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Sabato, 15 Agosto 2020

L’imprescindibilità della politica. La lezione del “Principe” 500 anni dopo

Per Treccani ed Aspen il prof Campi ha curato una mostra formidabile su Machiavelli, al Vittoriano fino al 16 giugno. “La politica, malgrado tutto, rappresenta l’unico strumento che gli uomini hanno a disposizione per governarsi, per restare uniti, per gestire Per Treccani ed Aspen il prof Campi ha curato una mostra formidabile su Machiavelli, al Vittoriano fino al 16 giugno. “La politica, malgrado tutto, rappresenta l’unico strumento che gli uomini hanno a disposizione per governarsi, per restare uniti, per gestire i conflitti che inevitabilmente li dividono e per cercare di costruirsi un futuro comune.

Alessandro Campi


Nel caso di Machiavelli, la sua lezione più attuale è l’invito a considerare la politica non uno strumento per redimere l’uomo dai suoi vizi e dalle sue debolezze, ma uno strumento per governare la contingenza e la dinamica della storia, che, com’è noto, non procede in modo razionale e prevedibile”.
Parliamo dell’eredità del pensiero di Machiavelli in rapporto ai temi stringenti dell’attuale temperie politica e culturale con Alessandro Campi, curatore della Mostra “Il Principe di Niccolò Machiavelli e il suo tempo. 1513 -2013” promossa dall’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani e dall’Aspen Institute Italia. La mostra, che chiuderà i battenti il prossimo 16 giugno, è ospitata presso il Complesso del Vittoriano a Roma e offre ai visitatori ritrattied immagini di Machiavelli nelle diverse epoche, una galleria di personaggi e avvenimenti che hanno segnato il suo tempo, le più importanti e prestigiose edizioni a stampa del celebre trattato.
Il professor Campi insegna Storia delle dottrine politiche nell’Università di Perugia. È direttore del trimestrale “Rivista di Politica”, edita da Rubettino, e direttore dell’Istituto di Politica (www.istitutodipolitica.it). È stato Segretario generale della Fondazione Ideazione e Direttore scientifico della Fondazione Farefuturo. Attualmente è membro del Consiglio direttivo di “Italiadecide - Associazione per le politiche pubbliche”.Suoi saggi, articoli e volumi sono stati pubblicati in Argentina, Belgio, Cile, Francia, Germania, Spagna, Stati Uniti e Ungheria.

Quest'anno ricorre il cinquecentenario de “Il Principe”. Si può parlare di una eredità spendibile del pensiero politico di Machiavelli?

I classici hanno sempre qualcosa da insegnare. Nel caso di Machiavelli, la sua lezione più attuale è l’invito a considerare la politica non uno strumento per redimere l’uomo dai suoi vizi e dalle sue debolezze (che sono intrinseca della sua natura), ma uno strumento per governare la contingenza e una dinamica della storia che non procede in modo razionale e prevedibile.  Il suo realismo, tanto spesso citato, in fondo è questo: non un’espressione di cinismo e rassegnazione, ma il convincimento che per  cambiare  la realtà bisogna prima conoscerla (“la verità effettuale delle cose”) e poi agire su di essa con determinazione e costanza.

Negli ultimi anni i temi “etici”  e le “questioni morali” hanno avuto un gran peso nella lotta politica italiana. Possiamo davvero dire che dopo Machiavelli tali questioni sono solo il retaggio di una stagione prepolitica?

L’idea che Machiavelli sia stato insensibile alle questioni di natura etica è solo una vecchia favola. Ha spiegato che la politica è cosa diversa dall’etica, mentre prima – nella tradizione  classica - si pensava che coincidessero, ma non ha mai detto che il buon governante, per essere tale, deve “necessariamente” e in ogni circostanza muoversi secondo criteri di utilità e convenienza e non lasciarsi condizionare dai proprio valori. Machiavelli ha detto una cosa diversa: che talvolta, soprattutto in circostanze straordinarie, si può essere costretti, nell’interesse della collettività, a prendere misure che non collimano con i nostri convincimenti morali, ma questo appunto rappresenta il lato tragico della politica.

Cos’è la politica oggi? Quale la sua reale funzione nelle nostre società?

A dispetto del discredito che la circonda, rappresenta l’unico strumento che gli uomini hanno per governarsi, per restare uniti, per gestire i conflitti che inevitabilmente li dividono e per cercare di costruirsi un futuro comune. Una mondo senza politica equivale al caos. Se oggi dobbiamo temere la corruzione e l’inefficienza, in un mondo senza politica – il che vorrebbe dire senza istituzioni e strutture di governo – si dovrebbe temere l’anarchia e la sopraffazione dei più forti a danno dei più deboli.

Partendo dal “Principe” di Machiavelli, persona reale, Gramsci elaborò il concetto di “moderno principe”, riferendosi al partito politico moderno,  organizzato, ideologicamente strutturato e con una visione generale del mondo. Cosa rimane di quella soggettività politica? Possiamo dire che col Novecento si è chiusa definitivamente la stagione dei partiti?

Gramsci ha avuto una felice intuizione quando ha definito “Il Principe” un “libro vivente”, nel senso che si tratta di un testo che è stato capace di parlare ai suoi lettori, in modo sempre diverso, nel corso dei secoli. Ma la sua idea che il “moderno principe” dovesse coincidere con il partito rivoluzionario di massa mi sembra sia stata sopravvalutata dai critici, come l’evoluzione delle democrazie contemporanee ha dimostrato.

Oggi si parla molto di antipolitica e di populismo. E alcuni sostengono che Machiavelli costituisca una risposta ante - litteram a tali fenomeni. E’ proprio così?

Populismo e antipolitica sono fenomeni che appartengono ad un orizzonte storico che Machiavelli non ha conosciuto. Ha però conosciuto la demagogia apocalittica di un politico-predicatore dello stampo di Savonarola, che non gli piaceva e che considerava pericoloso per gli equilibri politici fiorentini. Dinnanzi ad alcuni predicatori contemporanei forse proverebbe la stessa diffidenza.