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Mercoledì, 03 Marzo 2021

Il talento di Mimmo Gangemi molla Einaudi e sceglie Garzanti

Dopo “La signora di Ellis Island” (Einaudi), Mimmo Gangemi è già pronto all’esordio con Garzanti:  “Il patto del giudice” dal 24 gennaio è  in libreria. Reduce dal premio letterario Tropea con  lo scrittore, nelle pieghe di una transizione creativa, ha in serbo altri inediti e un paterno istinto di proteggere i suoi personaggi dalle sfumature del linguaggio televisivo. Perché nella miniserie prodotta da Rai Fiction de “Il giudice meschino” e “Il patto del giudice”i suoi personaggi non perdano l’autore.

Lo scrittore Mimmo Gangemi fotografato da Adriana Sapone


Lo incontriamo in un albergo a Villa San Giovanni e con lui parliamo di letteratura, di successi, di delusioni, di magistratura e di ‘ndrangheta.

Come mai un ingegnere scrive libri?

È una cosa che stranamente suona strana. E’ suonata strana anche a me. Il mio primo libro, “Un anno d’Aspromonte” lo scrissi di nascosto da tutti. Anche da mia moglie. Avvertivo una sensazione di pudore, di timidezza. Sapevo però, dentro di me, di avere scritto qualcosa di importante. E a quel punto mi sono posto il problema di farlo leggere a qualcuno, per arrivare alla pubblicazione.

Quindi la stesura del libro era comunque legata all’idea della sua pubblicazione. E cioè di qualcosa che venisse poi offerto alla lettura. Al pubblico.

Beh, forse in un certo momento della vita di uno scrittore subentra la vanità.

O forse il desiderio di offrire un contributo alla letteratura...

No, questo per la verità non mi ha mai sfiorato. Per me era uno sfogo dal mio lavoro di ingegnere che mi portava un impegno eccessivo. Andavo a letto alle due, a volte mi risvegliavo durante la notte ripensando alle cose da fare. Esageravo. Scrivere era un modo per staccare dal quotidiano. Erano gli anni ‘90. Nel ‘93 ho scritto le prime cose. Lo facevo per me stesso. Come sfogo. Ma già dal primo libro avevo capito che lì c’era la storia, che avevo realizzato un lavoro importante, e che in me stava fermentando una nuova arte. Tanto che sto tornando sul primo romanzo con una nuova rilettura che affina la tecnica narrativa. Mantenendo l’anima originaria.

Cosa successe dopo quella sua prima volta?

“Un anno d’Aspromonte” vinse parecchi premi e mi diede qualche soddisfazione. Mi montai la testa e mi convinsi di essere un bravo scrittore. Così scrissi “il libro della superbia”. Un libro di cui mi vergogno moltissimo. Ne ho cancellato le tracce.Anche nel mio computer. Eppure quel libro della superbia, come lo definisco, mi ha restituito l’umiltà che mi serviva per raccontare le mie storie. E così scrissi quello che secondo me è, assieme a “La signora di Ellis Island”, il mio romanzo più importante, “Quell’acre odore di aglio”. Il libro dell’umiltà ritrovata. Il libro che mi ha fatto entrare alla Einaudi.

Ci racconti questo percorso.

Sentivo di avere scritto un’opera di un certo pregio. E tentai di farla pubblicare. Credevo, allora, che fosse più facile. Invece le case editrici ricevono migliaia di dattiloscritti. Ti registrano in entrata e dopo quattro, cinque mesi ti inviano una lettera di routine, “complimenti ma non rientra nella nostra linea editoriale”, tanti arrivederci e grazie.  Non hanno il personale per poter leggere tutto il materiale in entrata. Ho immaginato, e ne ho poi avuto conferma, che i miei libri non erano mai stati letti. Solo quando Giancarlo De Cataldo consegnò brevi manu “Quell’acre odore di aglio” a Einaudi Stile Libero, lo scrittore, io, riuscì finalmente a essere letto e a entrare.

Ma adesso sta cambiando casa editrice…

L’ho cambiata. Infatti, al premio Tropea, Einaudi ha brillato prima per assenza e dopo per silenzio.

Perché?

Io non ho niente da rimproverare all’Einaudi, anzi le devo molto, perché mi ha lanciato.

Lo scrittore Mimmo Gangemi fotografato da Adriana Sapone


Ma ho dovuto tener conto di sensazioni provate. Mi spiego: “La signora di Ellis Island” ha ricevuto grande consenso da parte di critici, giornalisti e scrittori di altissimo profilo, quali Curzio Maltese, Maria Pia Bonanate, Peppino Caldarola, lo stesso De Cataldo, ecc., e da parte dei lettori. Si è spesso utilizzato il termine “capolavoro”. A me è parso che non ci fosse proporzione tra il valore dell’opera e la promozione della stessa da parte della casa editrice, forse a causa del peso eccessivo delle 620 pagine, che non lo avrebbe reso adatto ai premi letterari importanti. Non escludo d’essere io in errore. Però, quando ti sorge la sensazione, magari sbagliata, che, anche se hai scritto la Divina Commedia,  non sarà promossa adeguatamente, quando ti sorge la sensazione, magari sbagliata, che in casa editrice venga privilegiato molto più l’aspetto commerciale rispetto alla qualità, allora non ha importanza chi abbia ragione o torto, né se le impressioni siano frutto di fantasia o veritiere, allora devi solo andare via, anche per tua tranquillità.

Una frattura che si potrà ricomporre?

Io sono stato sempre innamorato della Einaudi. Dopo anni di rifiuti, entrare in Einaudi è stata una grande soddisfazione. Con certe garanzie mi sarebbe piaciuto restare. C’è stato anche un tentativo di riavvicinamento. Ma è fallito. Poi Garzanti mi ha offerto idonee garanzie, ha voluto leggere alcuni dei miei inediti, ha scelto come prima sua pubblicazione il seguito de “Il giudice meschino” ed è questo, dal titolo “Il patto del giudice”, il romanzo che uscirà a metà gennaio. Un momento importante, accompagnato anche dalla produzione, da parte di Rai Fiction, della miniserie interpretata da Zingaretti e prodotta dalla Italian International Film del calabrese Fulvio Lucisano con la regia di Carlo Carlei e De Cataldo alla sceneggiatura.

Che emozione si prova nel vedere i propri personaggi, che hanno connotazioni precise nella fantasia dell’autore, consegnati ad altri per una nuova costruzione?

Sono certo che i miei personaggi, tutti pezzidel mio animo, in mano al grande scrittore e sceneggiatore che è De Cataldo non perderanno la connotazione, né le caratteristiche originarie. Tengo molto che la narrazione cinematografica mantenga l’aderenza alla cultura dei luoghi del racconto. Ho molta fiducia nella produzione, nella regia e nella sceneggiatura, di altissimo profilo e in gran parte calabrese.

Da cosa nasce l’urgenza della scrittura?

È come se dentro di me avessi personaggi, racconti, che spingono a uscire. Certe volte di notte mi viene un’idea e la devo appuntare altrimenti la perdo, perché la notte se la ruba. Per me scrivere è un’esperienza emotiva bellissima.

Le sue storie da cosa nascono? Dall’osservazione della realtà o da visioni fantastiche?

Io, da narratore, provengo dalla tradizione orale. Dal braciere attorno al quale i genitori, i nonni, gli zii, raccontavano. Le storie nascono dalla fantasia, ma sono frutto dell’osservazione dei fenomeni, in particolare dell’Aspromonte. Perché sono cresciuto lì. Ho respirato quell’aria stantia, quell’aria di ndrangheta. Ho colto segni che sono rimasti indelebili nella mia memoria. Scrivo storie non reali, ma verosimili, che potrebbero succedere, tanto sono calate nella realtà che ho vissuto.

A proposito di ‘ndrangheta. A volte si dice che raccontare così tanti fatti di ‘ndrangheta non ci aiuti a emanciparci da una certa immagine. E che quindi questo genere di letteratura ci danneggi.

Sono d’accordo con questa visione. In alcune mie storie c’è la ‘ndrangheta, ma come fatto imprescindibile della nostra società. Anche ne Il giudice meschinoc’è la famiglia mafiosa. Scrivere in un certo modo di ‘ndrangheta significa guardare in faccia la realtà, che è il primo punto da cui ripartire per costruire nuove coscienze e mentalità. Apprezzo molto gli scritti che nascono da analisi serie, come quelli di Gratteri, di Ciconte, di Badolati.

Lo scrittore Mimmo Gangemi fotografato da Adriana Sapone


Non approvo invece chi scrive di ‘ndrangheta per speculazione, al solo scopo di vendere libri. Quando giro l’Italia per presentare i miei romanzi, la domanda che mi pongono sempre è sulla ‘ndrangheta. E la sensazione che si ha altrove è che il calabrese, il reggino in particolare, viva in un continuo clima di tensione, da dover schivare le pallottole, da dover girare con il giubbotto antiproiettile. Nell’immaginario collettivo noi viviamo una condizione di guerra. E questi danni li hanno creati anche certi libri di ndrangheta. Ho esperienza di alcuni episodi significativi in tal senso. Una sera, ricordo, ho incontrato un noto giornalista tremante di paura prima di intervenire a un convegno che si teneva in una località ad alta densità ndranghetista. Solo dopo aver preso contatto e un po’ di confidenza con i locali ha capito che in quel posto così chiacchierato, ben oltre i reali demeriti, la maggior parte delle persone è perbene. La sua era una visione distorta. Per i pregiudizi creati artificiosamente su di noi. Che poi li sorprendiamo in positivo. Per merito dei valori che qui resistono e altrove si vanno perdendo: l’idea di famiglia, il calore umano, la gioia di vivere, i tempi di vita, la solidarietà, l’accoglienza, l’allegria, il clima, la bellezza dei luoghi. Nell’elenco delle cose che ho messo sulla bilancia quando ho scelto di restare, il peso di questi valori superava di gran lunga il desiderio di snodare altrove la vita.

È forse per questo che nel suo ultimo libro lei racconta di migrazione.

Si. Anche. Ho scelto di pubblicare “La signora di Ellis Island” perché ho capito che rischiavo di contribuire a danneggiare l’immagine di questa terra. Ho voluto raccontare i valori, il riscatto di un popolo, una storia comune alla maggior parte dei calabresi e degli italiani. Una storia in cui la ndrangheta, ancora onorata società, fa sì la sua timida comparsa, come elemento imprescindibile della nostra realtà sociale, ma in secondo piano.

Come può la letteratura contribuire a trasmettere una visione diversa della nostra realtà?

La ‘ndrangheta si risolve dalla cultura. Dall’educazione dei bambini a scuola. Bisogna forgiare l’idea di un mondo diverso. La mia generazione ha fallito. Quando io avevo 10 anni, in Aspromonte non vedevo lo Stato. Mio padre, il Saverio del romanzo, era impiegato postale e aveva girato il mondo. La mia era una famiglia piccolo borghese, lontana dalla cultura mafiosa. Eppure io e i miei coetanei vedevamo i delinquenti dell’onorata società come eroi. Perché? Ci sarà un motivo alla base di questa visione distorta. Non posso certo pensare che il nostro sangue sia diverso dal sangue degli altri. Vedevamo loro come i riferimenti che guidavano le nostre comunità, facendo pesare la loro presenza. Succedeva perché lo Stato non c’era. E l’antistato si sostituiva allo Stato.

È ancora così?

No. Allora il consenso era generalizzato. Oggi è molto diminuito. E quel residuo di consenso lo dobbiamo distruggere. Perché anche se la ndrangheta segue i soldi e a volte si rivolge altrove, ha bisogno dell’humus in cui attecchisce, nella casa madre. Ha bisogno di ingannare.

Ingannare in che senso?

Millantando di essere lei lo Stato. Di soccorrere e di sopperire alle assenze dello Stato. La ndrangheta di oggi, che è colera mentre l’onorata società di ieri era tifo, ha bisogno di spacciare di avere ancora quel consenso. Perché se perde la credibilità nel suo territorio, anche se attecchisce altrove, presto scompare.

Quindi c’è una speranza?

Io sono molto fiducioso. Assistiamo a denunce di minacce e di azioni intimidatorie che una volta non esistevano. Adesso qualcosa si muove, prima no.

C’è stato un certo risveglio da parte della società civile?

Si, ma continuano a esserci errori da parte dello Stato.

Cioè?

Per spiegarmi devo fare un passo indietro nella storia. Un giorno, avevo 19 anni, insieme ad altri universitari incontrammo in Aspromonte, nei pressi del crocefisso sparato, che allora non c’era e dove Angela Casellain seguito si incatenò per il figlio rapito, uno dei primi sequestrati in Calabria e lo portammo in caserma.

Lo scrittore Mimmo Gangemi fotografato da Adriana Sapone


Ci sentimmo protagonisti. Un’ora dopo, la radio comunicò che il sequestrato era stato liberato dopo una brillante operazione delle forze dell’ordine attorno a Fabrizia, nelle Serre. I militari furono considerati degli eroi. Fioccarono cittadinanze onorarie di Vibo, promozioni, elogi solenni. Noi ci arrabbiamo moltissimo e raccontammo la verità alla rivista scandalistica dell’epoca. Ci consigliarono di stare zitti. In primis, le Istituzioni. Ma io ho continuato a raccontare i fatti, anche se il capitano dei carabinieri mi sottopose più volte a interrogatorio per chiedermi a muso duro conferma dell’incontro con il sequestrato in Aspromonte. Dopo tanti anni, aumentato di grado, ha accennato a delle vaghe scuse per le pressioni di allora. Questo episodio per noi fu importante. Perché la celebrazione di un’operazione dei carabinieri che non c’era stata fece loro avere gli applausi dell’Italia, ma non dell’Aspromonte, dove tutti conoscevano la verità. In quel caso perse altra credibilità lo Stato. Passando dall’antico al moderno, riconosco che negli ultimi tempi la magistratura ha fatto operazioni brillanti. Sta ottenendo risultati eccezionali. Straordinari. E allora che necessità ha di bluffare? Di spacciare per grandi successi anche operazioni così così? Nessuno da queste parti crede alla storia della ndrangheta organizzata sullo stile di Cosa Nostra, a struttura piramidale e con un capo supremo. Persino un ex Procuratore della Repubblica, qualche mese fa, ebbe a dichiarare che, nei suoi anni di trincea contro la ndrangheta, mai aveva avuto sentore che fosse un capobastone tanto importante il personaggio individuato quale capo crimine. È stata un’operazione additata all’Italia come grande esempio di efficienza. Ma qui non ha nessun credito. Qui, dove lo Stato deve sconfiggere l’antistato. Ne “Il patto de giudice” parlo di ‘ndrangheta e di antindrangheta. E faccio mia la frase di un amico giornalista: “di ‘ndrangheta si muore, di antindrangheta si campa e si fa carriera”. Un’altra cosa che non capisco e che non condivido affatto è come si faccia a sostenere che il 27% dei calabresi è colluso con la ndrangheta.

Quali sono qui i corretti modelli di riferimento? Quali sono, secondo lei, i giudici che stanno operando bene per la Calabria?

Qui pare ci sia un problema interno alla magistratura. Di recente lo ha sostenuto nella trasmissione di Santoro anche un magistrato importante. Dalle parole sembrava emergesse una sottile vena ironica, sulle carriere ad alcuni possibili e ad altri precluse. A noi cittadini piacerebbe che le carriere nascessero da meriti reali, senza inutili esagerazioni che ricevono il plauso dell’Italia ignara ma che in terra di ndrangheta, dove tutto è risaputo, tolgono credibilità alle Istituzioni. Qui ci sono molti magistrati di grande valore ed efficienza, che operano senza millantare, ne cito due per tutti, Gratteri e Creazzo. Sui loro esempi, sui loro successi, sulla loro credibilità, sul loro impegno sociale, sui loro continui richiami alla legalità, anche nelle scuole, si sta costruendo un futuro migliore, e la popolazione sempre più si riconosce nello Stato, salvo le ricadute di cui dicevo.

Concludiamo con la letteratura. E in particolare con il suo contributo a Calabriaonweb, per cui scrive racconti. Com’è nata questa idea?

Ero molto scettico all’inizio. Perché mi sono dedicato sempre al romanzo. Il racconto era per me ostico, e consisteva nel mettere su carta i ricordi della Calabria degli anni ‘50 e ‘60. Di quella Calabria che sembrava immutabile. E che poi si è evoluta lentamente. Mi sono adattato. Mi piace e mi diverte molto. È un’esperienza affascinante.