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Sabato, 15 Agosto 2020

"Quando mio padre, a New York, mi parlava della Calabria"

Parla Eric Salerno, editorialista del "Messaggero", globetrotter e figlio di Michele, un militante comunista calabrese che, per sfuggire al fascismo, sbarcò in America.

“Quando faticavo a fare i compiti, quando pioveva e non mi andava di andare a scuola che a New York distava solo tre blocchi, mio padre per spronarmi mi raccontava della sua Calabria. Lui al liceo ci arrivava a piedi, da Castiglione Cosentino a Cosenza”. E’ un frammento della storia di Eric Salerno, oggi editorialista de Il Messaggero, ma ieri e per sempre figlio di Michele, un militante comunista che per sfuggire al fascismo nel 1923 sbarcò negli Stati Uniti.

Eric Salerno, editorialista del "Il Messaggero"


E figlio di Elizabeth Esbinsky Salerno, un’ebrea russa sfuggita alle guardie bianche dello Zar. La storia, tutta, è contenuta nel libro Rossi a Manhattan (2001), di cui nella primavera del 2013 uscirà l’edizione aggiornata con altre illustrazioni. Papà Michele fu espulso dagli Stati Uniti nel giorno del ringraziamento del 1950, perché ritenuto sovversivo, e in Italia divenne una delle firme principali di Paese Sera. Eric, classe ’39, ha ereditato la passione per il giornalismo e nella sua carriera si è occupato soprattutto di Medio Oriente e Nord Africa. E’ un uomo con la valigia spesso in mano, tanto che nelle prossime ore partirà verso l’Australia. Non prima di approfondire il discorso su quel Sud Italia a cui è legato per ovvi motivi.

Qual è per lei il bello della Calabria?
“La terra che mio padre mi ha descritto con grande amore. Un pezzo delle mie origini impossibile da rimuovere, un punto di riferimento per la mia vita nonostante ne sia stato quasi sempre lontano. La mia prima visita risale all’età di 15-16 anni, l’ultima a un anno fa, ma non l’ho mai vissuta davvero. Mi riprometto di tornare al più presto per conoscerla meglio. Sono orgoglioso di aver ricevuto la cittadinanza onoraria di Castiglione Cosentino dall’allora sindaco Magarò”.

E qual è il brutto?
“La prima cosa che viene in mente è il disastro dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Ogni viaggio, anche da Roma, sembra quello della speranza. La corruzione in tutti i settori e la presenza capillare della ‘ndrangheta frenano lo sviluppo di questa regione. Esistono tante persone di buona volontà, ma laddove ci sono le idee spesso mancano i fondi. E’ una condizione non troppo differente rispetto ad altre regioni del Sud, dove però sono stati fatti più passi in avanti”.

Allora in qual modo tutto il Mezzogiorno potrebbe rappresentare un ‘ponte’ tra il Mediterraneo e l’Europa?
“C’è da premettere che tutta l’Italiaè piena di ricchezze e l’offerta turistica è ampia. Chi viene dall’Asia, dalle Americhe, o dal Nord Europa è portato a visitare lo Stivale da Napoli in sù, almeno per quanto riguarda la prima volta. Lo straniero infatti è disincentivato ad arrivare e muoversi nel Sud perché certi collegamenti infrastrutturali o non esistono o non vengono potenziati. Non ci si può basare quasi esclusivamente sul ritorno periodico degli emigrati o dei loro figli”.

Ragionamento logico. Ma ciò basterebbe per uscire dall’isolamento?
“Certo che no. La Calabria e il Mezzogiorno hanno ospitato in passato culture e religioni diverse. Su questo patrimonio da scoprire, o da valorizzare, bisogna puntare ad occhi chiusi. Basti pensare, ad esempio, alla presenza ebraica prima dell’avvento dell’Inquisizione. Vie di comunicazione a parte, al turista deve essere data una forte motivazione per dirigersi qui e non altrove”.

Lei ha avuto una motivazione familiare. Ma cosa l’avrebbe affascinata altrimenti?
“Senza dubbio i centri storici, e per esperienza personale dico che quello di Cosenza è bellissimo nonostante sia un po’ decaduto. E le riserve naturali sarebbero una grande attrattiva. La lista, ripeto, potrebbe essere infinita, se solo si indagasse a fondo sull’identità di una terra così importante e strategica nei secoli”.