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Giovedì, 03 Dicembre 2020

I “maledetti” della terra e quell’intollerabile diversità del Sud…

Cola, il capostipite di “Un acre odore di aglio” edito da Bompiani, è uomo fin dalla nascita. Un contadino con gli attributi, che non si lascia prendere a calci senza reagire. un acre odore di aglio copertina libroVinto, non in quanto a crepare in miseria fosse destinato, ma perché schiacciato dal ricco Generale (“e Marchesa la moglie”) con annesso stemma nobiliare e dai suoi compari latifondisti, borbonici zompati sul nuovo Stato che a disarcionarli non ci ha neppure provato. Questo romanzo di Mimmo Gangemi spariglia le carte nella narrazione dei senzaterra del Mezzogiorno. E’ uno spartiacque, splendidamente scritto, con moltaletteratura che s’è ingegnata a svilire l’identità dei cafoni meridionali. Spacciandoli per poveracci senz’arte né parte, cui occorreva fornire, nei vari tornanti della storia, un lessico, una ragione d’esistenza. Persino una civiltà, sul presupposto che i contadini non l’avessero. Persino un posto dove farli sedere alla tavola imbandita dall’incipiente sviluppo industriale sfociato nel diluvio dei consumi senza umanità. E’ quanto è accaduto. Cola, Carmela, Ntonetta, Masi n’anca e tutti gli altri che popolano il romanzo, testimoniano che sono stati fatti fuori con chirurgico dolo politico.

COLA “CUZZURRO” E IL DIRITTO AL VOTO: “PERCHE’ MI TOCCA”

Ora che l’habitus mentale dei rassegnati per fatalismo si rivela un falso clamoroso, romanzi come questo di Gangemi, richiamano l’attenzione sulla “catastrofe antropologica”, ravvisabile nel deserto sociale delle aree interne del Mezzogiorno, che ha provocato la messa ai margini del “mondo dei vinti”. E’ stato un “genocidio culturale” (Pasolini) l’abbattimento ed il trapasso cruento dalla civiltà contadina alla modernità. Il contadino che s’affaccia dalla bella copertina del libro, guardando dritto negli occhi chi l’ha raccontato con frode e insolenza, dice esattamente così: sono uomo di carne ed ossa, vissuto in un tempo in cui la povertà era temperata dai valori tradizionali di una comunità coesa, in cui l’individuo era parte di un’economia di mestieri ed attività familiari che consentivano di sopravvivere con dignità. Se, d’ora in poi, vuoi parlare di me, devi scordarti le misericordiose caricature con cui mi hai rubato lingua e gesti. Le duecento pagine del romanzo sono la descrizione di un paesaggio del Sud ancora inesplorato che l’ingegnere Gangemi, maestro nell’arte maieutica, fa venire alla luce con l’originalità a tratti sincopata del linguaggio che lo contraddistingue. Tra “la variopinta folla paesana che accompagna come un coro greco” il succedersi degli eventi, balza, fin dalla prima pagina, il giovane Cola detto “Cuzzurro”. Un personaggio che, immerso nel suo tempo, “mastica veleno”. Vacillare, però, dinnanzi alle prepotenze, mai. Soltanto sotto la sferza degli eventi, che gli uccidono i figli dopo che gli anni scorrono tra fame, emigrazione, terremoti, guerre, alluvioni e i giorni del borgo aspromontano si mescolano all’Italia che non rende giustizia ai senzaterra neanche quand’è democratica, si ritrae annerito nei pensieri.

NON UN POPOLO “VINTO” IN QUANTO RASSEGNATO, MA PERCHE’ SCHIACCHIATO DALLA VIOLENZA

Non fa patti con la meschineria popolana che scarica sulle proprie vite la rabbia inespressa al padrone, Cola, più del figlio Peppe, che segna la seconda delle tre generazioni su cui lo scrittore s’intrattiene fino al dolente epilogo, rifugge il chiacchiericcio melenso. E con orgoglio sostiene lo sguardo di chi affama il popolo, fino a dirsi,