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Giovedì, 06 Agosto 2020

‘Ndrangheta. Il generale Lusi: “Deluso per le poche denunce”. Il prefetto Reppucci: “Siamo in guerra!”

L’occasione sono i 20 anni compiuti dalla “Gerbera Gialla”.  C’è  attesa per il processo “Medusa”, contro una delle cosche più importanti di Lamezia Terme, che si svolge nell’aula bunker di Catanzaro. Frattanto, di ‘ndrangheta si discute proprio nella città della L’occasione sono i 20 anni compiuti dalla “Gerbera Gialla”.  C’è  attesa per il processo “Medusa”, contro una delle cosche più importanti di Lamezia Terme, che si svolge nell’aula bunker di Catanzaro. Frattanto, di ‘ndrangheta si discute proprio nella città della Piana su iniziativa dell’associazione Riferimenti, di cui è presidente Adriana Musella, figlia di Gennaro,  l'ingegnere salernitano trapiantato in Calabria, trucidato per mano mafiosa il 3 maggio del 1982 nella terribile esplosione dell'allora via Apollo a Reggio Calabria.  E’ una donna che si batte quotidianamente per la diffusione di una cultura della legalità soprattutto nei contesti scolastici. Il Progetto Gerbera Gialla, realizzato dal coordinamento Nazionale Antimafia Riferimenti, (associazione senza scopo di lucro fondata dal giudice Antonino Caponnetto, padre del primo pool antimafia) è finalizzato alla sensibilizzazione, formazione ed informazione dei giovani nella lotta alla criminalità organizzata. Il 2013 sarà dedicato, in particolare al ventennale della Gerbera Gialla, fiore simbolo nella lotta al crimine e all’illegalità, segno di vita e di rinascita, nato a Reggio Calabria il 2 maggio del 1993. In Calabria ha aderito al percorso didattico il Consiglio Regionale, siglando un apposito protocollo con l’Associazione Riferimenti. Al fianco di Adriana Musella,   a Lamezia nell’incontro con le scuole presso il Teatro Umberto, anche il presidente del Consiglio regionale Francesco Talarico, il prefetto di Catanzaro Antonio Reppucci, Il questore di Catanzaro Guido Marino, il procuratore della Repubblica di Catanzaro Vincenzo Lombardo, il sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza e Il generale  Adelmo Lusi, Comandante dell’Arma dei Carabinieri in Calabria. Un unico grande messaggio, come quello visto nel video in apertura dell’incontro, che ha ripercorso le tappe dell’associazione riferimenti, la mafia uccide ma anche il nostro silenzio. La lotta alla mafia dunque è un problema soprattutto culturale e come tale va combattuto. “Basta etichettare la Calabria come terra di mafia”, ha affermato il presidente  Talarico: “è vero, la ndrangheta esiste, ma c’è tanto altro, ed è per questo che voglio lanciare un messaggio ai tanti giovani presenti, è necessario lavorare insieme alle istituzioni per il bene della collettività”. Lamezia è una città ferita, le strade sono piene di sangue, l’asfalto sprigiona odore di polvere da sparo eppure ancora la collettività sembra non accorgersi di quanto importante potrebbe essere la collaborazione di tutti per un risveglio sociale da tanti osannato e da pochi praticato. “L’operazione Medusa che ha smantellato uno dei clan più importanti della città della piana, rischia di rimanere una semplice operazione militare se non si comprende la necessità che i tanti giovani sentono viva, quella di svelare le zone grigie, quella di liberare la città da una cappa opprimente”, secondo Gianni Speranza, primo cittadino di Lamezia. La cultura è la benzina per sconfiggere la mafia, un fenomeno sociale che non va lasciato incancrenire. Secondo il prefetto Reppucci “Siamo in guerra”. E ancora: “Negli ultimi venti anni a Lamezia ci sono stati circa 48 omicidi, ed il fenomeno del pentitismo registrato negli ultimi tempi dimostra l’impegno dello Stato sul territorio, l’impegno delle forze dell’ordine, ma deve essere l’impegno di tutti, perché ognuno di noi rappresenta lo Stato. Solo maturando questa consapevolezza diventiamo più partecipi, recuperare dunque la voglia di stare insieme, è il primo obiettivo, meno connessioni e più relazioni. Non possiamo dare la responsabilità di tutto quello che succede alla politica, che non fa altro che rispecchiare il tempo in cui viviamo, praticare l’antipolitica a tutti i costi, serve soltanto a mettere in crisi la coesione sociale”. Adriana Musella ha sempre creduto nell’importanza del dialogo tra i giovani e le istituzioni, “perché gli uomini possono sbagliare, ma le istituzioni restano. Se è vero che la ndrangheta è arrivata a tanto – ha dichiarato - è perché qualcuno glielo ha permesso. E’ arrivato il momento di fare pulizia nella politica e i giovani devono  pretendere il diritto alla giustizia ed alla verità”.  Ma ecco un altro concetto di spessore, soprattutto per la fonte da cui proviene: “In Calabria e nel Sud in generale, i migliori vanno via, lasciando tutto il marcio nella propria terra. Una terra dove la politica si lascia infiltrare vanificando spesso il lavoro della magistratura. In Calabria i comuni sciolti per infiltrazioni mafiose non si contano più, mafia e corruzione marciano sullo stesso binario. E’ necessario mettere in quarantena tutto ciò che non è pulito”. A parlare è il procuratore Lombardo. Sulla stessa linea d’onda il questore Marino nel suo  intervento: “I mafiosi parassiti - ha affermato - non potranno più comandare se decidiamo di intraprendere un percorso comune. Se scegliamo di contare tutti insieme quei famosi 100 passi di  Peppino Impastato”.  A concludere l’incontro il generale Lusi, che è tornato sull’operazione Medusa contro i clan di Lamezia: “Ci aspettavamo striscioni di sostegno davanti alle caserme, davanti ai tribunali, avevo predisposto un distributore di numeri - ha commentato  sarcasticamente -  e con molta delusione, per tutti quegli imprenditori e commercianti vessati che credevo volessero denunciare, invece così non è stato. Al processo sono solo in cinque. Il nostro problema è che per troppo tempo siamo stati spettatori passivi di uno spettacolo, che ora non si può più tollerare. Ma il Sud non è perduto, la Calabria non è ancora la terra sconfitta che in tanti vorrebbero far credere”.