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Sabato, 11 Luglio 2020

“Jorge Mario Bergoglio cambierà la Chiesa”. Parola di don Giacomo Panizza

“Cambierà la Chiesa nel segno della carità, contro dogmi e leggi. Esserci, adesso, ora. Quando il povero ha davvero bisogno di te. Poi vengono i dogmi, le leggi: quelle fatte dai ricchi e dai potenti per sopraffare i poveri, gli “Cambierà la Chiesa nel segno della carità, contro dogmi e leggi. Esserci, adesso, ora. Quando il povero ha davvero bisogno di te. Poi vengono i dogmi, le leggi: quelle fatte dai ricchi e dai potenti per sopraffare i poveri, gli ultimi. Gli indifesi. Questa è l’interpretazione che io faccio dell’elezione di Papa Francesco”. A parlare così è  don Giacomo Panizza, prete “coraggio”, prete di frontiera in una terra difficile come la Calabria. “Questo Papa può cambiare la Chiesa,  perché la prima sensazione che ho avuto è quella del Vescovo di Roma che intende partecipare alla rinascita di quella Curia in modo diretto”.

Quanto conta e cosa può fare  la carità francescana nell’organizzare la “nuova” Chiesa? 

Tantissimo. La carità è la vera leva che muove il mondo. Il mondo dei poveri e degli ultimi che sono la maggioranza. Sono certo che questa elezione porta un grande senso di positività ed è stato bello sentire le prime parole semplici e dirette di un Papa che cambierà il corso della Chiesa.

Lei, da sempre in prima linea nella battaglia per l’affermazione della legalità e vicino ai poveri, ai disabili e agli “ultimi”, quanto si rivede nell’elezione di Jorge Mario Bergoglio, quest’uomo semplice, appunto, che lava i piedi ai malati di Aids?

Ognuno di noi ha un compito e io dico che in questi anni l’umanità ha preso spunto dalla rivoluzione francese solo per ciò che riguarda l’affermazione della libertà, tra l’altro non sempre attuata in molti Stati. Oggi, con l’elezione di Francesco dobbiamo mettere al centro la fraternità. Essere davvero fratelli.

Quello che noi con la nostra Comunità cerchiamo di fare. Perché prima di tutto viene la fratellanza fra i popoli che fa riscoprire il rapporto col prossimo. Un rapporto fatto di bene e non di biechi interessi e individualismi. Insomma, io credo che questo Papa intende divulgare il verbo dell’esserci. Stare vicino alla gente che è la  vera missione per chi guida la Chiesa.

Don Giacomo Panizza


E lui, don Giacomo, è da sempre in prima linea contro la 'ndrangheta, accanto ai poveri e ai bisognosi. Vive a Lamezia Terme dai primi anni Settanta. Da quando, cioè, arrivò in Calabria dal lontano Veneto. Don Giacomo Panizza ai calabresi - e in particolare per i lametini - è ben conosciuto. Di lui si potrebbero scrivere fiumi di parole. Uomo tenace e vicino ai bisognosi. Da sempre. Da sempre Lamezia e la Calabria lo conoscono e ne apprezzano le doti morali e la schiettezza delle sue idee. Un prete "fuori dal comune" si direbbe, usando paragoni e termini magari desueti. Ma è così. Don Giacomo arriva a Lamezia e fonda la Comunità Progetto Sud, oggi simbolo del riscatto sociale e culturale di questo lembo di terra bruzia. Eppure per i più, don Giacomo diventa "celebre" durante la passata stagione televisiva, quando lo scrittore e condutture Roberto Saviano insieme a Fabio Fazio, lo invita in diretta tv in prima serata nel programma di Rai Tre “Vieni via con me”. Dopo quella performance,  la sua storia è diventata un libro, “Qui ho conosciuto Purgatorio Inferno e Paradiso” scritto da Panizza insieme con il critico letterario e cinematografico Goffredo Fofi.  Bresciano di origine, dal 2002 don Giacomo Panizza è nel mirino di una delle cosche 'ndranghetiste lametine. Nessun timore, tuttavia. Un immobile confiscato alla potente "famiglia" Torcasio in via dei Bizantini, diventa sede di nuove esperienze sociali al servizio della città e dei più bisognosi. Si chiama comunità “Lunarossa” ed ospita ragazzi stranieri non accompagnati. La comunità, nata nel luglio scorso, ha come obiettivo quello di accogliere e soprattutto integrare i bambini e i ragazzi immigrati che giungono in Italia senza famiglia. Attualmente è composta da ragazzi che hanno dai 13 ai 17 anni e che arrivano dal Ghana, Tunisia, Guinea, Costa d’Avorio, Niger. Ancora una bella e significativa iniziativa di don Giacomo. Un'altra delle tante. In quello stabile confiscato e che "metteva paura" dove don Giacomo realizza un altro avamposto sociale e culturale nel cuore dell'antistato. Don Giacomo da anni riceve molte minacce, la sede della Comunità è stata più volte danneggiata.

Don Giacomo con Saviano durante la trasmissione di Fabio Fazio in onda su Rai 3


Qualcuno è arrivato anche sabotare i freni dell’auto di un disabile, ma don Giacomo non ha mai smesso di lottare.Non si arrende. E mai lo farà. I lametini lo conoscono da sempre. Tutto il Paese ora lo conosce. Tutti sanno che in questa terra di frontiera don Giacomo ogni mattina esce col sorriso sulle labbra senza timore alcuno. Nato da una famiglia di operai, nel 1964, Giacomo ha cominciato a lavorare in fabbrica dopo aver terminato la scuola elementare. La vocazione lo ha colto da adulto e fidanzato. Dopo il seminario, il suo vescovo con molte titubanze lo ha ordinato sacerdote, obbligandolo a lasciare il quartiere delle prostitute per lavorare tra i disabili. Don Giacomo ha così conosciuto la Comunità di Capodarco nelle Marche, un istituto che offriva agli handicappati amore e rispetto, coinvolgendoli nelle decisioni e richiedendo da parte loro responsabilità. Un bel giorno giunse a Fermo un gruppo di scout di Catanzaro che chiesero a Giacomo di ospitare anche qualche disabile calabrese, e venne deciso che a spostarsi fosse la comunità, spingendo alla nascita a Lamezia Terme della Comunità Progetto Sud che fa riferimento al Cnca (Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza) impegnata nell'inserimento lavorativo di tossicodipendenti, nomadi, malati mentali e in prima linea sul fronte della legalità e della lotta alla mafia. "Contro la mafia - ha detto don Giacomo - non serve Rambo. Serve che tutti ci impegniamo per la libertà di tutti, e la legalità è cosa nostra, un tassello di questo impegno. Soltanto in questo modo il Sud potrà superare i suoi limiti ed utilizzare pienamente le sue risorse ed il proprio tessuto sociale". Frasi che danno il senso della personalità di un prete "scomodo", e della portata di un messaggio "rivoluzionario" per questi luoghi. In uno dei suoi interventi in giro per la Calabria, don Giacomo dice: "è indubbio che al Sud il volontariato debba principalmente accogliere la sfida della legalità e della coesione sociale: quel tipo di legalità che coinvolga la popolazione e coerentemente responsabilizzi le istituzioni e quel tipo di coesione sociale che sia socializzante, ampia e includente e non chiusa e antagonista del bene comune. Al Sud abbiamo bisogno di un volontariato non solo operativo, ma anche intelligente, strategico, capace di pensare con la sua testa, progettare dal basso, socializzare e democratizzare i territori, ribellarsi a chi occupa spazi e diritti rifiutando l’illegalità, oltre che una coesione sociale costretta e concessa in libertà vigilata. Non abbiamo affatto bisogno di quel tipo di volontariato – purtroppo esistente – che mette le pezze ai danni provocati dalla criminalità, o diviene cieco alle incapacità di certe amministrazioni, oppure succube di politici collusi, ignaro dei mercati illegali, afono di fronte allo scardinamento di tribunali e di infrastrutture per l’economia o per l’istruzione: non è questo il volontariato che serve al Sud...". Insomma, si intuisce la grande voglia di cambiamento, intrisa ad alcune riflessioni oltremodo significative che scuotono il vissuto e che cercando di "orientare" le nuove generazioni.