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Sabato, 06 Marzo 2021

“La mia Calabria non cede alle prepotenze”. Parla Carmine Abate vincitore del Campiello 2012

Ha stravinto “il Campiello”. Rivendica le sue radici calabro arberesh. Alla politica dice: litigate di meno. “Il Campiello”, un premio di quelli importanti, un riconoscimento prestigioso. Uno di quei traguardi che si raggiungono solo col talento, quel talento che ormai da anni è riconosciuto allo scrittore Carmine Abate, vincitore dell’ultima edizione del premio assegnato a Venezia. E così ad aggiudicarsi l’ambito premio letterario è stato un calabrese, o meglio, come lui stesso tiene a precisare, un calabro arberesh, quel Carmine Abate che, pur vivendo ormai da anni lontano dalla sua terra d’origine, porta dentro di sé la calabresità e la manifesta tutta nei suoi scritti, dove la regione tra due mari, tanto per parafrasare il titolo di un suo libro, gioca sempre un ruolo da protagonista.

Non nuovo a premi e riconoscimenti Abate si aggiudica il Premio Campiello con la storia di una famiglia, raccontando prepotenze e dignità, segreti e verità che si rincorrono in periodo di tempo lungo un secolo. La storia, la guerra e una collina, il Rossarco, custode di fatti, eventi, azioni, una collina che diventa viva, che si fa quasi umana, una collina alla quale Abate riesce a dare un’anima.

Orgoglio e soddisfazione traspaiono dalla voce di Abate.

Quale sensazione ha provato all’annuncio della vittoria del premio Campiello?

Sono felicissimo per la vittoria, ma alla mia felicità si aggiunge la soddisfazione perché non mi aspettavo di vincere in maniera così netta. I finalisti del Campiello, Marcello Fois, Francesca Melandri, Marco Missiroli e Giovanni Montanaro sono tutti autori di spessore e questo dà un valore diverso alla vittoria”.

Nella sua produzione letteraria la Calabria ha sempre un ruolo da protagonista: è forse impossibile staccarsi completamente da questa terra?

“Sarei irriconoscente se non dessi alla Calabria il giusto ruolo che riveste nella mia vita, non può un autore non valorizzare i luoghi che conosce meglio. Io ho tante radici, ma quelle più profonde affondano in Calabria, e a volte anche senza volerlo finisco sempre per pensare e per descrivere la Calabria.Sono andato via dalla nostra regione a 21 anni, e vivendo in altri luoghi ho visto spuntare altre radici, ma ho deciso di vivere per addizione, non recidendo mai le radici del passato anzi sommando tutte le esperienze così da arricchirmi da ognuna di loro senza lasciare spazio alla nostalgia”.

Lei ha lasciato ormai da molto tempo la Calabria: si sente sempre un calabrese?

“Certo, sono un calabro arberesh e non solo per quei ventuno anni vissuti in Calabria, anni che fanno certo la differenza, ma per tutto quello che c’è sotto, per la memoria storica e familiare che ho ereditato. Il recupero della memoria familiare e collettiva è fondamentale perché ci permette di sentirci parte di una storia più collettiva che coinvolge tutto il Paese, e questo è probabilmente l’elemento in più che ha permesso al mio libro di vincere il Campiello”.

Cos’ha questo libro di diverso rispetto agli altri?

“Prima di tutto l’incrocio tra la storia calabrese e la storia nazionale che ha permesso di inquadrare gli eventi in un contesto più ampio, e poi l’aver parlato di una Calabria inedita, di una Calabria cheresiste ai soprusi con forza e dignità alimentando la speranza che ci siano sempre più persone capaci di non cedere alle prepotenze e alle violenze”.

Lei vive in una di quelle regioni dove la qualità della vita è veramente alta: da dove bisognerebbe iniziare a lavorare per un miglioramento della Calabria?

“Bisogna senz’altro iniziare dalla legalità: è necessario diffonderla come valore, ma bisogna non solo combattere l’illegalità ma lavorare per la diffusione di atteggiamenti e comportamenti corretti e legali. Tutto questo si potrebbe iniziare ad attuare favorendo il lavoro, mettendo in condizione i giovani di trovare lavoro nella loro terra, non sottovalutando, come capita spesso di fare, il fenomeno dell’emigrazione. Esistono ancora tante persone che lasciano la Calabria, l’emorragia è continua e oggi ancora più pericolosa perché al contrario di quanto avveniva tanti anni fa chi lascia oggi la Calabria difficilmente vi farà ritorno. Un’altra cosa importante è quella di fare in modo che Calabria che resta non si scolli dalla Calabria che è partita, perché quest’ultima, acquisite nuove esperienze, può essere importante per dare un contributo utile anche da lontano. Infine la classe politica calabrese dovrebbe litigare un po’ di meno, perché sono convinto che solo l’unità di intenti, solo il comune interesse per il bene della gente, possa portare alla risoluzione dei problemi”.

Ci vuole più coraggio ad andare via o a rimanere in Calabria?

“Ci vuole coraggio in entrambi i casi: è coraggioso chi decide di partire perché è costretto a farlo, vivendo l’amara sensazione di sentirsi cacciato dalla propria terra, ma è coraggioso anche chi resta e combatte, chi affronta le situazioni di petto e con caparbietà, senza piegarsi alle prepotenze, non è coraggioso invece chi resta e si adegua, piegando la testa ad un sistema che invece va necessariamente contrastato. Mi preme però sottolineare che ci dovrebbe essere una maggiore unità con i calabresi emigrati, i quali, spesso, ritornando in quella che loro sentono a tutti gli effetti la loro regione, sono considerati turisti quando in realtà non sono altro dei calabresi che ritornano”.

Lei insegna in una scuola media dove il valore di un insegnante non è dato solo dalla sua preparazione, ma anche dalla sua capacità di educatore: nei suoi libri si propone anche un fine educativo?

“Non c’è nulla di didascalico nei miei libri, ma ci sono certamente dei messaggi positivi, di speranza che partono sempre dalla storia. Sono convinto che sia fondamentale in un libro leggere delle storie potenti ma poco note: è questo che ho cercato di fare con La collina del vento, in cui emerge la complessità della Calabria, partendo però da un messaggio che è insitonella storia, perché credo che un lettore debba godere la storia e poi riflettere, con una riflessione che parte appunto dalla storia e che può servire a rivedere la proprie convinzioni e a distruggere tanti luoghi comuni”.

Com’è riuscito a dare un’anima alla collina del Rossarco?

“I luoghi hanno un’anima ed hanno anche una loro voce, che è il vento. Io ho descritto nel mio libro una collina che esiste realmente, avvolta dal mistero e dai fiori di sulla, dove l’archeologia interviene a svelarne l’anima e la memoria. Lo scrittore e l’archeologo, infatti, sono due figure che si possono in qualche modo accomunare: scavano entrambi, infatti, nella memoria alla ricerca di storie che devono però essere utili al presente e mai fini a se stesse. Il recupero della memoria deve servire ad illuminare il presente, tra scavi reali e scavi simbolici”.

Abate è dunque uno scrittore che fa della sua penna un arco dal quale scoccare messaggi positivi, quei messaggi che evidentemente sono arrivati chiari alla giuria del Premio Campiello che ha riconosciuto nel suo libro la saga appassionata e coinvolgente, epica ed eroica di una famiglia che nessuna avversità riesce a piegare, che nessun vento potrà mai domare, proprio come vorremmo che fossero tutte le famiglie di Calabria.