Per offrire informazioni e servizi, questo portale utilizza cookie tecnici, analitici e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su qualunque altro link nella pagina o, comunque, proseguendo nella navigazione del portale si acconsente all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni sui cookie e su come eventualmente disabilitarli consultare l'informativa sulla Privacy.

Mercoledì, 12 Agosto 2020

Teresa Gullace, la calabrese simbolo della resistenza romana…

Anna Magnani, in “Roma città aperta” di Roberto Rossellini,  è la calabrese di Cittanova assassinata dai nazisti. Roma è  madre accogliente che ha dato casa a milioni di cittadini che con speranza, dal Sud o dal Nord, vi si sono Anna Magnani, in “Roma città aperta” di Roberto Rossellini,  è la calabrese di Cittanova assassinata dai nazisti. Roma è  madre accogliente che ha dato casa a milioni di cittadini che con speranza, dal Sud o dal Nord, vi si sono affacciati nel corso della sua  storia. Le lavoratrici semplici ed umili, hanno da sempre costituito quel tessuto di narrazione popolare che ha creato l’altra memoria, quella che si ritrova nelle rievocazioni della gente, in una targa posta su un viale o in un film.

Anna Magnani in una scena del film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini


La memoria di Roma, che si appresta a celebrare nelle prossime settimane la “Giornata della Memoria”, ha un’anima femminile e calabrese. E porta il nome di Teresa Gullace. Da nubile: Tallotta,  nata a Cittanova, in provincia di Reggio Calabria,  si trasferì a Roma in gioventù, come molti conterranei. Poco tempo dopo il suo arrivo, incontrò Girolamo, che divenne suo marito e da cui ebbe cinque figli. Una vita dura, fatta di sacrifici nella Roma occupata dai nazisti, una vita  che divenne drammatica il 3 marzo del 1944. Quando Girolamo Gullace, a seguito di un rastrellamento, fu condotto nella caserma dell’81°  di fanteria in Viale Giulio Cesare, insieme a molti altri sospettati di attività sovversiva nei confronti degli occupanti.  Teresa Gullace, insieme a molte altre mogli e donne, si recò fuori dalla caserma, chiedendo spiegazioni e protestando contro l’ennesimo rastrellamento arbitrario nella città. Scorgendo la figura del marito, aggrappato ad una grata, tentò di avvicinarsi a lui, forse per consegnarli del pane o per semplicemente per parlargli, ignorando il comando di un SS di allontanarsi dell’edificio, in pochi istanti fu raggiunta da un colpo di pistola esploso dal milite, “…giovane, biondo, bello, freddo…con in mano una Luger…”  Teresa Gullace, accasciandosi al suolo, secondo i testimoni, si strinse il grembo, dove portava il sesto figlio, che sarebbe nato qualche mese dopo. La rabbia montò immediatamente. Tanto che la partigiana Carla Capponi, presente in via Giulio Cesare, estrasse immediatamente una pistola puntandola contro l’uccisore, fu arrestata e solo grazie alla pronta reazione di Marisa Musu, gappista anche lei, gli fu sfilata la pistola e consegnata una tessera di un’associazione fascista, azione che consentì una rapida liberazione della donna, che fu centrale per la Resistenza romana.

Teresa Gullace


Le partigiane Laura Lombardo Radice, che divenne poi moglie di Pietro Ingrao, Adele Maria Jemolo e Marcella Lapiccirella, adagiarono il corpo della Gullace, sul marciapiede e allestirono una sorta di camera ardente a cielo aperto, invitando la popolazione e le donne a ricoprire il manto stradale di fiori, quella protesta silenziosa, quelle preghiere cantilenanti, nella Roma occupata furono i primi aliti di una libertà, per lungo tempo vilipesa, di cui quella coraggiosa donna calabrese era divenuta simbolo. Pietro Ingrao e Laura Lombardo Radice nelle ore successive scrissero  un volantino in cui si raccontava l’accaduto, che ebbe una vasta eco e determinò la ribellione di molti strati della popolazione romana ormai fiaccata  dalla fame e da una lunga occupazione che aveva fatto della morte e del terrore la sua idea di controllo sociale. Di lì a poco ci sarebbe stato l’eccidio delle Fosse Ardeatine, ultimo atto di una barbarie incontrollata, che mandò al massacro più di 300 uomini. Teresa Gullace divenne simbolo della Resistenza romana, un simbolo semplice, che pur venendo da una terra lontana, impersonava la città ferita, nella sue forme più recondite di bellezza. Uccidendo una donna incinta, i nazisti, metaforicamente tentarono invano di uccidere una città, il suo futuro e le sue prospettive.  Moltissimi gruppi partigiani da quel giorno si intitolarono alla Gullace e la sua figura è ricordata anche all’interno del Museo di Via Tasso, tra le icone della Resistenza romana. La storia di Teresa Gullace ha ispirato il personaggio di Pina, interpretato da Anna Magnani, in “Roma città aperta”, diretto da Roberto Rossellini, la scena centrale del film, anche se differisce dalla storia reale, rappresenta l'uccisione di Pina/Teresa Gullace mentre urlando, rincorre il camion con il marito a bordo catturato dai tedeschi corre e non fu girata in Viale Giulio Cesare ma in Via Raimondo Montecuccoli, al quartiere Prenestino. Nel 1977 il presidente della Repubblica, Giovanni Leone, la insignì della Medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: “Madre di cinque figli ed alle soglie di una nuova maternità, non esitava ad accorrere presso il marito imprigionato dai nazisti, nel nobile intento di portargli conforto e speranza. Mentre invocava con coraggiosa fermezza la liberazione del coniuge, veniva barbaramente uccisa da un soldato tedesco.” Nel 1981, le fu intitolato il Liceo Scientifico nel quartiere Don Bosco a Roma e il comune di Cittanova le dedicò la via natale e il plesso della scuola materna. Proprio a Cittanova si deve la riscoperta di questa valorosa donna, poiché nel 1973 l’avvocato Arturo Zito de Leonardis, rispolverò questa storia, segnalando a Rossellini e agli sceneggiatori che le radici della donna affondavano, nel piccolo centro in provincia di Reggio Calabria.