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Venerdì, 04 Dicembre 2020

Annibale Marini: “l’Unione Europea si occupi di più del Mezzogiorno…”

E’ il presidente della Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura che si occupa del “caso” Antonio Esposito: il  giudice di Cassazione messo all’indice per  l'intervista rilasciata  al quotidiano “Il Mattino” a proposito della sentenza Berlusconi.

Annibale Marini


Una  lunga carriera ha consentito al catanzarese Annibale Marini  di ottenere successi in campo accademico e di essere presente  in prestigiosi  organismi dello Stato come la Corte Costituzionale, della quale è presidente emerito. Dopo aver trascorso la sua prima giovinezza in Calabria , Marini è approdato nella capitale per compiere gli studi universitari. Avvocato cassazionista, professore emerito di Diritto civile presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, nella quale è stato lungamente titolare della cattedra di Istituzioni di diritto privato, Marini è stato nominato dal Parlamento  nel 1997 giudice della Corte Costituzionale della quale  è divenuto poi  presidente, ricoprendo la carica dal novembre 2005 al luglio 2006. Un  mandato assolto   in precedenza da altri tre calabresi: Aldo Corasiniti, Cesare Mirabelli e Cesare Ruperto.

Nel luglio 2010 è stato eletto dal Parlamento in seduta comune componente laico del Csm.

Una sua chiave di lettura della situazione che sta attraversando l’Italia?

È una situazione abbastanza complicata, a voler essere generosi. Complicata dal punto di vista politico, economico e sociale. Speriamo che prima o poi si possa vedere la via d’uscita del tunnel…

Su cosa si potrebbe far leva per venir fuori da questa incresciosa  situazione?

Il problema primario è quello economico, al quale è legato quello sociale e, in un certo senso, quello politico, che  è anche un riflesso dell’economia. Io non credo alla politica come qualcosa di estraneo al processo economico; quindi,  se si riuscirà a superare questo momento di grande difficoltà, probabilmente si supereranno anche le problematiche di ordine sociale e relative, in particolare, alla disoccupazione, quella giovanile è il peggiore dei mali da fronteggiare per un Paese. Avere dei giovani che non lavorano è un danno per la Nazione, per la società, per tutto, e questo dato è correlato al processo economico.

A proposito dei giovani, data la sua esperienza accademica, molti vivono una condizione di precarietà se non proprio di disoccupazione. Cosa ne pensa?

Precarietà nelle migliori delle ipotesi, spesso la situazione dei giovani è quella di persone che non lavorano e che sono in attesa di un lavoro. Si tenga presente che il lavoro è un diritto.

Costituzionalmente garantito…

Quando si ribadisce che un diritto è “costituzionalmente garantito”, si dice una cosa giusta. Ma se poi in pratica non esiste, rimane un flatus vocis. Se tra i giovani si registra  il 40 per cento di disoccupati come la mettiamo?

E la Repubblica come può rimuovere questi ostacoli di ordine politico e sociale?

A mio avviso, qualcosa il Governo  la sta facendo. Se  sia sufficiente, se bisogna fare di più, o agire in modo  diverso, questo non lo so dire. In Italia  molti sono coloro che si sentono allenatori di calcio: “io farei questo, io farei quello”, così è per la politica. Io non mi esercito nella nobile arte, non ho questa vocazione. Constato soltanto che attraversiamo un momento di grandissima difficoltà economica ed essa condiziona tutto, c’è poco da fare.

Molti giovani più che in passato, guardano all’estero, come risorsa, ma questo non rischia anche di depauperare la nostra società?

“Estero” è un termine che non condivido. Oggi abbiamo l’Europa, formata da Paesi integrati, anche se  il processo  ancora non è compiuto, perché sarebbe necessaria un’unità politica che purtroppo  non c’è; e forse sarebbe necessaria una maggiore un’unità economica. Il fatto che i giovani escano dall’Italia oggi è normale,  non è patologico. Lo è, invece, il fatto che i giovani che rimangono nel nostro Paese non abbiano da lavorare.

Come guarda al Meridione e alla Calabria in particolare?

Nel Meridione il problema è sia di ordine sociale, sia di ordine economico, sia di ordine politico, è tra i più gravi per  il nostro Paese. Sono tematiche che riguardano l’intera Italia, ma il nostro Mezzogiorno, al massimo grado.
La crisi della legalità è una crisi innanzitutto dell’istruzione. Non si può risolvere, in un anno o tre anni, ci vuole perlomeno una generazione, ma probabilmente ce ne vogliono due.

Istruzione in che senso?

Premesso che in tutti i Paesi, Stati Uniti, Giappone, Russia  c’è questo tasso di illegalità, per così dire fisiologico, dico purtroppo, ma c’è, noi abbiamo un tasso patologico che è quello del Mezzogiorno d’Italia, dovuto alla disoccupazione, dovuto alla crisi dell’istruzione, perché la legalità è un valore e  bisogna che ci siano le condizioni per comprenderlo. Ci sono delle fasce nel nostro Mezzogiorno, in Calabria in particolare, che sono completamente emarginate purtroppo dal punto di vista dell’istruzione e quindi vanno per conto loro.

Un auspicio per la Calabria?

Più che un auspicio è unasperanza. Spero che  l’Unione Europea, in quest’unione che si viene a consolidare, abbia una particolare attenzione per i problemi di questa parte dell’Italia che per avventura è uno dei luoghi più belli del nostro stesso Paese. Spero che  i problemi vengano risolti a cominciare da quello economico.

Le sue radici calabre?

Mio padre era di Montepaone, io sono nato a Catanzaro, dove ho vissuto fino a diciassette anni, poiché sono stato piuttosto precoce negli studi, forse ho sbagliato (osserva scherzando, ndr).  Sono poi andato a studiare a Roma alla “Sapienza”.

Il suo ricordo più bello?

Beh, quando mio padre mi voleva  portare assieme a mia sorella nel fine settimana a Montepaone  e non ci volevamo andare. Ora, con il passare degli anni il problema è antitetico. Si apprezza con il tempo ciò che quando si è piccoli non si comprende.