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Venerdì, 14 Agosto 2020

La misura del paesaggio. Festival della fotografia a Pentedattilo

Dal 26 ottobre al 3 novembre nell’antico borgo di Pentedattilo si accendono i riflettori su La misura del Paesaggio, prima edizione del festival della fotografia promosso dall’Agenzia dei Borghi Solidali, Nonsense e Servizifotografici.net. Durante l’evento tre mostre di fotografi del calibro di Filippo Romano, Alessandro Grassani e Marco Rigamonti, presentazioni di libri, seminari tematici e workshop, uno con Romano e l’altro con Marco Olivotto, uno dei massimi esperti italiani di post produzione fotografica.

Alessandro Mallamaci


Ne parliamo con il fotografo Alessandro Mallamaci, organizzatore della mostra insieme a Teodora Malavenda ed Elena Trunfio.

Perché hai sentito l’esigenza di un festival sulla misura del paesaggio?

Non sono stato l’unico a sentirne l’esigenza. Assieme a Teodora Malavenda ed Elena Trunfio abbiamo ideato questo festival che ha lo scopo di educare ad un’idea di paesaggio che sia differente. Il paesaggio non è una cartolina. D’altro canto anche la fotografia non ha più senso in quanto mero esercizio stilistico o ricerca estetica. Servono progettualità e contenuti.

Il paesaggio come ricerca di identità?

Si, io credo che il paesaggio possa essere uno strumento di analisi, una misura appunto, di società e culture. Il paesaggio, d’altro canto, è determinato in buona parte dagli uomini che lo vivono quotidianamente.

Quanto somigliamo al luogo in cui viviamo?

Tanto, ma forse il dramma è l’aspetto opposto, cioè la somiglianza del paesaggio a noi, o meglio le conseguenze nefaste che ha l’azione dell’uomo sul paesaggio. Nei giorni del festival si parlerà anche di “non finito”, cioè di quest’abitudine tipicamente meridionale di lasciare incompiute abitazioni e palazzi, che ha come risultato la creazione involontaria di un paesaggio decisamente singolare e triste.

Il programma del festival è ricco di spunti su temi di grande attualità. Si parlerà di migrazioni, dell’immagine stereotipata di un sud maledetto, di ambiente ed architettura del paesaggio.  Qual è il filo conduttore del programma e quali riflessioni intendete scuotere.

Environmental migrants, the last illusion. Dhaka, Bangladesh. Photo Alessandro Grassani


Il filo conduttore è sempre la vita dell’uomo. L’uomo che costruisce senza un criterio, l’uomo del malaffare, l’uomo che lascia opere incompiute ma anche l’uomo che emigra e che subisce le conseguenze della sua irresponsabilità. Di sicuro non stiamo puntando il dito su una fotografia naturalistica. Non escludo che in futuro sia possibile coinvolgere autori attivi in questo ambito, tuttavia in prima istanza ci interessa la fotografia che analizza, che ricerca, che pone delle domande.

Il borgo antico di Pentedattilo diventa nuovamente la location di iniziative che restituiscono vita a un luogo incantato e deserto. Quanto può incidere la cultura nella rinascita di luoghi spopolati e destinati all’isolamento?

Pentedattilo è una location molto bella che ospita già eventi di valore come il Pentedattilo Film Festival. I luoghi abbandonati suscitano da sempre in me forte interesse. Il dubbio talvolta è che alcuni interventi di riqualificazione non siano poi così genuini e alcuni luoghi, in seguito ad essi, forse perdano molto del proprio fascino. Tuttavia non si discute sul fatto che valga la pena che un borgo come Pentedattilo venga vissuto a pieno, riceva visite ed ospiti per eventi culturali di valore.

L’evento nasce dalla collaborazione con Borghi Solidali. Attivi nei centri della Magna Grecia per la valorizzazione di progetti di recupero e di incoming turistico. Come nasce questa collaborazione e quali sbocchi potrà dare, all’indomani del festival?

Bagno nel fiume Tara. Photo Filippo Romano


La collaborazione tra Borghi Solidali, l’associazione Nonsense e Servizifotografici.net nasce da un incontro. Borghi solidali aveva organizzato un workshop con il fotografo Ernesto Bazan a cui io ho partecipato. In seguito con Elena Trunfio e l’associazione Conservatorio Grecanico abbiamo ideato una giornata dedicata alla musica e alla danza tradizionali e infine eccoci qui per merito o a causa di Teodora Malavenda che ha spinto tanto per la creazione di un festival dedicato alla fotografia.

La tua passione per la fotografia. Come nasce?

A 16 anni ho fatto spendere un patrimonio ai miei in pellicole, sviluppi e stampe. Poi ho smesso per qualche anno ma ho continuato ad interessarmi di comunicazione visiva, fino alla laurea in D.A.M.S.. All’epoca mi occupavo principalmente di web e sono entrato in uno studio diretto da due fotografi. Non ho avuto un solo mentore, dunque, bensì due. Gianluca aveva una passione smodata per il fumo e la dialettica, quindi passava ore a darmi spiegazioni esaustive, mentre Mario si limitava a scegliere parole terribili per descrivere le mie prime “creazioni”, un’ottima palestra direi. Francis Bacon affermava che è la capacità autocritica il vero valore di un artista. Critica e autocritica favoriscono la crescita dunque. Però bisogna che ci sia un buon bagaglio a monte. Io credo che rimarrò studente a vita, anzi me lo auguro.

Chi sono i tuoi riferimenti culturali?

Periodicamente mi innamoro di un fotografo diverso. Comunque cerco di nutrirmi di tutto ciò che vedo. Credo fermamente che l’arte debba essere contaminata da tutte le altre forme d’arte e dalla vita in primis. È giusto che ognuno abbia le proprie passioni, tutte lecite, io ho amato la poesia e il cinema ad esempio. Anche se sono stato un amante superficiale ed infedele ahimè.

Sei un fotografo che non si è limitato a perseguire la passione e farne professione. Hai invece creato attorno a te una fucina di talento declinato nell’arte della fotografia, attivando corsi e laboratori che hanno avvicinato tanti giovani a questa passione. Perché questa scelta?

Photo Marco Rigamonti


Amo la formazione e amo l’idea che  un gruppo di persone possa fare meglio di un singolo. Credo che se si riesce a creare una squadra con un obiettivo comune si possano ottenere dei risultati altrimenti impensabili. I singoli individui diventano stimolo a vicenda. Tutti devono avere sete, voglia di crescere e di non smettere mai di studiare e imparare. Quando questa condizione si realizza il gruppo ha un’energia, una forza e delle capacità impareggiabili. Credo anche che ciascuna risorsa vada valorizzata. Tutti coloro che collaborano con me hanno un nome che viene promosso assieme all’agenzia, giusto per fare un esempio.

Se dovessi fermare per un attimo il tempo con uno scatto fotografico. Quale immagine immortaleresti per portarla con te il resto della vita, per renderla simbolo, sintesi, del tuo pensiero e del tuo vissuto?

Un’immagine non sarebbe sufficiente. Le storie hanno bisogno di diverse immagini per essere raccontate. L’importante è che le immagini siano il frutto di una progettualità definita, di un lavoro approfondito sul campo e di un editing (cioè selezione)serrato.
Le mostre fotografiche:

Filippo Romano con  “106 Statale Jonica” cattura la bellezza di un paesaggio naturale, quello della statale che attraversa la costa jonica,da Taranto a Reggio Calabria, continuamente devastato dall’abusivismo edilizio. Agli scheletri di case mai finite e alle strade coperte di spazzatura si alternano scogliere mozzafiato, resti di templi greci e panorami incantevoli. Nell’assenza di norme e progetti unitari, la casualità si confonde con gli interessi individuali. Il risultato è un viaggio in cui la realtà spesso supera la fantasia.
I flash internazionali di Alessandro Grassani in “Migranti Ambientali: l’ultima illusione” mostrano, invece, il cambiamento di luoghi che stanno scomparendo a causa di disastri ed inquinamento. Le Nazioni Unite stimano che nel 2050 la Terra dovrà affrontare il trauma rappresentato da 200 milioni di profughi climatici, disastrose le conseguenze dal punto di vita sociale, economico e ambientale.
Infine “Stessa spiaggia, stesso mare”di Marco Rigamonti. Due immagini e un solo luogo: il litorale tra Nizza e Cannes. La prima fotografia del dittico scattata in inverno, la seconda nell'estate dello stesso anno. Chi guarda ha la sensazione però di osservare due luoghi differenti. La diversità della luce, la presenza dell’uomo o il segno del suo intervento conferiscono un senso di spaesamento.
www.lamisuradelpaesaggio.it