snatura, altresì, l’essenza stessa di internet: cioè la possibilità di tutti di fruire delle notizie in tempo reale, notizie destinate a vivere nell’eterno presente di internet, ma il dato grave è la minaccia che rappresenta per la stessa libertà di espressione, visto che oggi molta informazione vive nei blog e nei siti di citizen journalism. A tal proposito, Vittorio Zucconi su “Repubblica” ha parlato dell’indelebile memoria della rete, il salto di qualità di una sorta di Grande Fratello divenuto un grande Archivista: il web. Il fatto di disciplinare la materia è apprezzabilissimo, ma sul diritto all’oblio ancora non ci siamo. Se consentiamo a chiunque la pretesa di rimuovere un contenuto giudiziario sgradito, guardando a questa epoca attraverso internet, sembreremo tutti dei chierichetti e le storie dei delinquenti e dei mafiosi saranno sparite o convertite in favole. Nel 1998 la Corte di Cassazione, con la sent. n. 3679,  affermava che se l'interesse pubblico sotteso al diritto all'informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza (artt. 21 e 2 Cost.), al soggetto a cui i dati appartengono  è correlativamente attribuito il diritto all'oblio: cioè  che non vengano ulteriormente divulgate notizie che, per il trascorrere del tempo, risultino ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati. Emblematica sul tema,  quasi a voler consolidare un filone giurisprudenziale, è una sentenza del Tribunale di Ortona, ma ancor più la sentenza n. 5525 del 2012 della Terza Sez. Civ. della Corte di Cassazione, il cui dettato ha disposto che i siti di informazione debbano correggere le notizie presenti nei loro archivi, anche quando sono vere, fornendone però l’eventuale aggiornamento, con link o collegamenti ipertestuali relativi all’evoluzione della vicenda processuale. Considerazioni queste appena sviscerate, che ci permettono di riprendere il fil rouge di questa riflessione: l’Italia, parte del più grande contenitore europeo, può, nel contemperamento degli interessi, far prevalere il diritto all’oblio sul diritto alla storia ed alla memoria? Sulla bilancia delle garanzie pesano da un lato il diritto di cronaca, d’informazione, di trasparenza, diritto alla storia, alla manifestazione del proprio pensiero mentre dall’altro lato gravano il diritto alla riservatezza, alla continenza, alla protezione dei dati personali, diritto al reinserimento sociale dopo aver scontato una pena. Ad ogni buon conto, il limite che dovrebbe essere garantito pensando all’oblio ed alle vittime innocenti  è quello oraziano della “giusta misura”, del mesotes, dei giusti confini, oltre i quali  non sempre vive il diritto. Non va mai dimenticato  il valore incontrovertibile di un popolo a conservare la propria memoria, sia essa anche a tinte fosche, e soprattutto a ricordare le persone che hanno contribuito con la propria vita a dettarne il racconto. Un fatto di cronaca può assumere rilevanza quale fatto storico? La risposta è affermativa secondo la succitata  sent. n. 5525. Si pensi per iperbole al diritto all’oblio, nell’ipotesi sempre di passaggio in giudicato, per reati di mafia, stragisti, delitti efferati. Pare doveroso in quest’ottica ribadire a gran voce l’importanza sacrale della storia e la necessità inviolabile della memoria. La parola storia, dal greco i??????, nella sua portata etimologica, sta a significare proprio la "conoscenza acquisita tramite indagine” e prodotta dalla memoria. La storia ha, in ragione di ciò, una proiezione teleologica verso il futuro, proprio per la sua potenza trasformatrice, come strumento di cambiamento sociale. Ne discende facilmente la grande responsabilità dello storico: sottrarre alla morte il racconto dell’uomo. Va tuttavia distinta la memoria dalla storia, perché la prima investe il mondo soggettivo dei ricordi privati, delle vicende personali; la storia invece stigmatizza un’esperienza collettiva o comunque soggettiva ma letta in modo terzo, andando a rivestire così una funzione sociale della memoria stessa, ingente patrimonio etico e culturale di ogni popolo. Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano fa dire al suo protagonista: “ho ricostruito molto e ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di passato, coglierne lo spirito e modificarlo, protenderlo quasi verso un più lungo avvenire…significa scoprire sotto le pietre il segreto della sorgente”. Che dire:  la storia siamo noi, è ricerca della verità, non una semplice celebrazione dei fasti del passato. Ecco perché il diritto all’oblio non può affermarsi ipso facto. Andiamo verso un nuovo diritto di cittadinanza che vede nel principio della trasparenza, nella storia, come possibilità di conoscere, un suo pilastro. E questo dobbiamo pretendere: storia, verità, trasparenza, giustizia. Calzante appare a tal proposito il pensiero di Baricco: “…è il racconto della realtà che ti incunea la realtà nella testa, e te la fa esplodere dentro… Che vuol dire anche: raccontare non è un vezzo da dandy colti, è una necessità civile che salva il reale da un'anestetizzata equivalenza…e ti rende padrone della tua storia”.

Lucia Lipari: avvocato; è  componente dell’ufficio legale nazionale di Libera, Associazione, nomi e numeri contro le mafie; segue lo Sportello S.O.S. Giustizia sovvenzionato dal Ministero del Lavoro della Salute e delle Politiche Sociali;  corrispondente per Vdg - Air One Magazine