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Sabato, 11 Luglio 2020

Cambia il Sud se cambia il paese

Parla l’economista Vittorio Daniele: per ridurre il “gap” Nord/Sud occorrono sgravi contributivi e meno tasse per le imprese. Docente di Economia politica all’Università Magna Grecia di Catanzaro, è da tempo impegnato nello studio dell’economia del Meridione e della Calabria, oltre Parla l’economista Vittorio Daniele: per ridurre il “gap” Nord/Sud occorrono sgravi contributivi e meno tasse per le imprese. Docente di Economia politica all’Università Magna Grecia di Catanzaro, è da tempo impegnato nello studio dell’economia del Meridione e della Calabria, oltre che nella ricerca delle ragioni storiche, sociali e politiche che hanno determinato la profonda spaccatura tra Nord e Sud del Paese a cominciare dal 1861, anno dell’Unità.

Vittorio Daniele, docente di Economia politica all’università Magna Grecia di Catanzaro


I suoi studi e le sue pubblicazioni  sono apprezzati in tutta Italia e anche il Corriere della Sera, recentemente, ha preso come punto di riferimento in materia il suo ultimo libro. Calabria on Web lo ha intervistato in esclusiva.


Paolo Mieli sul Corriere della Sera cita la sua ultima pubblicazione “Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011”, realizzata insieme a Paolo Malanima, come base da cui far partire le riflessioni future sul Mezzogiorno. Mieli citando la sua opera dice, ad un certo punto, che benché al momento dell’unificazione italiana il Mezzogiorno fosse più ricco, in termini di Pil, rispetto al Nord veniva comunque percepito come “un’entità di tipo africano”. Si tratta di pregiudiziatavici dunque?
Nel libro citato da Paolo Mieli, Il divario Nord Sud in Italia 1861-2011 (Rubbettino), io e il professore Paolo Malanima abbiamo mostrato come alla data dell’Unità le condizioni economiche del Mezzogiorno, in termini di reddito per abitante, non fossero molto dissimili da quelle del Centro-Nord. Esistevano differenze regionali, ma assai modeste se comparate conquelle che si delineeranno a partire dai primi anni del Novecento, quando l’Italia cominciò a industrializzarsi. Poiché, per una lunga fase, l’industrializzazione riguardò essenzialmente il Nord-Ovest, il divario Nord-Sud aumentò progressivamente per tutta la prima metà del secolo scorso.  Nel 1951, il reddito pro capite del Mezzogiorno era circa la metà di quello medio del resto del Paese. Nel 1861, le differenze sociali tra Nord e Sud erano maggiori di quelle economiche. In particolare, spiccavano quelle nell’istruzione. In Calabria, Basilicata, Sicilia,  il tasso di analfabetismo sfiorava il 90 per cento; valori assai elevati si riscontravano in tutte le regioni meridionali. Al Nord la situazione migliorava. In Piemonte e Lombardia si registravano i tassi di analfabetismo più bassi: attorno al 45 per cento. Nell’Italia che aveva da poco raggiunto l’Unità, pregiudizi e stereotipi negativi sui meridionali erano diffusissimi, anche tra l’opinione pubblica colta e tra coloro che parteciparono, con un ruolo di primo piano, al processo di Unificazione nazionale. In una lettera a Cavour, Luigi Carlo Farini, riferendosi al Mezzogiorno, scriveva: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica: i beduini a riscontro di questi caffoni son fior di virtù civile». Il Sud era allora davvero percepito come una realtà sociale altra e radicalmente diversa rispetto al Nord. Gli studiosi Cesare Lombroso e Alfredo Niceforo, riferendosi ai settentrionali e ai meridionali, parlavano chiaramente di due «stirpi», di due «razze» con caratteri antropologici e psicologici assai differenti. Insomma, si pensava a «due Italie» di cui una, quella del Sud, assai più simile all’Africa che al resto del Paese. Come si sa, stereotipi e pregiudizi hanno vita lunga. Ancora oggi, in forme diverse, continuano a pesare sui meridionali e sul Mezzogiorno.       


Sulla questione lei ha anche scritto un provocatorio articolo dal titolo “Il Sud è meno sviluppato del Nord? E’ una questione di intelligenza”.
Ritorniamo al tema dei pregiudizi e delle tesi razziste. L’articolo di cui parla, che i lettori possono trovare sul mio sito www.vittoriodaniele.info, è una risposta a un articolo pubblicato nel 2010 dallo psicologo Richard Lynn, dell’Università di Ulster, in cui l’autore sostiene che il Sud sia meno sviluppato del Nord poiché i meridionali sono meno intelligenti dei settentrionali. La differenza nel quoziente d’intelligenza sarebbe, secondo Lynn, geneticamente determinata e dovuta all’influenza delle popolazioni Nord Africane (Fenici) e Arabe che, nel corso della storia, si stabilirono in alcune aree dell’Italia meridionale. Insomma, una versione moderna e scientificamente paludata della teoria ottocentesca del positivista Alfredo Niceforo. Si tratta di una tesi storicamente e scientificamente assai fragile, oltre che intrinsecamente razzista. Nel mio articolo discuto proprio della fallacia delle argomentazioni di Lynn. Quella delle differenze genetiche (e razziali) nell’intelligenza continua, comunque, ad essere una tesi assai diffusa, più di quanto si possa pensare, anche tra psicologi e scienziati sociali. 


Quanto hanno inciso le responsabilità delleclassi dirigenti locali nel non riuscire a far valere i diritti delle popolazioni meridionali?
Certamente molto. La debolezza delle classi dirigenti meridionali, la loro scarsa capacità di rappresentare interessi generali più che particolari, fu messa in evidenza già all’indomani dell’Unità. Tuttavia la vera domanda è: perché? Perché lasocietà meridionale non è stata in grado di esprimere una classe dirigente capace e perché, invece, ne ha espresso una che, in larga misura, anche se con le dovute eccezioni, ha basato il consenso sulla difesa di interessi particolari, localistici, clientelari? Ma la politica, le classi dirigenti non esprimono forse le istanze della società che rappresentano? Io credo che il problema non sia, dunque, solo di responsabilità politica, ma sia soprattutto sociale e culturale. Fin quando i meridionali non smetteranno di eleggere rappresentanti politici sulla base del calcolo meramente clientelare, cioè sulla base delle convenienze personali o familiari più immediate, la politica non potrà che rappresentare interessi particolari e clientelari. È evidente, tuttavia, come sia proprio la debolezza sociale ed economica del Mezzogiorno – e in primis la mancanza di lavoro - a condizionare la qualità della rappresentanza politica e, in un certo senso, le stesse scelte politiche di molti meridionali.


In che stato di salute versa l’economia della Calabria oggi? Quali i punti di principale criticità?
La recessione in atto ha colpito l’economia regionale soprattutto in termini occupazionali. In più, la contrazione dei trasferimenti statali ha rallentato l’attività economica, in particolare nel settore delle opere pubbliche, con effetti a catena sull’indotto. Al di là degli aspetti meramente economici vi sono risvolti sociali preoccupanti. È aumentato il numero delle famiglie povere, è cresciuto il numero dei disoccupati e dei cassintegrati, si sono ridotte le opportunità occupazionali per i giovani. Gli effetti sono evidenti: in un’economia che non cresce, i problemi strutturali tendono ad acuirsi. Nel caso della Calabria, oltre alla disoccupazione e alla sottoccupazione, crescono anche povertà e lavoro nero o irregolare.  


Che tipo di interventi sarebbero necessari per far ripartire lo sviluppo e tentare di ridurre il gap con il resto del Paese?
Non ho mai creduto che lo sviluppo regionale dipenda solo dalle scelte politiche locali. Tutt’altro. La politica regionale può fare alcune cose: essenzialmente utilizzare le risorse di cui dispone per colmare i deficit nella dotazione di beni pubblici e d’infrastrutture: si pensi, innanzitutto, alla sanità e all’istruzione, o alla gestione del territorio e dell’ambiente. Dovrebbe farlo in maniera efficiente, assicurando tempi certi e procedure veloci. Certamente non dovrebbe alimentare la rete di clientele, favorendo quella parte della società che vive di piccole o grandi rendite all’ombra della politica. In larga misura, però, lo sviluppo di una regione è legato a quello del resto del Paese. A contare sono, cioè, le grandi scelte di fondo: quali leggi e quali istituzioni dare al Paese, quale livello della tassazione, quali politiche per lo sviluppo. Insomma, dal mio punto di vista, conterebbe molto di più uno sgravio contributivo per le imprese che investono al Sud, o una loro minore tassazione, che la spesa di decine di milioni di euro in progetti vari e di dubbia utilità; spesa che magari produce effetti immediati sui consumi regionali, ma con scarsi risultati sulle capacità di sviluppo a medio-lungo termine.


Le Università calabresi sono in grado di fornire un contributo a questo percorso?
Sì. Lo sono, innanzitutto, perché formano il capitale umano di cui questa regione ha bisogno. Poi, perché sono in grado di innescare processi virtuosi con il sistema delle imprese e con enti e istituzioni locali. Il trasferimento di conoscenze dalle Università al «territorio», come si usa dire, può certamente produrre ricadute positive sullo sviluppo economico e sociale regionale.