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Venerdì, 14 Agosto 2020

Le speranze del “Vaticano II” nella cenere della disillusione…

Parla il  vaticanista e caporedattore Esteri del Tg2  Enzo  Romeo: “La Calabria e la sua Chiesa tornino a essere normali”.  Romeo  ha scritto, nel 2012,  “Guerre vaticane” (edito da Rubbettino). Un libro    in cui  descrive ciò  che è accaduto in Vaticano nell'era dei corvi ed in cui  si interroga, fra le altre cose, su dove stia andando la Chiesa mentre celebra l'Anno della Fede.

Il vaticanista e caporedattore Esteri del Tg2 Enzo Romeo


Il sidernese (città della provincia di Reggio Calabria) Enzo Romeo ha tutte le carte in regola per essere annoverato fra le “voci” Rai più autorevoli delle vicende “d’Oltretevere”.  Oltre che fra gli esponenti di primo piano all’interno del panorama intellettuale cattolico.
Fra le pagine del libro di una vita, che il giornalista ha sfogliato per “Calabria on web”, spiccano il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, quello attuale di Benedetto XVI, i viaggi apostolici, la passione per il giornalismo, i grandi personaggi che hanno fatto la storia della Chiesa moderna e, molto significativo, il legame con la sua terra d’origine.

Il suo è un percorso professionale che parte da lontano e la vede oggi protagonista ai più alti livelli nell’ambito dell’informazione. Ma quanto sono state importanti in questo cammino le esperienze nei media locali?

Sono state fondamentali, direi che hanno rappresentato una palestra unica. Senza voler dare giudizi, credo che ciò che si impara lavorando in una radio o in una tv privata, in un periodico e in un quotidiano locale sia molto più formativo per il mestiere di giornalista di quanto si possa apprendere in una scuola specializzata o in un corso post-laurea.

Restiamo sempre nell’ambito della professione giornalistica.  L’ultimo conclave costituisce un evento di grande rilievo grazie ai retroscena rivelati da Lucio Brunelli. Un clamoroso scoop a cui tuttavia non è stata data la giusta importanza.

È vero, le rivelazioni emerse attraverso il collega Brunelli sono state un grande scoop mondiale. Al Tg2 non le abbiamo “vendute” bene, dando alla notizia l’enfasi che meritava. Forse perché siamo stati condizionati troppo dal nostro ruolo di giornale del servizio pubblico. C’era infatti un risvolto imbarazzante: l’ “informatore” non poteva che essere un cardinale elettore, che come tale aveva giurato solennemente di non rivelare nulla di quanto accaduto nella Cappella Sistina. E invece… In compenso il “diario segreto” di quel conclave venne pubblicato integralmente da Brunelli su Limes. Capita anche questo nel giornalismo italiano.

Un suo recente servizio sui cinquant'anni del Concilio Vaticano II, ha rievocato le tante speranze e attese legate ad un evento destinato a restare nella memoria collettiva anche per la spontanea amorevolezza con cui Giovanni XXIII invitava tutti a rivolgere la celebre carezza ai più piccoli. Ma al di là delle suggestioni suscitate con il "discorso della Luna", che bilancio possiamo trarre oggi di quella fase storica?

Le speranze suscitate cinquant’anni fa dal Concilio sono oggi sepolte dalla cenere della disillusione, dell’indifferenza, della paura. Solo se tornerà a soffiare forte il vento dello Spirito questa polvere verrà dispersa e il messaggio conciliare tornerà a risplendere. Il proemio della Gaudium et Spes, la Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, è un richiamo potente e poetico alla necessità dei cristiani a non fuggire dalla realtà, ma ad immergersi in essa per divenirne lievito e sale. Le gioie e le tristezze degli uomini d’oggi – afferma il documento – devono essere condivise da chi si dice discepolo di Cristo. C’è un’intima solidarietà della Chiesa e del popolo di Dio con la storia e con tutto il genere umano. Guai a dimenticarlo, altrimenti si cade nel moralismo integralista.

Anche per un vaticanista esperto, è sempre un’ardua impresa descrivere  il pontificato di Giovanni Paolo II. Ventisette anni segnati da gesti rivoluzionari, prassi comunicative innovative e numeri che appaiono oggi irripetibili in termini di coinvolgimento e confini territoriali varcati, compresi quelli altamente significativi della nostra regione.

Mandela e Giovanni Paolo II


Dice bene quando parla di un papa dei gesti. I gesti di Wojtyla sono stati più importanti delle sue parole. Ho avuto la fortuna di trovarmi a due passi da lui quando a Cz?stochowa ha avvolto in un lunghissimo abbraccio, del tutto fuori programma, la ragazza africana che si era slanciata su di lui sfuggendo ai controlli della sicurezza. O quando ha camminato sotto braccio con Mandela a Johannesburg o con Fidel Castro a L’Avana. Giovanni Paolo II aveva un’empatia che gli permetteva di porsi naturalmente sulla lunghezza d’onda delle persone che aveva di fronte. È stato così anche nelle due visite compiute in Calabria. Nel 1984 a Reggio si presentò in ritardo all’Angelus con i giovani in Piazza Duomo. “Ma io vi dico che è Mezzogiorno!” gridò sorridente. Voleva dire: la realtà è come la costruiamo noi, non dobbiamo farci condizionare dai ritardi degli altri. E aggiunse: “Sappiatelo, giovani! Cristo non si è fermato a Eboli: egli è qui in cammino con voi, per costruire insieme a voi una Calabria più giusta, più umana e più cristiana!”. Ecco, quei gesti, quegli incontri sono stati la più grande enciclica del papa polacco.

Dopo tanti anni però, in Calabria la Chiesa locale è ancora tenacemente impegnata nel tentativo di risvegliare le coscienze sul fronte del contrasto alla criminalità organizzata. Tuttavia, non mancano anche casi controversi, in cui si registrano addirittura coinvolgimenti di esponenti della chiesa in situazioni poco chiare. Qual è il suo giudizio in merito?

La Chiesa, radicata com’è sul territorio (ben più dello Stato!) deve assumersi la responsabilità dell’educazione della gente di Calabria. Educazione religiosa ed educazione civica procedono sullo stesso binario. Non si può essere buoni cristiani, se non si è buoni cittadini. In certi paesi dell’entroterra, dove hanno chiuso perfino le scuole elementari, la parrocchia rimane l’unica realtà a cui aggrapparsi, l’unica “agenzia” educativa.  Per la Chiesa italiana questo è il decennio dedicato per l’appunto alla sfida dell’educazione e non c’è terreno miglioreper mettersi alla prova di quello calabrese. La Calabria è un deserto da far rifiorire, seminando cultura e speranza. Recuperando le grandi risorse del passato, dalla civiltà pre-ellenica alla Magna Grecia, dall’età bizantina alle contaminazioni normanne. Ma per piantare nuovi semi, il campo va prima mondato dalla gramigna. Non c’è spazio per la ’ndrangheta né per la mentalità mafiosa che infesta le piante buone. Un sacerdote può cadere nel tranello, perché spesso in Calabria tutto si gioca sul compromesso. Diciamocelo con onestà: esiste un calabrese che non abbia un parente, un amico o almeno un conoscente invischiato in faccende dove non ci sia, direttamente o indirettamente, lo zampino della mafia? Qui sta la fatica e la delicatezza del compito affidato all’educatore: ripulire il campo, senza strappare i germogli insieme alla zizzania.

Ma le recenti dichiarazioni di Mons. Mondello a Radio Vaticana (''la Chiesa del Sud tenga i mafiosi fuori dalle feste patronali'') sembrano confermare un connubio sempre vivo tra il contesto mafioso e la comunità cristiana. Qual è la percezione che si ha da Roma della situazione in cui è costretta a operare la Chiesa in Calabria?

In passato si è abusato di termini come “Chiesa di frontiera” o “cristiani in prima linea”, per raccontare la missione dei vescovi, dei sacerdoti o dei laici cristiani in Calabria. Ciò che si deve sperare è che la Calabria e la sua Chiesa tornino a essere “entità” normali, giudicate per le cose che sanno o che non sanno fare e non per le emergenze che a ciclo continuo le investono. Monsignor Mondello fa bene ad alzare la voce contro la contaminazione della religiosità popolare. La pietà religiosa del popolo calabrese è commovente; una popolazione sottoposta nei secoli a tante difficoltà e sofferenze si è aggrappata alla fede come a un’ancora di salvezza. Ma proprio per tale motivo, questa religiosità non va inquinata. Se a Polsi la polizia scopre un summit mafioso si faccia di quel Santuario un luogo di espiazione e di purificazione, interrompendo per un anno o due ogni segno di festosa esultanza. La Madonna della Montagna, tanto venerata, capirebbe e approverebbe. Quanto alla percezione di Roma, che dire?, il papa ha da poco incontrato i vescovi calabresi in visita ad limina apostolorum, e questo è già in sé consolante. Ma se parliamo della capitale civile della nazione,  ebbene Roma si preoccupa ben poco della Calabria. La nostra terra è un iceberg, che si è staccato dal resto della Penisola e che va alla deriva. Fin quando un Titanic non vi impatterà, affondando, nessuno se ne farà cruccio.

Quelli del pontificato di Benedetto XVI sono anni per nulla semplici non fosse altro per le crescenti tensioni sociali determinate dalla crisi mondiale. Il 2012 in particolare, ha visto l’imperversare dello scandalo “Vatileaks”, di cui peraltro lei si occupa nel suo ultimo libro. Cosa l’ha spinta a ripercorrere in tempi così rapidi quella vicenda?

Benedetto XVI e Mons.Cantafora


Mi è stato chiesto dall’Editore Rubbettino. Non avevo voglia di occuparmene, perché c’era il rischio concreto di alimentare i pettegolezzi e creare ulteriore confusione. Ma, come ho spiegato in prefazione, non potevo sottrarmi alla responsabilità del lavoro che faccio. In “Guerre vaticane” ho cercato di presentare i fatti in maniera completa e oggettiva, offrendo però una chiave di lettura che andasse oltre gli scandali innescati dai cosiddetti “corvi”. Spero, in questo senso, di aver portato un piccolo contributo di chiarezza in un momento effettivamente difficile e oscuro.

A novembre di quest'anno finirà l’Anno della Fede. Cosa ci si deve aspettare da questo momento di riflessione fortemente voluto da Benedetto XVI?

Papa Ratzinger è convinto che il grande nemico della Chiesa e dell’uomo sia il relativismo, che toglie valenza alla fede e a Dio. Conta solo ciò che è importante per me, e sono solo io a decidere ciò che è importante. Ma in questo modo, l’esistenza  perde densità e si alimenta quella che Zygmunt Bauman ha definito “la società liquida”. Benedetto XVI spera con l’Anno della Fede di ridare solidità all’annuncio. Ma temo che l’indizione di un anno speciale non basti a cambiare il corso delle cose.

L’anno appena concluso verrà ricordato anche per la scomparsa del Cardinale Carlo Maria Martini, la cui azione pastorale non sempre è stata in linea con le posizioni “ufficiali” della Chiesa.Qual è l’eredità più importante che ci lascia Martini?

Il coraggio di non chiudersi nella fortezza delle proprie ragioni e di dialogare con tutti, sapendo che in tutti si può trovare il volto di Dio. Martini era convinto che non è più tempo di una Chiesa fatta solo di precetti e di decaloghi da rispettare, ma che va ridato il primato all’accoglienza, secondo le parole di Gesù riferite nel Vangelo di Giovanni: “Da questo vi riconosceranno, se avrete amore gli uni per gli altri”.

E’ d’accordo con il cardinale Ruini secondo cui la comunicazione è uno dei temi centrali per il futuro della Chiesa?

Come si può non essere d’accordo? La missione della Chiesa è l’annuncio della Buona Novella. Il punto è distinguere la tecnica comunicativa dai contenuti. Oggi, c’è una spasmodica attenzione ai mezzi (vedi i preti on line), ma si rischia di costruire una comunicazione fine a se stessa, dove manca il nucleo vivo della Parola.

Come sarà la Chiesa dopo Ratzinger e il tanto discusso ritorno di un papa italiano è davvero una questione così decisiva?

Non è importante di dove sia il prossimo papa, ma quale sarà la sua visione della Chiesa. Certo, ciò dipenderà anche dal background del nuovo pontefice e dunque, in tal senso, il dato geografico può contare. Personalmente, credo sia il tempo di un papa che venga da “un altro mondo”. Una figura meno legata all’Europa, capace di aprire nuove frontiere. Comunque, il toto-papa può aspettare: Benedetto XVI, grazie a Dio, gode di discreta salute e un uomo alle soglie degli 86 anni non è più da considerare un vegliardo!