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Mercoledì, 12 Agosto 2020

Le nuove sfide del Sindacato negli anni della crisi. A colloquio con Luigi Sbarra della Cisl

Lo abbiamo incontrato in occasione dell’XI congresso regionale della Cisl Calabria sul tema “La Cisl per una nuova Calabria per lo sviluppo e il lavoro nella solidarietà” tenutosi a Campora San Giovanni. Luigi Sbarra, nato a Pazzano in provincia di Reggio Calabria, dopo anni di intesa attività in Calabria viene “reclutato” per compiti ben più impegnativi all’interno della segretreria nazionale.
La sua formazione sindacale avviene a Taranto, nel 1984, nel Centro studi Cisl. Nel 1985, viene eletto segretario generale della Fisba-Cisl di Locri e dal 1988 al 1993 ricopre l'incarico di segretario generale della Cisl sempre di Locri.

Luigi Sbarra


Diventa segretario generale della Cisl di Reggio Calabria nel maggio del 1993, fino all'aprile del 2000, quando assume la guida del sindacato regionale. Quindi, il “salto” alla guida del Sindacato nazionale. Con Sbarra abbiamo affrontato temi di scottante attualità in uno dei momenti più drammatici a livello economico e sociale dell’Italia, e in particolare della nostra regione.

Crescita, lavoro, sviluppo del Mezzogiorno oggi più di ieri non solo slogan ma parole compiute e da riempire di significati per cercare di tamponare una crisi senza precedenti...

Come evidenziano molti dati ufficiali diffusi negli ultimi giorni l’industria, il Mezzogiorno e soprattutto i giovani sono quelli che stanno pagando il prezzo più alto degli ultimi 5 anni di crisi economica. Le politiche di austerità imposte dalla Ue hanno evitato il rischio di un default del nostro sistema ma allo stesso modo hanno affossato la crescita portando il nostro sistema economico verso la recessione. La crescita e il lavoro sono due temi strettamente legati fra di loro. Senza crescita è a rischio la tenuta del nostro debito pubblico e non si crea lavoro.  Soprattutto nel Mezzogiorno la situazione del lavoro è per certi versi drammatica con il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni)  più alto d’Italia, che arriva a sfiorare il 47%. Lo sblocco dei pagamenti dei debiti della PA, da noi fortemente richiesto, è un primo passo per ridare la liquidità necessarie alle imprese per fare investimenti, ma servono interventi anticiclici immediati per rimettere in moto l’economia, partendo dalle infrastrutture ancora troppo carenti soprattutto al Sud, ed investimenti pubblico-privati in innovazione e ricerca. Serve poi ridare priorità al lavoro introducendo misure che restituiscano vitalità al mercato del lavoro e la certezza, da parte del Governo, del finanziamento delle risorse che occorrono per garantire la Cassa Integrazione in deroga per tutto il 2013.

Lei per molti anni è stato un protagonista delle battaglie sindacali in Calabria, con quale occhio vede la regione ora che ha cariche e responsabilità nazionali?

La Calabria ha una condizione economica e sociale , produttiva ed occupazionale non dissimile da quella che si registra in altre aree meridionali. Certo qui piùche altrove sono evidenti le condizioni di difficoltà strutturale dell'economia, la fragilità del tessuto industriale, l'insufficienza dei servizi, l'inadeguatezza delle classi dirigenti che hanno determinato l'esplosione della povertà' e delle diseguaglianze , la crescita smisurata della disoccupazione giovanile e femminile , il crollo del reddito pro-capite delle famiglie e dei calabresi. A fronte di questo quadro drammatico è necessario concertare da subito un Patto per la crescita e lo sviluppo tra istituzioni, sindacato, imprese. La crisi di questi ultimi hanno ha ulteriormente indebolito le prospettive di crescita della regione ma ci sono opportunità' che ancora possiamo cogliere e che arrivano da un necessario recupero nella qualità' della spesa dei fondi comunitari 2007/2013 i cui ritardi suonano come un offesa ai calabresi ma sopratutto alle giovani generazioni; l'utilizzo efficiente ed efficace degli interventi programmati con il Piano di Azione e Coesione che possono rafforzare le azioni per migliorare le infrastrutture , il benessere sociale , le politiche attive per il lavoro; ed ancora occorre cogliere la nuova fase che sta per partire con la nuova programmazione dei fondi comunitari per il settennio 2014/2020 che porterà' in Calabria importanti risorse da impegnare su azioni concrete per il sostegno alle imprese ed al lavoro, per qualificare i servizi delle città e del territori,  per sostenere le aree interne con forti investimenti per la messa in sicurezza del territorio e per incentivare il ripopolamento abitativo , demografico e le stesse opportunità .

Come giudica la situazione politica nazionale e calabrese in particolare?

Nel 2013 è prevista un'ulteriore riduzione del Pil fra l'1,3-1,7, che ha rafforzato, nell'immaginario sociale, la percezione di un'Italia priva di orizzonti  e progetti credibili.  L'accumulo di tensioni e risentimenti verso la politica ha fatto esplodere il voto di protesta che ha paralizzato il quadro politico e impedito, finora, una prospettiva di governabilità dell'Italia. Il risultato è sotto gli occhi di tutti noi. Dalle elezioni, la scena politica assomiglia ad un teatro in cui ci si scambia accuse e perfino insulti, ciascuna parte chiusa nella ricerca di un'identità caratterizzante e tutte insieme incapaci di soluzioni per il bene comune. L'unica soluzione possibile uscita dalle urne, data la posizione di intransigente negazione assunta dal Movimento 5 Stelle, quella di un Governo di larghe intese fra le altre forze, appare congelata sia dall'inopportunità condivisa di nuove elezioni a breve, sia dal terrore di un possibile “inciucio2, parola che appare sciocca e devastante a fronte dell'imperativo di governare l'emergenza sociale con un programma comune, di darsi nuove regole elettorali e contrastare l'avvitamento dell'economia. Quella Calabrese? Serve più Calabria nel mezzogiorno e più sud in Italia. Serve una nuova classe dirigente che rappresenti con competenza ed autorevolezza la nostra Regione in ogni consesso elettivo, politico, istituzionale e sociale. È necessario lavorare per la coesione sociale di questa regione, occorre che la politica riscopra la propria missione di servizio verso le comunità aprendosi  ad un vero confronto con le parti sociali e con il sindacato in particolare mettendo  al centro  il lavoro, la capacità di migliorare ed elevare le condizioni di attrattività del territorio per gli investimenti , qualificare i servizi con un nuovo modello di politiche sociali al servizio degli anziani, dell'infanzia, adolescenza, immigrati, non autosufficienti. Ed ancora occorre un forte impegno comune sul terreno della Legalità e dell'azione di contrasto alla criminalità organizzata quale precondizione per la crescita e lo sviluppo. Il territorio va liberato dalla tracotanza mafiosa che deprime gli investimenti, scoraggia l'impresa, ostacola il lavoro e la occupazione , sfigura le istituzioni democratiche , offre un'immagine negativa di una Regione che invece ha enormi potenzialità' di crescita ed è' ricca di storia, tradizione, identità, risorse naturali, culturali, storiche. Su tutto questo la Cisl rimane fortemente impegnata per il bene comuni, per i diritti, per le tutele dei lavoratori e dei pensionati e per costruire risposte concrete di lavoro ai giovani che vanno trattenuti nelle nostre comunità evitando il continuo e progressivo viatico verso nuove forme di migrazione.

Quanto è importante il ruolo del Sindacato nella nostra regione? Le chiedo una risposta che vada al di là della retorica, giacché la Calabria ha davvero bisogno di parole chiare che diano qualche speranza.

La Cisl, in coerenza con i propri valori, ha scelto di aderire al principio di responsabilità, alla strada del mantenimento della coesione sociale e del dialogo fra le parti sociali. Non abbiamo mai però rinunciato a far sentire la nostra voce ed il nostro dissenso su provvedimenti chiaramente iniqui, come ad esempio la questione degli esodati e della pressione fiscale sui redditi da lavoro e da pensione diventata ormai insostenibile. Tuttavia è stato chiaro a tutti noi che da un accumulo di fattori di crisi non si esce a spallate, a colpi di sciopero generale e cavalcando il disagio sociale. Occorre la pazienza di limitare al massimo i danni della crisi, negoziando tenacemente, e la volontà di costruire alleanze responsabili, in primo luogo con le reti associative di rappresentanza, capaci di iniziativa e guida nel loro ambito di riferimento. Il nostro contributo per evitare che la crisi si trasformasse in deriva, e la deriva in naufragio, come in altri paesi europei, Grecia in testa, è stato determinante, anche se dalla politica non è arrivato il riconoscimento di quanto abbiamo fatto e detto. I molti accordi fatti per salvare aziende o settori in crisi, utilizzando tutti gli strumenti per salvaguardare in primis il lavoro e poi per dare la possibilità alle aziende di riorganizzarsi o riconvertirsi, sono un segnale chiaro dell’impegno del sindacato.  Abbiamo anche siglato l’accordo sulla produttività che ha portato il governo ad emanare il decreto sulla  detassazione del salario legato ad incrementi di produttività, che da la possibilità alla aziende che stanno meglio di erogare più salario ai lavoratori.

Tre priorità per dare una prospettiva reale di cambiamento...

La prima priorità per dare una prospettiva reale di cambiamento è il Lavoro. Bisogna introdurre misure che restituiscano vitalità al mercato del lavoro, come gli incentivi per le trasformazioni dei contratti flessibili in stabili, il ripristino dello sgravio contributivo totale sugli apprendisti anche per le imprese sopra i 9 addetti ed  un contratto intergenerazionale con il part-time in uscita per i lavoratori anziani e la contestuale assunzioni di giovani che potrebbe alleggerire alcune situazioni di crisi aziendali e dare, così, un segnale forte aigiovani. L’avvio di Politiche attive del lavoro sono un obiettivo urgente, anche nel quadro della riforma degli ammortizzatori sociali e degli strumenti di sostegno al reddito. Occorrerà impegnare le risorse delle regioni e dei Fondi interprofessionali, per riqualificare e ricollocare i lavoratori in difficoltà occupazionale. La seconda priorità per la crescita è la centralità del settore industriale affrontando i nodi strutturali che ne hanno limitato le potenzialità. Le priorità delle politiche industriali sono un’innovazione tecnologica pervasiva, un nuovo rapporto industria-ambiente, il supporto alla crescita dimensionale e alle reti fra imprese e un forte e qualificato intervento sul capitale umano. Occorre inoltre puntare sugli investimenti per le infrastrutture, a partire dal Mezzogiorno, con un’azione diretta, per le risorse, al coinvolgimento dell’Ue. Come ultima cosa va rimesso mano al sistema fiscale. C’è bisogno di una vera riforma organica che vada ad abbassare la tassazione sui redditi da lavoro, da pensione e sulle stesse imprese.