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Lunedì, 28 Settembre 2020

“Valli Cupe”

Un canyon di dieci chilometri nella sfolgorante  Presila catanzarese e decine di cascate che attendono viaggiatori impavidi per bagni tonificanti e soste in trattorie accoglienti. Non so come ci siamo finiti.  Dopo, però, ci siamo tornati.  Fino a trasformare le Valli Cupe in un simbolo.  Della fitta  natura calabrese,  che si svela a poco a poco.  Un simbolo che non ha nulla, se non in piccola parte,  a che spartire col cupismo calabrese. Quel vecchio cruccio polveroso  caricato sulla fronte del meridionale che lascia il borgo, quando l’alternativa era o brigante o emigrante.
Un simbolo che dà l’idea dell’irrefrenabile esplosione della natura su cui scrive pagine avvincenti Francesco Bevilacqua nel suo ultimo lavoro:  “Sulle tracce di Norman Douglas”. Irrefrenabile, ma non violenta.  Centouno cascate messe assieme allagherebbero il Mezzogiorno italiano. Sparse come sono nella rigogliosa boscaglia della Presila catanzarese, viceversa,  ci lasciano intendere quanto sia utile agire separatamente.  Vivere in microagglomerati umani consente una migliore qualità della vita.  Alla condizione, però,  che nessuno si senta rinchiuso in piccole patrie. Ogni cascata va percepita nella sua identità/diversità.  Ma non fino al punto di sentirla staccata dall’altre.   Nell’universo d’acqua delle Valli Cupe c’è un’infinità di punti in cui l’acqua si ricongiunge.
Ciò che traspare dalle diversità  botaniche, idriche, climatiche e antropiche, che arricchiscono l’aria ancora  semisconosciuta delle Valli Cupe calabresi, non ha a che fare col solipsimo dell’Italia del Sud.  Bensì con una natura che non finisce mai di stupire. Che aspetta d’essere incontrata. Ma che non fa nulla per  farsi notare. Promozione è un’attività che stride quasi infastidisce.
Che per farsi conoscere, quando il caso lo impone,  addirittura  si riduce.
Entra a far parte della storia dell’uomo.  Dietro la vita grama   dei borghi antichi della Presila non indovineresti mai lo svolgimento d’ eccezionali  fenomeni naturali. Dietro il silente tramonto e lo scorrere  trasognato del tempo nei  centri della Sila piccola, nessuno intuirebbe  il dirompente frastuono dell’acqua che,  nei crepacci scavati da secoli d’intense  trasformazioni ambientali,  si getta nella forsennata corsa verso lo Ionio azzurro e filosofo.
Cupe,   hanno detto,   vuol dire  spaccate.  Io penso che l’aggettivo abbia anche a  che fare col carattere di noi del profondo Sud italiano che non  curiamo di valorizzare i  beni naturali. Ma ciò accade anche  perché sappiamo bene che  non ci appartengono. Che una cascata come quella dell’Inferno, recondito spazio utopico della  Presila e  sintesi meravigliosa di natura e storia, di potenza allo stato selvaggio che si sprigiona dall’alto della montagna  e incrocia un’antica   saggezza  stratificata in piante rare, non può essere di nessuno.
Il “cupismo calabrese” nelle Valli Cupe racconta molto di ciò che siamo stati. Noi altri calabresi, nel corso dei secoli.   Nessuno creda che dai tempi dei Normanni ad oggi moltissimo sia cambiato.  C’è, sì, la televisione e impazzano i social network. Ma l’atmosfera che si vive  scivolando, dinoccolati e  con la mente occupata da un pulviscolo indefinito di pensieri in libertà,  lungo il monte che nasconde la cascate delle “Rupe” ( tre ore di cammino), consente  di vedereancora  in  giro cavalieri biondi e dagli occhi azzurri.  Qui, immerso nella foresta calabrese,  capisci meglio cosa cercassero nel Sud i cavalieri - viaggiatori dell’Ottocento. Tutta la loro ansia di venire a vedere la su può tentare di cogliere passeggiando nelle Valli Cupe. Leggi meglio quella poesia di Heine sull’abete che, durante il gelido inverno, sogna una palma cresciuta nel Sud.    Interpretata magistralmente    dallo scrittore ungherese   Giorgio Pressburger “E’ il Nord  che sogna il Sud, soprattutto l’Italia”. Soltanto che il Sud, evidentemente,  ha paura dei sogni del Nord.  E cosi -  ancora oggi - per paura che il Nord possa sognare le Valli Cupe, il Sud  le tiene segrete.
Ma fino a un certo un punto. La voglia di Sud che ha il Nord, ha indotto  il  naturalista  belga  John  Bouquet a  visitare le Valli Cupe e a definirle :   “ Il segreto meglio custodito d’Europa” .  Per noi, invece, tutto comincia,  con una  “guida”.  Una sorta di giovane  Virgilio calabrese,  che  ogni giorno,  da dieci  anni a questa parte, rende   meno misterioso il segreto della Sila . Pastore di capre fino a 18 anni, poi   botanico per vocazione,  Carmine Lupia, pifferaio appassionato del Fai,   ci svela il mistero del paladino Orlando e della strega cattiva.
La stretta  relazione tra l’ambiente e l’uomo è vecchia come il cucco. Ma seguendo l’itinerario formativo del botanico amico di monsignor Bregantini, qui si avverte prepotentemente. Il binomio fa  storia. Di   soprusi o d’encomiabili trasformazioni.  C’è un uomo dietro la colata di cemento  che sfregia un tratto di costa. C’è sempre un uomo dietro la scoperta  di un bene ambientale che rischia la dimenticanza, l’ombra, la scomparsa.
Siamo andati, increduli,   a vedere i crepacci scavati nelle pareti delle maestose  delle Valli Cupe di Sersale;  il canyon, dieci chilometri circa  di lunghezza e quattro ore di cammino che è  un  conglomerato poligenico d’ arenaria unico nel suo genere in Italia. E  le  centouno    cascate d’acqua ( dell’Inferno, delle Rupi, del Crocchio, del Campanaro, delle Ninfee, dell’Aquila, delle Grotte, della Pietra e   del Paradiso che raggiunge i cento metri d’altezza) .
Un incontaminato mondo  che dispiega la sua vita  lontano dalla civiltà dei rumori. Oggi questo mondo seminascosto ha un custode.   Pastore di capre o dottore?  “Chiamatemi come volete“,  si schermisce  con un sorriso disarmante. Botanico puntuale  nelle spiegazioni delle più minuscole espressioni della natura, Lupia è la preziosa    guida naturalistica per antonomasia delle Valli Cupe.  Quasi un sacerdote che t’introduce, gradualmente, negli scrigni  che nascondono al mondo tesori ambientali  sepolti da secoli .
Guida    taciturna, Lupia.  Anche quando, all’improvviso, svela luoghi mozzafiato con estrema disinvoltura.  Percorre, ogni santo giorno,     il territorio in cui è nato e dove, dopo aver girato il mondo rischiando persino di ammogliarsi con un’aborigena in Australia, è tornato. Per fondare la sua cooperativa “ Segreti Mediterranei” .  Studioso con alcune pubblicazioni sulla flora  alle spalle e tante  idee in testa,   è  parte integrante di una natura della quale è in grado di svelare le più recondite trame.
Smilzo e selvaggio  guardiano di capre  fino a diciotto anni, il pastore  ha studiato. E   si è  laureato in Agraria,  “ Volevo saperne di più “,   all’Università del Sacro Cuore Agostino Gemelli di Piacenza. Conosce le Valli Cupe come le sue tasche. Usa l’olfatto, per capire le differenze tra un luogo e un altro,  “e   quando è necessario anche gli occhi “ . Depositario geloso  delle leggende  che, frammiste a dati storici inconfutabili, rendono l’area un tesoro sepolto.
Dalla leggendaria città di Barbaro fondata da Silone Barba, per esempio. Che   dopo la distruzione di Troia approda alle foci del fiume Uria ( è il nome della figlia di Priamo) alle gesta dei paladini di Carlo Magno inviati in Calabria, assieme ad Orlando, per difendere la cristianità dalle invasioni arabe. Da Omero alla Chanson di Orlando, con il sovrappiù di un  borgo settecentesco (Marcaglione, nome d’origine normanna)  drammaticamente  abbandonato ai morsi inesorabili del tempo e delle erbacce;    e un imprevedibile   itinerario di cascate variopinte non scindibili dalle favolose  narrazioni orali delle gesta di eroi, dei e  briganti,   i cui volti e le cui avventure sono ancora un ricordo vivo nella zona.
Lupia è una guida naturalistica  ma anche uno storico del luogo che, con suadente loquela, narra eventi remoti: “ La città fondata da Barba (chiamata Barbaro),  rinomata e fiorente per le molte ricchezze, fin quando una crudele pestilenza non la colpi perché non aveva voluto offrire a Febo le focacce che gli dovevano ogni anno”.
“Barbaro continuò a vivere nel Medioevo, quando cadde in mano araba e il difensore della cristianità, Carlo Magno, invitò i suoi paladini in Calabria ( sono molte le Chanson di Orlando ambientate in Calabria ) compreso il coraggioso e famoso Orlando, l’unico che si salvò. Gli altri, Razzone, Moscardino, Farianu, Filippazzo,Lucciu e Scarano morirono per gl’ inganni e  gl’ incantesimi di una strega”,
E osservando la fenditura nella roccia di colore rossastro (il luogo si chiama, appunto,  Colle d’Orlando e si trova di fronte al sito dove si  stagliava florida  la città di Barbaro a metà strada tra Sersale e Zagarise), Lupia rievoca  frammenti di  storia e leggenda. “Orlando, nel corso della battaglia contro i saraceni,   chiese a Dio di dissetarlo e questi gli rispose di conficcare la spada nella roccia da cui sarebbe zampillato il sangue con cui   avrebbe potuto dissetarsi ”.
Insomma, ce n’è per tutti i gusti. E ad un  certo punto, quando il sole dardeggiante di luglio quasi sparisce e nel bosco silano ogni rumore cessa d’incanto e quando solo l’acqua di una  cascata lì vicino ricorda che la vita è  movimento, Lupia ci fa cenno di tacere. “Se state zitti, a quest’ora è possibile che si sentano  gli strilli della strega colpita a morte da Orlando. A me non è mai successo, mai più vecchi asseriscono che a qualcuno è capitato”.
La strega? “ La vicenda risale a quando i saraceni dell’antica città di  Barbaro,  per resistere al paladino prediletto da Carlo Magno, ricorsero ai  consigli di una strega,  a strega e Varvaru.”
Ogni volta che Orlando l’uccideva lei riprendeva a vivere. Ogni tentativo di eliminarla era diventato inutile. Cosi Orlando  decise di negoziare. E le chiese in cambio di cosa avrebbe svelato i  suoi potenti poteri magici.  La strega,  per beffeggiarlo,  gli rispose: “ Io tutto ti dico ma non mi toccare l’ombelico! ” (“Io tuttu ti dicu ma umme toccare u villicu”).
Orlando arguto,  intese che dietro il sarcasmo   della strega  una verità faceva capolino. E la colpì impietoso. Nell’unico suo  punto vulnerabile. Uccidendola all’istante. D’allora, si narra, la strega ricompare, di tanto in tanto, con le sembianze  di un  neonato. E si fa sentire nei boschi della Sila con urla agghiaccianti. Che spaziano dappertutto. Nelle Valli Cupe, nel solitario canyon, nei boschi e nei fiumi  pieni d’acqua gelida.  E attraversano le immaginarie pareti dei secoli con la semplicità di chi sa bene che la storia non si consuma nel presente (qui e subito),  ma ha cicli lunghi. E che se un tempo queste terre sono state culla di civiltà   ed oggi  agli occhi incauti di una civiltà “liquida” appaiono  come deserti verdi da cui si fugge per necessità,   niente impedisce che, prima o poi,  la  corrente cambi…

L'area delle Valli Cupe è raggiungibile da:
•    Lamezia Terme (Km 65):
•    superstrada per Catanzaro; da Catanzaro proseguire per Crotone (SS 106); al bivio per Cropani-Sersale svoltare a sinistra e proseguire per Sersale.
•    Catanzaro (Km 45):
•    SS 106 in direzione Crotone; al bivio per Cropani-Sersale svoltare a sinistra e proseguire per Sersale.
•    Crotone (Km 55):
•    SS 106 in direzione Catanzaro; al bivio per Cropani-Sersale svoltare a destra e proseguire per Sersale.
•    Villaggio Mancuso (Km 40):
•    SS 179 in direzione Spineto; al bivio per Buturo svoltare a destra e proseguire per Sersale.
•    Soverato (Km 45):
•    SS 106 in direzione Crotone; superare Catanzaro Lido; al bivio per Cropani-Sersale svoltare a sinistra e proseguire per Sersale.