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Mercoledì, 25 Novembre 2020

I love you, contro la violenza

Si intitola I Love you, ti amo, la audio installazione contro la violenza sulle donne dell’artista Teresa Ribuffo organizzata con SOS Beni Culturali ed Acrome Officine Creative, nel Sito Archeologico Ipogeo in Piazza Italia a Reggio Calabria. I love youevoca il sogno infranto. L’amore violento, ferito, malato, che si consuma all’interno delle mura domestiche.

L'artista Teresa Ribbuffo mentre osserva El descanso de la Bailaora, installazione permanente, Palazzo Pumarejo, Luglio 2012, Siviglia


Che imprigiona le donne ai sensi di colpa, alla paura di perdere un amore, anche se fa male. I love you è dedicato alla delusione, al disincanto, alle emozioni evocate dal velo dell’abito da sposa. Bianco, ma non più puro, doloroso nel ricordo. Il velo cucito attorno ad un fiore della bomboniera, che si deforma e si aggroviglia come la trama di una storia che sembra senza uscita. Quella delle donne vittime della violenza. Ne parliamo con l’artista Teresa Ribuffo.

Da cosa nasce I love you?

Da una riflessione scaturita dai numerosi femminicidi che ci sono stati in Italia e in Europa. Perché penso che gli artisti abbiano anche un ruolo sociale e possano scuotere le coscienze. L’installazione verrà realizzata utilizzando un velo da sposa, che rappresenta il sogno d’amore realizzato col matrimonio. Non scelgo di utilizzare il velo per muovere una critica al matrimonio in sé. Ma perché è un’immagine simbolica, altamente evocativa, impressa nella memoria collettiva. Il riferimento ai matrimoni nasce dalla constatazione del fatto che la violenza psicologica sia la più diffusa all’ interno delle mura domestiche e che pone le donne che la vivono in condizioni difficili dalle quali, troppo spesso, non riescono ad uscire. So che l’installazione susciterà delle suggestioni e delle emozioni forti. Anche per l’audio che ho scelto di associare all’immagine.

Perché questo titolo così provocatorio?

Il titolo gioca nel doppio senso, perché nella maggior parte dei rapporti violenti l’uomo riesce a plagiare la donna e ad incatenarla a sé facendo leva sul sentimento. “Sono geloso perché ti amo” oppure  “Tu non capisci che gli altri vogliono farti del male, io lo faccio per te”, sono queste le frasi con cui gli uomini riescono a manipolare la donna che feriscono, nel corpo o nell’anima.

La loro forza è nell’I love you. Nei quadri della collezione I love you utilizzo frammenti di velo installati nella tela, uso i fiorellini delicatissimi che si trovano spesso sulle bomboniere dei matrimoni, li cucio grossolanamente, li deformo ed intrappolo il fiore sulla base.

Por la tarde, tècnica mixta, 38x46 cm, 2013


Simbolicamente è quello che le donne fanno quando non denunciano. Si intrappolano nella loro storia. Nel rapporto malato.

Che significato ha nella tua arte l’uso così deciso del bianco?

Il bianco è altamente concettuale. Il bianco è puro e poetico ma può essere anche drammatico. Con la poetica del bianco, dai a te stessa piena libertà di espressione. Quando l’opera è completamente bianca anche il fruitore è libero di poter vedere ciò che vuole e non viene vincolato dall’autore. Sicuramente nei quadri sui panni stesi utilizzavo il bianco come simbologia della purificazione, della catarsi. Tecnicamente invece, volendo rappresentare inizialmente il ricordo, avevo bisogno di un medium che mi facilitasse la comunicazione diretta con l’osservatore.

Perché hai fatto dei panni stesi soggetto ed oggetto della tua arte?

L’idea è nata per caso davanti a una tela bianca. Immaginando di rappresentare il ricordo, pensando alla mia infanzia, mi sono venuti in mente i panni stesi. Ho realizzato il primo quadro in maniera istintiva e da allora per me ogni volta è come effettuare un rituale catartico. Seleziono vestitini di bambole, oppure vado alla ricerca di indumenti che trovo interessanti nei mercatini dell’usato. I panni stesi sono un’immagine che colpisce immediatamente l’immaginario collettivo, perché appartengono alla memoria di tutti e di ciascuno. Non utilizzo mai abiti nuovi, perché oltre ad evocare le immagini voglio raccontare anche la storia dell’indumento, celebrare il vestito di per sé.

Che emozione vuoi evocare?

All’inizio sicuramente i ricordi. La prima esposizione è stata “Traslochi emotivi, Intimità sul filo”, ho compreso dopo il primo ciclo di opere che in realtà con i panni stesi avrei potuto parlare di molto altro, evocare suggestioni e parlare di temi storici dell’arte. Come, ad esempio, la “Natività”, che per me è uno dei più interessanti della serie, dove rendo minimal un soggetto che da sempre è realizzato con innumerevoli personaggi. Nella mia Natività non ci sono volti; l’unico soggetto sulla tela è una tutina di neonato appesa al centro del quadro; è una natività che potrebbe far pensare anche ad una crocifissione, una natività che non ha sesso, non ha etnia, la celebro in senso universale. Nella mia esperienza in Spagna invece sentivo più la necessità di raccontare tradizioni e costumi, ho ricercato gli abiti tipici andalusi ed ho dato vita ad una serie di quadri, “Retratos Andaluces” che parlano di appartenenza e che in sé sono come ritratti. Retrato de Carmen è chiaramente il più celebrativo della serie.

Perché hai scelto proprio la Spagna per condurre questa ricerca?

In Spagna, a Siviglia per l’esattezza, ci sono stata due volte. La prima, grazie ad una borsa di studio di tre mesi vinta con un progetto Leonardo, presso la scuola d’arte Accion Directa. È stata una bellissima esperienza. Ho trovato una grande sensibilità nei confronti dell’arte contemporanea. Dopo soli due mesi ho realizzato una performance collettiva ispirata ad una frase, che avevo letto per strada, sul muro di un palazzo storico del settecento, che diceva: “l’affetto è rivoluzionario”. Leggere questa frase è stata una rivelazione. Così ho dato vita alla mia performance, che ho chiamato con lo stesso nome. L’ho pubblicizzata in tutta Siviglia, nella locandina davo un appuntamento preciso a chiunque credesse ancora nell’affetto, chiedevo di portare con sé un colore simbolo della propria anima. All’appuntamento si sono presentati in tanti, anche famiglie con i bambini. Dovevamo colorarci vicendevolmente, questa era la simbologia del trasferire la propria anima agli altri. Poi, tutti colorati, abbiamo invaso i vicoli di Siviglia fino ad arrivare alla piazza di fronte alla parete dove avevo letto la frase ed abbiamo concluso la perfomance con una flash mob di un abbraccio. Concluso il progetto sono rientrata a Reggio ed ho vinto un’altra borsa di studio per un progetto di arte contemporanea. Ho scelto di tornare a Siviglia, dove ho lavorato in una galleria d’ arte contemporanea diretta da una persona meravigliosa che mi ha insegnato moltissimo. Potendo confrontarmi con lui e gli artisti della galleria, quasi tutti perfomer e video artisti ho capito che per me l’importante dell’arte contemporanea è la comunicazione diretta e la sensibilizzazione del fruitore, credo che noi artisti possiamo in qualche modo “educare” i nostri osservatori, farli riflettere. Ecco perché I love you utilizza pochissimi elementi, perché il messaggio sia il più incisivo e diretto possibile. L’arte criptica d’elite non mi interessa, l’arte è di tutti e da tutti deve essere compresa.

Come hai elaborato questa essenzialità?

Retrato de Carmen, tècnica mixta, 80x100 cm 2013


Da qualche anno adottando una poetica del bianco, avevo già abbandonato molti degli elementiche prima utilizzavo nei mie quadri o installazioni. Inoltre l’esperienza in Spagna mi ha aiutato maggiormente a sviluppare il concetto di essenzialità. La galleria Weber Lutgen di Siviglia possiede una selezione di artisti molto minimal con cui mi sono confrontata. A febbraio la galleria insieme all’Universita di Siviglia ha organizzato un Workshop con un performer finlandese Willelm Willhelmus sulla “pulizia” del superfluo per la realizzazione di perfomance. A conclusione i partecipanti selezionati potevano realizzare una propria azione alla Jornadas Internacionales de Arte de Acción del Pumarejo, JIAAP, Giornata Internazionale Arte di Azione Pumarejo. Io ho partecipato con Endocultura.

Che cosa hai rappresentato con Endocultura?

Endocultura è stata la mia denuncia alla “cultura” dell’omologazione e della trasmissione di quelle tradizioni e usanze dell’appartenenza alla propria società. In qualsiasi realtà si viva si cresce con la “vocina” della madre, della famiglia o della propria società che ti spinge a “essere” qualcosa di preconfezionato. Nella mia performance, Endocultura, (http://vimeo.com/69764275) utilizzo elementi simbolici: tiro fuori da una scatola di cartone una donna quasi nuda. Piano piano la vesto. La vestizione è il simbolo di quello che la società fa con te: ti veste nel senso che ti plasma e ti di induce a fare ciò che ti viene detto di fare. Poi le cucio addosso i vestiti, sia vestiti sexy che vestiti casti. Tipica dualità con la quale una donna è in conflitto tutta la vita. Durante l’azione io sono sempre di spalle, vestita di nero e con i capelli raccolti. Sono la madre, la sorella, la zia, personifico la società di appartenenza, la società patriarcale. Spesso sono le donne, le mamme a educare al maschilismo ed alla cultura “etnica”. Lei è frontale. Io la trucco, le lego i capelli. Creo un’altra me. Lei è diventata l’ennesimo clone, preconfezionato per uomini incontentabili ed esigenti. La faccio salire su un piedistallo e le tappo la faccia con un cappello nero.

La presentazione di “I love you” è curata dall’artista e gallerista Angela Pellicanò.

Conosco Angela Pellicanò da undici anni, me la presentò Francesco Scialò, artista e, allora, mio professore dell’Accademia di Belle Arti, che le propose un mio lavoro audio con cui poi partecipai a Bovarchè (Mostra d’Arte Contemporanea diretta da Angela Pellicanò, ndr) nel 2003 con l’audio installazione Maieuticamente. La considero la mia madrina. Le chiedo consigli e mi appoggio a lei. E’ un’artista ed una persona molto competente.
La mostra I love you inaugura il 24 settembre alle 19:00 e resterà aperta fino al 25 ottobre, con le autorizzazioni del MiBAC Soprintendenza per i Beni Archeologici della Calabria. I Patrocini, del MiBAC Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici della Calabria, del Consiglio Regionale della Calabria, del Comune di Reggio Calabria, del numero di assistenza contro la violenza C.I.F. Casa delle Donne 800.774.110 e nazionale anti violenza 1522.

Il chi è Teresa Ribuffo

Teresa Deborah Ribuffo (www.teresaribuffo.it) nasce a Maratea nel febbraio del 1979, si laurea all'Accademia di Belle Arti nella sezione di Pittura di Reggio Calabria e subito dopo si abilita all'insegnamento di Discipline pittoriche. Attualmente vive e lavora tra Italia e Spagna. Tra le esposizioni più recenti: Retratos Andaluces, esposizione personale, Galeria Ramon Puyol, Casa de la Cultura, 11 Luglio-31 Agosto 2013 Algeciras; L’afecto es revolucionario, perfomance collettiva II edizione, Galleria Weber-Lutgen, Giugno 2013, Siviglia; Retratos Andaluces, esposizione personale, Sala Kstelar 22, Delegaciòn Provincial Consejeria de Cultura y Deporte, 06 Maggio -14 Giugno 2013, Siviglia; Endocultura, perfomance, JIAAP,Jornada Internacional de Perfomance del Pumarejo, Febbraio 2013, Siviglia; Workshop con Wilhem Wilhelmus, 4-7 Febbraio 2013, Siviglia; Expo Bologna 2013, esposizione collettiva a cura della Galleria Wikiarte, gennaio 2013, Bologna; Memoire’ Maroc, esposizione collettiva, Café littéraire Dar Cherifa, gennaio 2013, Marrakech.