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Venerdì, 07 Agosto 2020

L’ironia del giudice e le parabole del capobastone

Il nuovo romanzo di Mimmo Gangemi (“Il patto del giudice”, Garzanti editore)  suscita apprezzamenti ed offre spunti per una discussione che va oltre la nuova indagine di  Alberto Lenzi e la sfida  tra un magistrato dalla vita privata movimentata  ed Il nuovo romanzo di Mimmo Gangemi (“Il patto del giudice”, Garzanti editore)  suscita apprezzamenti ed offre spunti per una discussione che va oltre la nuova indagine di  Alberto Lenzi e la sfida  tra un magistrato dalla vita privata movimentata  ed un mafioso senza scrupoli  a cui piacciono i limoni.

Lo scrittore Mimmo Gangemi fotografato da Adriana Sapone


L’ultima volta che incontrai Mimmo Gangemi fu ad Ardore, in occasione della consegna del premio Saverio Montalto attribuitogli  da una giuria  presieduta da Pasquino Crupi. Il principe della critica letteraria calabrese ricostruì la sua parabola narrativa definendo la sua  scrittura “iridescente”. Ci  sedemmo , a serata conclusa , in un locale e qui ne venne fuori una discussione interminabile . Pasquino ci faceva volare alto con la sua voce ferma, strascicata e cantilenante della Bovesia, Mimmo raccontava di un direttore editoriale calabrese che gli aveva consigliato, in anni lontani, di continuare a fare  il suo  mestiere di ingegnere: la narrativa non era cosa sua. Ci annunciò  l’uscita del suo lavoro  ormai ultimato “ Il patto del giudice”, consegnato ai torchi di Garzanti e non più di Einaudi (http://5.249.128.22/vecchio-calabriaonweb/2012/12/21/il-talento-di-mimmo-gangemi-molla-einaudi-e-sceglie-garzanti/). Un libro che ho appena finito di leggere con l’attenzione che meritano i grandi narratori .
E mi viene in mente, a proposito di Mimmo,  un pensiero di Vincenzo Consolo, scomparso giusto un anno fa e che tanto soli ci ha lasciati, che amava domandarsi: “Non è il narrare quell’incontro miracoloso, di ragione e passione, di logica e di magico, di prosa e poesia ?”
Leggendo l’opera di Gangemi si resta ammaliati da tanto vigore narrativo che si fa incalzante e luminoso specie quando la realtà da dipanare diviene più aggrovigliata e la mano dello scrittore appare più sicura, guidando e impastando con maestria la vita deisuoi personaggi.
La rivolta dei neri a Rosarno e il collaudato traffico di droga nel porto di Gioia Tauro, danno l’impulso e l’intreccio narrativo a questo nuovo giallo.
Ad Alberto Lenzi, giudice e sfaticato donnaiolo, sparagnino di coraggio, sarcastico, con il pensiero alla paura con cui doveva imparare a convivere,ci siamo ormai affezionati e in taluni frangenti scorgiamo l’autore stesso, ciò che lui, forse, avrebbe voluto essere: “Appena  nei pressi del paese, assecondò l’impulso di recarsi in un uliveto di proprietà della famiglia. La malinconia s’era fatta pesante, fastidiosa , somigliava alla sofferenza (…) Tra gli ulivi stette meglio, trovò pace passeggiando nei terrazzamenti. (…) appresso agli odori, fecero breccia i ricordi, lui ragazzo dentro il frantoio degli zii, le macine che giravano squittendo delle olive e dei noccioli, la pressa con le sportine caricate della pasta tra i dischi d’acciaio inseriti nel perno , l’olio che colava come acqua da una fontana a zampilli(…) Porgevano vino ai suoi pochi anni, nel misurino,(…)lo tintinnava con loro, anticipando così un po’ di giovinezza: (…) Lì mangiava assieme agli zii e ai lavoranti, imbrattati negli abiti, sul viso, sulle braccia. Gli porgevano un carro di pane senza la mollica e con la fossa riempita di peperoni da dover soffiare per attutire il bruciore”.
Ecco Don Mico Rota, che avevamo lasciato nelle pagine  finali de  Il giudice meschino mentre andava a raccogliere un limone che si era staccato e con un coltello  lo sezionava in strisce sottili che si portava in bocca. Ripetendo: “A Roma , sì , i mastri di seta . Là sono più malandrini di questa carne – rispose don Mico, battendosi sul petto per il Mea culpa e roteando per aria il bastone”.
Ritorna il capobastone di sempre, senza scrupoli, le cui parole erano più ascoltate di un passo del Vangelo. Ama la ruota del braciere, una coperta messa tra le gambe perché “per lui stare con i piedi sulla ruota era la continuità, il modo d’ingannarsi che non c’erano stati quattordici anni di carcere tra sé e il braciere.”
Sa recitare bene la sua parte di vecchio e consumato ‘ndranghetista anche di fronte all’ironia del giudice Lenzi che si affida alle sue parabole per decifrare e risolvere i casi aggrovigliati delle sue indagini, lente ma sempre efficaci,  e che consente a Gangemi di commentare indirettamente i fatti di oggi: “Vi conveniva organizzarvi in una struttura verticistica ? Non stavate bene com’eravate?” Don Mico Rota sta al gioco ribattendo:” Dice  però che il mammasantissima la tarantella a Polsi l’ha diretta una bellezza, e che ha saputo stare bene e composto a capotavola. Povero fesso . Mah, cazzi suoi. A quell’età chi lo comandava di ‘nnacare ancora ?”
Tornare alla giovinezza e sgravarsi dei misfatti è quasi  naturale per il vecchio boss: “Mi sopravvalutate assai. Queste parole che dite, manco ai tempi che riuscivo a scannare una vitella con un morso. Per questa nominata, mi hanno abbuffato di galera. Chè io, male azioni … Quando giungerà il momento, la mia coscienza volerà leggera verso il cielo. (…) Ormai i giovani marciano con un codice personale, non si fanno ragionare. Mangiano più di quanto riesce a contenergli lo stomaco. Mangiano anche se sono già sazi. Se ne fottono di chi è invece a digiuno. (…) E succede che si sporcano .(…)Gli òmini sopportano oggi, sopportano domani . Poi arriva il momento che scoppiano. Quando scoppiano ci scappa il morto.”
Il vecchio padrino, pur di non tornare in carcere, si confida in un gioco sottile con Alberto Lenzi, imbevuto di  parole sibilline e criptiche.
Talora buttate apparentemente a caso, gli ricorda il ruolo esercitato dalla società  che presiede: “Quella che voi chiamate’ndrangheta e che è invece onorata società, quando dai siciliani arrivò la richiesta di … Quelli si sentivano Dio in terra, apposta stanno facendo la fine che stanno facendo, presumevano di poter imporre ordini a noi e che noi stavamo con la bocca aperta in attesa che ce li dessero. Quando ci mandarono a dire di organizzare attentati, così lo Stato si metteva paura e scendeva a patti, noi , questa carne, abbiamo risposto un no incazzato e fatto sapere che a certe azioni non ci abbassavamo. Ce ne siamo stati al nostro, mentre loro, i siciliani, le hanno messe davvero, le bombe. E ci sono stati i morti e ci sono stati i danni. A mano della società non sono caduti innocenti. E, badate, lo stato intendeva trattare. Ora possono negare quanto vogliono, ma volevano trattare , anzi avevano già le braghe calate. Noi fermi al nostro posto. Era un’infamità, un’azione indegna. Uccidere poveracci ignari solo per riuscire a patteggiare con lo Stato. Vi pare poco signor giudice ?”
Mimmo Gangemi ( lo spiega bene nella conversazione che segue) domina con mano sicura il susseguirsi  degli avvenimenti senza stancare il lettore che si riconosce nei sentimenti dei personaggi, partoriti dalla fervida fantasia di un narratore di razza che commenta la scena ricorrendo agli schemi dei grandi tragici greci,che affidavano al coro il commento degli avvenimenti, anticipando spesso la trama. Ecco allora entrare in gioco il circolo di società di brancatiana memoria, popolato da varie correnti di pensiero, da vera e autentica umanità, trasudante vizi e virtù della gente di Calabria. Sono tra le pagine più belle dello scrittore di Santa Cristina d’Aspromonte che inducono il lettore a fare il punto sulle indagini, a immaginare nuovi grovigli e soluzioni : “Ma voi dove vivete ? obiettò Carboni . Qui si sta giocando una partita molto più grossa. Qua non sono i cinquecento chili di droga. Qua c’è il controllo del porto. Chi si fa debole, il lupo se lo mangia, ed esce dai giochi.”
Emergono verità che ogni calabrese finisce per fare sue: “L’antindrangheta è un punto peggio della ndrangheta… Hanno deciso per la tesi della piramide e del capo crimine? E non se lo rimangiano più. Conviene ai giudici, politici, uomini d’affari, giornalisti. Aumentano in carriera, in moneta, in nominata”.
Gangemi ama la sua terra e ce la descrive con squarci narrativi che attingono alla sua consueta tavolozza di colori indelebili, imbevuti di poesia, riesumando fonemi ed espressioni dai più dimenticati (ciuciuriavano, spittiava, tunnina, piccio, òmini di panza, che andava storiando?).
Un paesaggio impresso a fuoco nella mente dello scrittore:
“ Le onde erano riccioli timidi. S’adagiavano carezzevoli sulla battigia, senza la forza di schiumare, come la birra tenuta aperta troppo a lungo. O impattavano sugli scogli con uno schiaffo leggero, appena percettibile, e rimbalzavano sconfitte, frantumate in spruzzi.”
“ Si misero a passeggiare in mezzo al bosco (…) Erano nel cuore dell’Aspromonte. Niente più traccia del grigioverde degli ulivi, dei panciuti castagni,delle querce , dei gelsi: lasciati giù , a vestire la collina. Pineta era,maestosa, con alberi dai tronchi diritti, alti da allontanare il cielo. Il suolo era cosparso di aghi che impedivano crescessero erbe. Poco oltre, i pini s’arrendevano ai faggi. Uno scoiattolo nero dal ventre bianco saltò agile, di ramo in ramo, con scatti brevi, arcuando la coda pomposa.”
Il paesaggio e il clima si intonano, anticipano sentimenti e personaggi che animano le pagine del libro : “Maggio ebbe giornate bellissime, di un azzurro intenso e con un sole che s’adagiava gradevole sulla pelle. Sul finire s’incattivì di un’afa che toglieva il respiro- e faceva immaginare come dovesse essere l’inferno-e che la domenica condusse al refrigerio i passi di mezza città.(…) Chiara era uno splendore. Il pezzo di sotto, un triangolo davanti e una corda dietro, quello di sopra, una stringa non più larga di un sottopancia da mulo o dei cinturoni in uso al tempo dei beat. Alberto la passava in rassegna con  nascosti sguardi di rimpianto”.
E’ questo Mimmo Gangemi, scrittore imbevuto di calabresità, con un ritmo narrativo e uno stile sicuro, vigoroso e maturo che hanno un respiro europeo, sanno farsi esperienza storica, attingendo ad un’oralità che è carne e sangue delle pagine di questo appassionante romanzo. I grandi poemi narrativi sono nati sempre dall’oralità. Ha ragione Pasquino Crupi: è proprio lui il vero rinnovatore della narrativa calabrese che aspettavamo da tempo.