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Lunedì, 06 Luglio 2020

Enzo Stranieri: l’antropologia poetica e la forza della storia

Vive tra le colline e la case  forti e robuste  di Sant’Agata del Bianco, paese attaccato   a quello dove lui  è nato  e del quale parla sempre con orgoglio: Caraffa del Bianco. Enzo Stranieri  nasce poeta. Nell’ormai lontano 1986 pubblicò Vive tra le colline e la case  forti e robuste  di Sant’Agata del Bianco, paese attaccato   a quello dove lui  è nato  e del quale parla sempre con orgoglio: Caraffa del Bianco. Enzo Stranieri  nasce poeta. Nell’ormai lontano 1986 pubblicò un intenso ed originale libro di poesie  che ha un titolo eloquente   Pensavamo fosse arrivato il nostro tempo, recensito tra gli altri da  Walter Pedullà  e Giorgio Calcagno. Quando me lo regalò mi fece una dedica eloquente del suo modo di intendere  l’impegno dell’intellettuale nella storia  :“A Gianni che, pur tuttavia, si rispecchia nella poesia, nella tentazione di modificare il corso negativo degli  eventi .”
C’è una poesia che dà il senso della sua vita :
Sei uscito dal tuo guscio senza lo scudo /e le frecce avvelenate./ Il sole brucia la tua pelle di latte ./ Non mentire : sei nato per parlare a gran voce, / lontano da ipocrisie malcelate./ I granelli di sabbia lacerano il tuo corpo / come schegge di mortaio./ Torna nel tuo labirinto, non sei nato / per creare complotti , commedie con attori  / scaduti  ( è guerra, ormai).
Un’opera che meriterebbe la ristampa perché specchio di  un’epoca e di un impegno :“Per vivere abbiamo rubato il nettare / alle api , cospargendo di acre dolcezza / le nostre menti stanche. Pensavamo fosse arrivato il nostro tempo, la nostra fetta di vita ./ Per scaldare i nostri cuori traditi / abbiamo rubato il magma ai vulcani .”
E l’impegno di un tempo a gran voce ritorna, regalandoci un libro , stampato da Arti Grafiche Edizioni di Mimmo Garreffa, al quale ha lavorato per   quasi una vita  : La Koinè agro-pastorale nella Locride  (Massari e pastori tra medioevo e modernità).
Il senso del suo lavoro  è tutto racchiuso nella parte finale della sua  premessa:“  Non si tratta di proporre improbabili ritorni a saperi del passato, ma se mai di rileggerli per comprenderli e inserirli in nuove forme di saperi locali che non taglino i ponti col passato.”
A ciò aggiunge un ulteriore pensiero, frutto di appassionati studi alvariani  e di una formazione politica  adamantina che affonda le sue radici nell’umanesimo  socialista e cristiano: “ Oggi dobbiamo amaramente registrare che quanti tentano di valorizzare le ricchezze e la bellezza della nostra regione non sempre trovano  risposte/ proposte convinte e concrete presso i nuovi ceti sociali e politici, incapaci di diventare classe  dirigente desiderosa di liberare , davvero e per sempre, questi luoghi .”
Un concetto che nella intensa  e partecipata introduzione sviluppa pure Vito Teti, con il quale Enzo Stranieri collabora nel quadro  delle iniziative del Centro di Antropologie e Letterature  del Mediterraneo dell’Università della Calabria :   “ Il libro riserva molte sorprese e aiuta meglio a capire una cultura di genti che si sono mosse tra montagne e colline, tra fiumare e boschi, tra paesi e “ mondo”. Aiuta a fare capire meglio il rapporto tra oralità e scrittura (…) traccia una sorta di etnografia dei paesi dell’oggi, sospesi tra un passato che non passa e un futuro che non viene progettato .(…) La vicenda , la ricerca  di Vincenzo Stranieri vanno in direzione di un riguardo per i luoghi, di un desiderio di riconoscerli e di averne cura, fanno intravedere la possibilità di una Calabria diversa, con maggiore memoria e senso di sé, con attenzione alle bellezze , ai paesaggi, alle memorie, alle persone , alle storie minute e meno note“
Sulla scia dei suoi versi Enzo va alla riscoperta del suo mondo dove solo il pianto dei  vecchi parla / il linguaggio dei poveri.   Entra nella koinè dei vecchi massari , dei vecchi contadini , la cui saggezza per lui è vita  tra  i colori delle albe incorniciate di grano, quando i visi cercavano lo sguardo della terra .
Enzo non ci crederà  ma la parte che più mi ha emozionato  è stato il suo  glossario di parole e verbi dialettali che a lungo  ho letto e riletto e che danno il senso della  civiltà  contadina e pastorale nella quale siamo stati allevati e che  non deve scomparire. Ogni parola mi ha suggerito ricordi, giochi infantili con atmosfere  indimenticabili , giornate passate accanto ai pastori che venivano a trovarci nel mese di maggio, quando con alcuni braccianti  andavamo, sotto la guida discreta ma solenne di mio padre, a zappare   le nostre  vigne  dietro la vecchia Brancaleone. Studente universitario cercavo  i lori volti , ascoltavo geloso le loro espressioni e mi sentivo ancora di più figlio  di questa splendida terra . Sembravano figure  del Vecchio Testamento e  a sera ritornavo più ricco che mai.
E poi la splendida foto  della copertina del libro: il contadino  Vincenzo Sgrò  mentre realizza ‘nu panaru. Anche qui  i ricordi prendono il sopravvento. Nelle giornate lunghe di  primavera sotto un ulivo saraceno seguivo  compare Luca Nucera che insegnava a mio padre questa splendida arte. Difficile da apprendere. I risultati di papà non erano dei migliori e spesso mi divertivo a prenderlo in giro perchè i suoi panari avevano quasi sempre la gobba.  Senza accorgersene con questo libro Enzo, in fondo , racconta la sua vita. Mi viene in mente un’operazione analoga fatta sessant’anni fa dal magico sindaco-poeta di Tricarico, Rocco Scotellaro. Se per Enzo la guida   maestra è tracciata da Corrado Alvaro, per Rocco fu tracciata da Carlo Levi che fece una introduzione  a L’uva puttanella e Contadini del Sud  entrata nella storia e nella leggenda:   “Rocco sta sulla sua terra ed esprime e narra poeticamente e con verità la lora vita; ma, attraverso di essa, dà forma poetica e vera a una condizione umana permanente. E’ insieme la condizione dell’uomo che si forma come tale, come persona, e la condizione di un mondo subalterno che prende cognizione di sé e si afferma come protagonista. “ 
      E’ un’operazione che Enzo fa partendo dal settecento in un capitolo dedicato a massari , pastori e possidenti (quasi tutti cattolici praticanti) al crepuscolo del mondo contadino e soprattutto nel capitolo dedicato ai poeti dialettali della Vallata La Verde dei quali  pubblica alcune poesie: Rocco Domenico Pulitanò, Pacialeo Giuseppe Antonio, Francesco Pulitanò, Michele Strati, Carmela Barletta :


    Guarda chi bella leggi chi vinn’ora / l’omu mi si fa re , senza curuna;/ Ed è propostu pammi vai a Roma /,mi si mposessa da seggia patrona.


La giovinezza che veni a crisciri /Tutti a lu studio vonnu andari / omini  e donni non canusci cchjuni, / sunnu vistiti di scidari.  / Fino a trent’anni vannu a studiari, / cercanu postu e noin trovanu cchjuni,/ notti e jornu li viditi passeggiari, / fannu l’amuri in palisi e a mmucciuni. / Certu la fini del mondo a di viniri / quando vergogna non esisti cchjuni.
   Ritornano in mente le bellissime pagine di Peppino Josca  di  C’era una volta il Sud ( Rubbettino ), anche lui  salito a Sant’Agata  nel 1959 per  un reportage sui poeti contadini. Sorpreso da un nubifragio si rifugia in una capanna aggrappata   alla collina :  “  Il vecchio che l’abitava me lo trovai davanti all’improvviso . Era seduto , anzi accovacciato sulla soglia, riparandosi dalla pioggia sotto una  piccolo tettoia. Un mantello di orbace unto e sbrindellato lo difendeva dai brividi della serata autunnale. Aveva la barba lunga e incolta, le mani grinzose e forti, uno strato cappellaccio sulla testa pelata, un naso spropositatamente grosso . Nella capanna due capre stavano beate accanto a un giaciglio, che costituiva, assieme a qualche pentola annerita dal fumo, una panca di legno e alcuni festoni di agli e cipolle stesi come trofei, tutto l’arredamento del tugurio .  A Santa’Agata  Rocco Luverà lo chiamano semplicemente “ u poeta” , perché da tempo immemorabile , chiuso nel suo rifugio , compone strambotti e poesie “ di grande bellezza.  A Sant’Agata la poesia  è di casa, come il sole, le mosche , l’ulivo”.

Africo vecchio 1948, foto Petrelli


Fu Saverio Strati , originario di Sant’Agata,  che per primo , come evidenzia Enzo , aveva intuito l’importanza dei poeti  “ senza scuola”  sollecitando nel  gennaio  del 1953 una inchiesta della rivista “ Vie Nuove”. Lo scrittore è citato  in diversi incipit del libro a conferma della sintonia con cui Enzo lo segue  da decenni.  Enzo nelle pagine finali  ci regala  la polvere di antiche  nostalgie . Va a trovare forse l’ultimo massaro della vecchia Africo : Francesco Stilo , classe 1926. E’ uno dei pochi pastori di Africo Vecchio ad essere tornato a vivere nel luogo d’origine dopo la disastrosa alluvione del 1951.

Scrive Enzo :    “ E’ un vero resistente, il nostro pastore di lattare, fiero della sua scelta, affezionato alle sue bestie forse ancor più che  agli uomini .  Ma non è un uomo isolato, un eremita che intende sfuggire al cosiddetto mutare dei tempi . Lo sanno i suoi sette figli, tutti laureati, che ha voluto mandare a scuola a tutti i costi , sacrificandosi assieme alla moglie perché potessero vivere la loro vita . Francesco Stilo è stato un ottimo educatore, ma senza il peso della vendetta sociale, perché egli non maledice il proprio destino ,non lo considera ingrato. E’ una saggezza antica , la sua. Occhi e carnagione chiari , lineamenti scolpiti dalla fatica e dal sole , corporatura media ed atletica ,  quasi una leggerezza dell’essere, oltre che del fisico. Crea meraviglia ed anche un po’ d’invidia quest’uomo che non teme la solitudine ed i rumori della notte che avvolgono le montagne di Africo e Casal nuovo , ormai preda di sterpi e rovi.  : Francesco Stilo ha saputo e  voluto opporsi alla perdita della sua identità umana e lavorativa , facendo di tutto per rimanere pastore. Torna a casa poche volte al mese, giusto il tempo di rifornirsi di provviste, per poi ritornare a vivere in libertà le sue lunghe giornate trascorse tra le montagne amiche.”

A  questa magica  figura di vero calabrese, intriso di lavoro onesto( un’autentica lezione per le anime nere del suo paese), mi piace dedicare i  versi  che Enzo scrisse sulla soglia dei suoi vent’anni : “ Corriamo assieme al tempo, ora/ (il ritmo , inquietante, dei suoi battiti )./ I latrati sono dietro le nostre spalle. / Per questo cerchiamo uno spazio / dove lasciare i nostri sogni.