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Sabato, 15 Agosto 2020

Gerhard Rohlfs: l’archeologo delle parole

Un tedesco meridionalista in Calabria. L’enorme scavo linguistico dell’’autore del “Dizionario dialettale delle tre Calabrie”. Rohlfs: flologo, glottologo e dialettologo. Quantunque il lessico della lingua italiana sia ricco, credo non sia facile trovare un aggettivo che riesca a testimoniare l’opera Un tedesco meridionalista in Calabria. L’enorme scavo linguistico dell’’autore del “Dizionario dialettale delle tre Calabrie”. Rohlfs: flologo, glottologo e dialettologo. Quantunque il lessico della lingua italiana sia ricco, credo non sia facile trovare un aggettivo che riesca a testimoniare l’opera del grandissimo Gerhard Rohlfs.

Gerhard Rohlfs


Certo, la si potrebbe definire  straordinaria, non tanto e non solo per l’enorme produzione letteraria inclusa, ma soprattutto, per la sua “dimensione” sovranazionale comprendente oltre che l’Italia, la Germania, la Spagna, l’Albania, la Svizzera, la Romania, il Portogallo, la Svezia, l’Inghilterra, la ex Jugoslavia, Malta e il Principato di Monaco: terre nelle cui unità nazionali e regionali lo studioso tedesco, attraverso uno scientificissimo “scavo linguistico”, ha inciso sempre in maniera significativa. Per l’Italia però, e ancor di più per la Calabria, sua patria adottiva e per la Bovesìa, cuore pulsante della grecità calabrese, la sua opera può essere considerata un vero e proprio “unicum”. Per mezzo del suo faticoso ma efficacissimo “modus operandi” “spalmàtosi” lungo un ampio arco di tempo (62 anni, dal 1921 al 1983) egli ha letteralmente riscritto, ridisegnato la storia linguistica (e quindi culturale) dell’intera Calabria e della sua parte meridionale in particolare. Anzi, egli ha anche fortemente contribuito a “ridisegnare l’animo” della gente di Calabria, rivitalizzandone quei sentimenti di orgoglio e di fierezza per le “rize palèe” (antiche radici) troppo a lungo sopiti. In tal senso, fece molto effetto la dedica comparsa nel 1932 in apertura del “Dizionario dialettale delle tre Calabrie” e ripresa, con qualche variante,

Gerhard Rohlfs, Bova 1981


nell’edizione “riveduta” -della stessa opera- del 1977 dal titolo ”Nuovo dizionario dialettale della Calabria”; la dedica recitava testualmente:
“A voi fieri calabresi che accoglieste ospitali me straniero, dedico questo libro che chiude nelle pagine il tesoro di vita del vostro nobile linguaggio…”. Parole che testimoniano un sincero, profondo affetto per la gente di Calabria e per la Calabria, terra che egli desiderava ardentemente venisse redenta attraverso la riconquistata dignità di popolo a seguito della riscoperta dei valori culturali regionali da parte ei suoi abitanti.
Il contatto diretto e prolungato con i calabresi gli consentì di ribaltare molti luoghi comuni e falsi pregiudizi legati a questa regione che godeva di una (presunta) cattiva fama: terra di briganti, ladri, assassini…Beh, in 62 anni, pur frequentando i luoghi più remoti ed impervi di essa, -visitò 365 paesi(!)- Rholfs non incontrò mai alcun problema (per la cronaca, venne truffato una sola volta, ma a Roma e ad opera di un suo connazionale).
Fin dalla sua prima apparizione nella punta estrema dello stivale (1921), non fece altro che decantare -come peraltro molti rampolli-viaggiatori del “Gran Tour” avevano in parte  già fatto- il senso di ospitalità riscontrato nella gente umile e laboriosa di questi territori, le cui radici - valori eterni-

La zampogna e il piffero, foto di Gehrard Rohlfs


affonda(va)no nella antica xenìa di matrice greca, di omerica memoria, che fa parte indissolubilmente del DNA della popolazione calabrese e che ne ha, graniticamente, “ossificato” l’identità.
Gerhard Rohlfs, può da noi essere considerato non solo “Ipsis Italis Italior” (secondo una felice definizione di Giuliano Bonfante), ma addirittura, “più calabrese dei (o di molti) calabresi”. Egli ha incarnato, per decenni, quella che può essere -a ragione- ritenuta una straordinaria, stupefacente figura di “tedesco meridionalista”.
Dal Nord al Sud dell’Italia, dal continente alle isole, egli parlava, incredibilmente, ad ognuno con il dialetto del luogo(!). Addirittura  arrivava a correggere la gente del posto: trovandosi a S. Agata del Bianco ospite del dottor Zappia, non esitò ad “ammonire” un altro ospite del luogo, “reo” di aver sbagliato una forma morfo-sintattica dialettale locale. Inoltre, riusciva, con grande tatto e intelligenza, a mettered’accordo tra di loro –cosa non semplicissima- i cittadini di Gallicianò, Roghudi e Bova che, a causa delle risapute differenze linguistiche diatopiche, a volte,  avevano qualche difficoltà a capirsi.
Ma è soprattutto in una delle aree da lui maggiormente “battute”, la Bovesìa, che sentì “echeggiare i suoni di un remotissimo passato magno greco” e percepì quella sensazione di immortalità di quei suoni, veicolati dai deperibili organi fonetici.

La culla di legno ('a naka), foto di Gerhard Rohlfs


E’ qui, nella Bovesìa, a Bova – che egli considerava “monumento nazionale della grecità”- e dintorni (Bova Marina, Gallicianò, Roghudi, Roccaforte del Greco), che egli effettua una parte fondamentale dei suoi celeberrimi “scavi linguistici”: parimenti all’archeologo che scavando riporta alla luce resti di città sepolte, “l’archeologo delle parole” di Tubinga, fa altrettanto con i “monumenti linguistici” che apparivano definitivamente “sotterrati”; riporta in “superficie” quei “dorismi”, anteriori alla koinè del IV sec. a. C. che attestano la grecità linguistica megaloellenica della nostra terra. (In tale contesto, c’è da aggiungere che alcune altre forme lessicali doriche riesumate dal Karanastasis, dal Kapsomenos e soprattutto dall’Andriotis- quest’ultime “esclusive” del greco di Calabria o greco-bovese che a dir si voglia - decretano definitivamente ed incontrovertibilmente la validità della tesi rohlfsiana (o magnogreca), ponendo un punto fermo sulla “vexata quaestio”riguardo l’origine dell’idioma greco-calabro).
I due tipi di scavo, quello archeologico e quello linguistico si completano fra di loro: se l’archeologo infatti usa il piccone, Rohlfs effettua il suo scavo nel solco più profondo, “nel centro della terra” (linguistica) del luogo d’indagine. Insomma, scavo nel senso di “scasso” profondo nel terreno della “miniera” linguistica del posto, scavi che hanno reso immortale la figura del “Mega Dendrò” (citaz. prof. Violi), a cui tutti i territori da lui indagati e, “last but notleast”, la sua amatissima Calabria, gli devono una imperitura gratitudine.

Franco Tuscano

Franco Tuscano